Nelle foreste dei narcos ora cresce la speranza

Colombia, narcotraffico, guerra: è questa l’immagine che mi torna in mente mentre percorriamo, su una lancia, il Rio Sucio, che attraversa la giungla nordoccidentale ai confini con Panama. Fiume sporco è la traduzione in italiano di questa massa d’acqua enorme, circondata da una natura opprimente e selvaggia e popolata, lungo le rive, da gente poverissima di etnia afro-colombiana. Fino a qualche anno fa, qui, non esisteva niente: solo miseria, piccoli villaggi di paglia e assi di legno, gente che viveva ai limiti della sopravvivenza. E acqua, tanta e dappertutto, che dà la vita e che distrugge, quando durante la stagione delle piogge inonda le case.
Per arrivare nel cuore della foresta pluviale, che fino a ieri era retrovia di Farc e paramilitari, occorrono ore e ore di canoa e barca a motore, immersi in un paesaggio che ricorda la giungla di ‘Apocalipse now’. Eppure, dove ti aspetteresti ‘cuori di tenebra’ pronti a tagliarti un braccio, senti nell’aria la tensione di una zona finalmente liberata, che sta cercando di voltare pagina lasciandosi alle spalle trent’anni di giogo del narcotraffico.

E’ li che ho incontrato un gruppo di persone straordinarie che ogni giorno affrontano, con un coraggio che fatico a raccontare con le parole, difficoltà enormi. Sono gli uomini dell’Unodc (Agenzia antidroga e crimine dell’Onu): non i funzionari distaccati e asettici che spesso vedi negli uffici di Vienna, ma il ’personale’ sul campo, che vive il suo impegno con entusiasmo e passione.
Mentre scendiamo dalla lancia ci viene incontro Xavier, che ha bisogno di un aiuto per scaricare dei sacchi di sementi di cacao. E’ un agronomo boliviano, arrivato qui quando non c’era niente, ed è riuscito a convincere, dopo anni di impegno, alcune famiglie locali a coltivare cacao. Oggi gli ettari in produzione sono 400 ma diventeranno 1.000 in due anni.
Juan Manuel, invece, ha quarantotto anni, di professione è ingegnere agroforestale e ha lasciato la sua famiglia, moglie e due bambini, a Bogotà. Li vede una volta ogni due mesi, se riesce a raggiungere dopo due giorni di viaggio la città. Questa, mi racconta, è un’area fortemente depressa, allagata per la maggior parte dell’anno e dove la popolazione è stata vittima, per trent’anni, di una violenza e ferocia inaudita da parte di Farc e paramilitari, i due gruppi armati che si contendono le zone di produzione della coca. Loro avevano un controllo totale del territorio, vicino al confine con Panama e alla zona caraibica, strategica per il trasporto e il traffico di coca. La gente dell’interno ha sempre vissuto dei mille traffici collegati alla retrovia. Dalle zone più montagnose della giungla, dove si annidano centinaia di piccoli laboratori di raffinazione, i narcos arrivavano qui a reclutare. Il meccanismo, nelle zone controllate dai boss della droga, è semplice: “O sei con noi o contro di noi”. Se rifiuti ti ammazzano, o ti tagliano un braccio, o rapiscono tua figlia che viene portata nella giungla per soddisfare le voglie del capo. Molte volte la fanno fuori e scompare, nel migliore dei casi finisce a fare la cuoca in qualche laboratorio clandestino. Solo questi criminali hanno i mezzi per muoversi sul territorio.

La gente resta lì, in capanne dove anche i bagni non esistono perché non esistono fogne, si fa tutto al fiume e la corrente arriva dai generatori. Anche le scuole, nate grazie all’impegno dei missionari, sono considerate dai narcos una minaccia, perché possono scalfire l’ignoranza e la povertà su cui fondano il loro potere.
Ebbene: cosa è cambiato negli ultimi tre anni. L’esercito è riuscito a riconquistare la regione e il governo, con l’aiuto dell’Onu, ha dato il via a un imponente, e difficilissima, opera di ricostruzione del tessuto sociale.Le popolazioni del posto, di origine africana, erano state abbandonate dallo Stato e costrette a vivere nella povertà e nella violenza dai narcotrafficanti per 30 anni. Immaginate la loro diffidenza nei confronti di un bianco, rappresentante di quelle stesse istituzioni, che viene ad insegnargli a gestire in modo ecosostenibile la loro foresta: censire tutti gli alberi, decidere quali sono da tagliare e quali da lasciar crescere, dividere i 3.000 ettari in 20 appezzamenti e avviare un ciclo virtuoso di durata ventennale. Juan Manuel è riuscito a coinvolgere le famiglie e a responsabilizzarle nella gestione del territorio, stringendo un rapporto con i capi comunità. Hector, uno di loro, ha creduto subito in questo progetto, al punto che, insieme agli altri del suo gruppo, ha trasportato per chilometri nella giungla un macchinario fino a una capanna adibita alla lavorazione del legno.

Il governo gli dà 300 dollari ogni due mesi, ma devono impegnarsi a investirne almeno la metà in attività di sviluppo alternativo. Qui in Colombia, questo grande progetto lo chiamano ‘Desarrollo alternativo’: sradicare manualmente, quindi senza l’uso dei pesticidi che distruggono tutto, le coltivazioni di coca, abbandonando anche tutte le attività collegate al narcotraffico, per sostituirle con prodotti legali: legna, caffè, cacao, caucciù, palmitos…
Il programma ‘Familias Guardabosques’, voluto dall’Agenzia presidenziale per l’azione sociale, coinvolge 100 municipi in 25 dipartimenti del Paese. Sono più di 45.000 le famiglie finora coinvolte, il 99% di esse ha rinunciato alle coltivazioni illecite. Ma, al di là di questi numeri la cui importanza è fondamentale, Antonio, Juan, Francisco, capi delle ‘comunità’, mi hanno ripetuto tutti una frase che mi è rimasta nel cuore: prima vedevamo solo sofferenza, violenza, morte; oggi nei nostri villaggi la gente ha dei sogni, dei progetti da realizzare. Non vogliono l’elemosina, vogliono imparare. I loro sguardi orgogliosi esprimono la dignità di un pieno riscatto sociale. Mi fanno venire in mente i ragazzi di Sanpa.