Nelle foreste dei narcos ora cresce la speranza (3)

di Andrea Muccioli

Johnny ricorda ancora quella scena. Lui, acquattato dietro un albero, intravede appena quel gruppo di uomini armati che trascinano un contadino sul ponte che attraversa il Rio Abiseo. E’ un attimo, ma a un bambino di 10 anni rimarrà impresso per tutta la vita. Il contadino urla disperato, poi una raffica di mitra lo zittisce. Gli uomini si avvicinano e lo gettano nel fiume. Il ragazzino sapeva perfettamente chi fossero: li vedeva quando arrivavano dalle montagne attorno per controllare le piantagioni di coca, sparse un po’ dappertutto sulla sua montagna. Guerriglieri di Sendero Luminoso, il gruppo politico che si opponeva con le armi al governo; in realtà, spietati narcotrafficanti, che costringevano gli abitanti dei villaggi, con la violenza e il terrore, a coltivare la pianta di coca, per finanziare l’acquisto di armi. Una volta, le uccisioni come questa erano all’ordine del giorno: per punire una famiglia, vendicare una soffiata alla polizia o, solo, per dimostrare chi fosse il padrone. Oggi la regione è stata liberata. Ma i segni dello scempio si vedono ancora, ad esempio intorno al villaggio di Juanjuì, ultimo avamposto prima della lussureggiante foresta. Interi ettari bruciati dalle sostanze chimiche che servivano alla produzione e raffinazione della droga, merce ambita da milioni di narici europee cui non importa un fico secco che un solo grammo di coca distrugga tre ettari e mezzo di foresta.

Guardo le montagne bellissime, ma ‘pelate’ dal veleno dei narcotrafficanti, accanto a Johnny, che oggi ha 23 anni, e ai suoi amici Frank e Hernan. I danni prodotti da 32 mila seicento tonnellate di prodotti sparsi sul territorio dureranno anni, ma la rinascita umana e sociale di questa gente è cominciata. Anzi, è a buon punto, mi dicono con orgoglio gli ex cocaleros della cooperativa Agriparco, che ha sede in una zona remota raggiungibile solo dopo qualche ora di jeep o di chiatta lungo il fiume.
Già da questi duri anni, molti degli indios di origine pre-incaica chanca che abitano la sconfinata regione San Martin, hanno abbandonato la coca per dedicarsi al caffè e al cacao. Quest’ultimo, in particolare, prende il nome ‘Alto el sol’ e molte società europee produttrici di cioccolato se lo disputano per la sua straordinaria qualità. Dietro ad essa, c’è il lavoro dell’Istituto per le coltivazioni tropicali, dove una cinquantina fra agronomi, biologi, botanici e tecnici agroforestali studiano, in moderni laboratori, le malattie delle piante. La chiamano ‘scuola che cambia la foresta’ ed è uno strumento indispensabile di cultura ed emancipazione in una regione in cui coca era l’unica attività conosciuta dai contadini. Oggi, invece, intere famiglie arrivano da centinaia di chilometri per imparare i segreti delle piante di cacao o dei frutti tropicali, sperimentando le tecniche in veri e propri corsi di formazione professionale di una o due settimane. Sul mio taccuino scrivo: entusiasmante.

Verso l’interno, sulle montagne che sovrastano la capitale della provincia, Tarapoto, incontro Hiderico, presidente della cooperativa Oro Verde. Lo avevo conosciuto a San Patrignano, dove era venuto a mostrare, durante la manifestazione Squisito, la loro straordinaria e coraggiosa attività. Ci abbracciamo come vecchi amici. Olmer e Manuel, i capi delle comunità locali che sono accanto a lui, sono i riferimenti politici, sociali e culturali di questa gente e, in una cerimonia tutta simbolica, mi consegnano il simbolo del potere della comunità. Non è solo una semplice collana di semi, ma il segno di una grande considerazione e, insieme, di una grande responsabilità. “E’ come se ti avessero dato le chiavi della città”, mi spiega Hiderico. Anche questi indios, fino a qualche anno fa, vivevano nel terrore. “Siamo fuggiti per tanto tempo quando vedevamo scontrarsi le bande di narcotrafficanti e l’esercito governativo”. Oggi, coltivano grandi distese di caffè, che mi portano orgogliosi a visitare. Abbiamo cantato e ballato. Veramente una bella comunità, fatta di gente viva e in crescita, con bambini sorridenti, segno di una pace ritrovata.

La guerra alla coca, in Perù, non è chiaramente finita. Ai successi si alternano momenti di arresto. Fino ad oggi, lo Stato è riuscito ad eliminare 80 mila ettari di coltivazioni illecite, ma ne restano, secondo le ultime statistiche, circa 47 mila. In ampie zone del territorio, i militari sono alle prese con quel che resta della guerriglia, in particolare nell’area denominata Vrae, che sta per valle del Rio Apurimac-Ene. “Ma abbiamo scontri armati anche anche in altri tredici santuari del narcotraffico”, mi spiega Romulo Pizarro, già ministro dell’Interno e oggi a capo dell’agenzia governativa contro la droga (Devida, nel riquadro ndr). L’uomo è molto coinvolto e appassionato. Mi spiega che l’emergenza oggi è il Messico, dove imperversano cartelli molto aggressivi e ben organizzati, che stanno prendendo sempre più potere nel traffico di droga tra i Paesi produttori del Sudamerica e gli Stati Uniti. Gli chiedo di Evo Morales, il presidente cocalero. Scuote la testa. Fra lui e loro, dice, c’è una barriera ideologica che rende oggi più difficile che i progetti di riconversione delle culture e sviluppo alternativo possano svilupparsi.

Vuole conoscere la nostra esperienza nel recupero dei tossicodipendenti. Gliela racconto: in definitiva, facciamo la stessa cosa anche se in maniera diversa. Pure noi ci occupiamo di ‘sviluppo alternativo’: alternativo, spiego, alla produzione di tossicodipendenti cronici che si fa in Europa e in altre parti del mondo. San Patrignano crede nell’uomo e nella sua capacità di cambiare, un percorso di riscatto umano e sociale che va molto al di là della droga. Come voi, dico, anche noi abbiamo un sogno: che da alternativo si trasformi in sviluppo … normale.
Mi guarda e sorride. Quando si è impegnati sul campo tutti i giorni, con persone reali, per affrontare problemi concreti, ci si capisce tacitamente. Anche se si vive a 10.000 Km di distanza.

(ha collaborato Carlo Forquet)