Non ho più paura

L’appuntamento è al solito bar. Sono passati quattro anni, ma il tempo sembra non aver toccato nulla di questo pezzetto di costa pugliese dove sono cresciuta e dove ho vissuto quasi tutta la mia vita. Parcheggio ma decido di aspettare in macchina. Tutto esattamente come allora. Io che aspetto Paolo. Paolo. Il mio migliore amico, l’altra parte della mela. Con lui non servivano parole, né frasi o atteggiamenti, niente che potesse modificare quel qualcosa che c’era tra noi, legati insieme ad un carro ‘solidissimo’ come quello della droga.
Siamo stati complici, compagni di viaggio in luoghi di delirio, ma se non altro abbiamo sempre diviso anche quel po’ che ci restava per concludere la nostra misera giornata. Tante volte abbiamo pianto insieme, abbracciati e disperati, per ore. Parlavamo poco ma trascorrevamo tanto tempo insieme. Ognuno concentrato sul proprio vuoto, con l’altro che lo teneva stretto ed in qualche maniera lo metteva in salvo, senza bisogno di tante parole. Anche questa è amicizia. Amicizia e disperazione.

Mentre sono immersa nei pensieri qualcuno bussa al mio finestrino. E’ lui. Cavolo! E’ proprio Paolo! Il cuore mi batte a mille all’ora, quasi non riesco ad aprire lo sportello, ma in un attimo sono fuori e mi butto tra le sue braccia, che mi accolgono e mi stringono mentre mi sciolgo in un pianto fatto di singhiozzi, un pianto che non avevo previsto ma a cui mi abbandono. Un pianto carico di emozioni, di affetto e sentimenti che sento, nonostante tutto, nonostante il tempo, ancora forti e vivi.
Non è cambiato. Mi dice che sta bene, che, insomma, se la cava. Alti e bassi. Come sempre. Una maglia a righe, jeans, Convers rosse. Gli sono cresciuti i capelli come quando era adolescente. Ricci e ribelli, come lui. Sembra un ragazzino. Un ragazzino di 40 anni. Cominciamo a camminare. Rimaniamo abbracciati. Ogni tanto mi guarda e sorride. Mi dice che sono sempre bellissima, la sua Vale, la sua pazza, pazza Vale.

Quando ho deciso di entrare in comunità una delle cose più dolorose è stata lasciare Paolo. Dopo vent’anni di amicizia e di droga e di mille tentativi di uscirne, ogni volta era come essere complici di un’evasione. La mia decisione definitiva l’abbiamo ‘assurdamente’ vissuta entrambi come un tradimento. E’ stato come aver passato tanto tempo a studiare insieme il modo di segare le sbarre ed arrivare al muro e poi, quando finalmente uno dei due ci riesce, se ne va per conto suo, lasciando dietro l’altro.
Gli squilla il cellulare. Si allontana un attimo. Mentre parla fa un cenno, sicuramente sta parlando di me, sorride. Quando torna mi dice: oggi sono tutto per te! Già, oggi. E gli altri giorni? Di chi sei Paolo? A chi appartieni? Per un attimo vorrei potergli dire che se ci sono riuscita io potrebbe riuscirci anche lui a frenare le cose che contano prima che continuino a scivolare via. Basta partire col piede giusto…ma poi mi sono vista fare una lezione dal balconcino della mia vita quasi serena a lui, giù nella strada attraversata da dubbi ed esitazioni laceranti e non ho detto niente.
Si è fatto tardi. Siamo seduti su un gradino e di fronte a noi abbiamo il porto, con le sue luci. Qualche peschereccio esce, qualche altro torna in rada, un cane randagio si accuccia vicino a noi, quasi come a cercare compagnia, senza però voler disturbare.

Te ne andrai?
SI.
Perché???
Perché ho paura.
Paura di cosa??? E’ tutto a posto adesso o no???
Ho paura di quando mi sentirò diversa, di quando non riuscirò a sentirmi bene come si sentono gli altri, di quando non troverò nulla che mi allacci a questo mondo. Ho paura di sentirmi sola, di sentire quel vuoto nell’anima che sto cercando di colmare e che non è più quello di quando mi drogavo, profondo , viscerale, angosciante, ma che so che c’è e che, alle volte, mi sembra immenso, talmente grande da non poterlo riempire MAI. Perché mi dici che adesso stai bene, sì, ma io so che ti sveglierai una mattina e sentirai un richiamo più forte di te, una voce che si insinuerà nella mente e sarà come una rottura nella corazza, una crepa nella diga, un tremito nella montagna di risolutezza e di convinzioni che credi di aver così duramente costruito. Ti prenderà la tristezza e la nostalgia, ti ricorderai delle sensazioni, ti verranno i brividi e non ci saranno freni a quella voglia. Perché è ancora dentro quel veleno. Nell’anima, nel cuore, nella mente e nei pensieri.

Abbassi lo sguardo e non dici niente. Sai che è così e che a me non puoi mentire.
Sei il mio migliore amico Paolo e lo sarai per sempre. Una specie di vitalizio affettivo che il mio cuore mi impone nonostante il tempo, la distanza e le cose che cambiano, senza nessuna ragione precisa. Ma devo andare.
Ritorniamo alla macchina che è l’alba. Ci salutiamo con un abbraccio forte che sembra non voler finire più. Quando torni? Presto. Mi chiamerai? Ci incontreremo. Ne sei sicura? Sì. Perché? Perché lo voglio.
Metto in moto. La strada è illuminata dai raggi di un sole prepotente che quasi mi acceca. Comincio a guidare senza fretta. C’è una quiete dolce nell’aria ed io mi sento quasi felice. Guardo il telefono. Nonostante sia l’alba mia madre non mi ha chiamata. So che è preoccupata e mi sento grata della sua fiducia. Tutto è andato come doveva andare. Sono stata me stessa fino alla fine.
E non ho più paura.