Non potreste fare diversamente

Immaginatevi tutto e niente, immaginatevi di non sapere, ma di conoscere allo stesso tempo.
Ora prendete quella conoscenza e tenetevela stretta al petto, ora guardatela, ristringetela e gettatela via.
Il perché? ……è semplice……

Erano le 6 del pomeriggio, orario di chiusura, è il momento in cui tutto si spegne, la frenesia del lavoro, l’ansia di non finire in tempo, il rancore covato durante la giornata per le ore interminabili.
Finisce tutto alle 6.
Eravamo io e Clara, ma era come essere sola.

È lei la signorina…. Aspetti….. è lei, è leiiiii…la signorinaaaa…… Silvestri?
Sì sono io…..
Venga il dottore le deve parlare.

-Sto male-
Non sapevo che farmene di quelle parole, erano anni che le sentivo, ero stufa del suo e del mio stare male.
-Dobbiamo fare qualcosa, qualsiasi cosa, non ne posso più di stare così-
Due anni, due interminabili anni passati con lei, non avevo più niente, nemmeno le mie cose.
Giravamo per la città, io e Clara, senza scopo alcuno se non quello, come la maggior parte di noi, di racimolare qualche soldo.
Conoscevamo ogni angolo di ogni stazione, sapevamo dove andare, perché andarci, con chi parlare, chi ascoltare, avremmo potuto tracciare la mappa della città ad occhi chiusi.
Perché Clara?
Era con lei che mi ero fatta per la prima volta, era l’unica che era disposta a stare con me, forse sbagliava, magari se non l’avessi incontrata sarei cambiata molto prima.
-Potremmo andare in stazione magari si trova qualche cosa, forse ci sono gli altri che ne hanno un po’- Passeggiamo ciondolanti, i pensieri sulla mia vita si accavallano lasciando solo un senso di vuoto.
-No!… basta! bisogna trovare un’altra maniera che ci permetta di uscire da questa situazione una volta per tutte.-

abbiamo analizzato attentamente l’ecografia all’utero, volevamo quindi informarla della situazione.

Sono le 6, orario di chiusura.
Avevo una felpa viola scuro, i pantaloni della tuta mi erano larghi, mi cascavano scivolando dalla vita, dovevo tirarli su continuamente. Avevo fame.
Vidi il minimarket, era piccolo, dentro ci lavoravano un signore e una signora, era fattibile, non sapevo come, ma era fattibile.
Avevo sentito di persone che avevano…….
-Entro, prendo tutto e me ne vado… scappo di lì … si! si! proprio per di lì voglio scappare, e chi mi becca ?….Clara? Tsk.. ha solo paura lei, è quella che ci frega a noi, la paura, ma in una maniera o nell’altra bisogna trovare una soluzione o no? Bisognerà trovare una soluzione?!. Clara si è rifiutata…. Peggio per lei vorrà dire che non le darò nemmeno un centesimo, manco uno, come è vero Dio nemmeno uno gliene lascio!.-
Quartiere di periferia, vedo la signora che esce e prende il cartello che indica gli sconti, la guardo, mi guarda, sorride.
-Non posso tornare più in dietro, in fondo che ho da perdere? Quella ride ma tu non farti intenerire mi raccomando.-
Mi tremavano le mani, non sapevo come entrare, cosa fare una volta arrivata, cominciai a sudare freddo e a dare la colpa a Clara, al fatto che non è venuta.
Il vecchio era dentro che faceva il resoconto della giornata, un ultimo cliente arrivò per prendere molto probabilmente la cena della sera stessa.
Scese dalla macchina correndo, prese una piada confezionata e se ne andò, ringraziando il vecchio che prese i pochi euro e li mise dentro la cassa.
Lì guardai un’ ultima volta, non avevo scelta in fondo, avrei voluto dire di poter fare diversamente, ma sarebbe stata una cazzata, non avevo altra maniera che quella.

è morto ormai….il feto, non c’era più niente da fare, lei è tossicodipendente vero?
……

Giro l’angolo di fianco al Market, le luci accendono e spengono un piccolo mattoncino del muro di fronte a me.
Vedo un bidone e mi ci nascondo dietro, mi guardo dentro le tasche e nel frattempo penso a cosa sarebbe meglio fare, forse è il caso di urlare, oppure di entrare con calma facendo finta di voler comprare qualcosa.
Non è poi così facile come fanno vedere nei Film. è vero li arrestano tutti.
Ma forse è solo perché non se la sono studiata bene, non è detto che capiti pure a me.
Vedo che tremo un po’.
Continuo a frugare nella tasca, mi pizzica il dito…… eccola finalmente……
Mi accovaccio il più possibile per non essere vista, tiro su le maniche, ho viole dappertutto sembra che non mi sia mai tolta la felpa.
Non ho più vene, ma qualcosa prendo. Tiro su il sangue da non so dove, mi fa male, ancora male, sono stufa di tutto questo male.
Prendo la siringa, gli metto il tappino, la infilo nella tasca della tuta e la tengo stretta.
L’altra mano è libera, non so per cosa ma è libera.
Prendo un grosso respiro.
Tutto ad un tratto sembra che la strada sia brulicante di persone, tutti lì ad aspettare che io lo faccia.

Entro, sento l’aria fredda del congelatore di fianco a me, mi accoglie la signora che esce dal retro con un sorriso stampato in volto.
Capelli bianchi, se fossero stati sciolti gli sarebbero arrivati almeno almeno fino alle guance, ma ora li aveva raccolti su di un piccolo gomitolo al centro della testa.
Una lunga veste da commessa era appoggiata sul petto, slacciata dal nodo.
Sento in lontananza -Digli che è chiuso ormai!- lei mi guarda e risponde – è una ragazza! ci penso io!- è questo il momento.
-Perdona mia marito è un vecchio scorbutico, hai bisogno?…….Scusa, hai bisogno?-
Sento i passi di lui dal retro, sta arrivando. –Cara….. se ne è andata? Che stai facendo?-
La siringa che ho nella tasca mi si è incastrata nel tessuto della tuta, la tiro fuori.
-Scusi signorina sta bene?-
Vedo che il signore ha in mano una cassetta che appoggia sul bancone.
Ora è silenzio, solo il frigo parla, con il suo gelare, il brusio viene interrotto.
-Dammi la cassetta-

Le cause penso siano ovvie la mancata nutrizione e lo stile di vita non consono hanno provocato un……

Stringo in mano la siringa a pochi metri dalla faccia della signora.
-Dammi la cassetta ho detto!-
Lei tace, lui pure, fino a che non mi avvicino allungando il braccio.
Ora impallidisce, io pure, forse più di lei.
è scuro, so che fa paura il sangue di un tossico, so che nessuno rischierebbe talmente tanto.
-Tranquilla- dice lui.
-Io sono tranquilla! sei tu che mi sa che non lo sei, ti ho detto di darmi la cassetta!-
Me la porge, è pesante.
Finalmente sono finiti i problemi, le ansie, ora sono…..
-Esco da qui e vado in stazione, a Clara non gliene do nemmeno un po’-
Apro la cassetta, sono emozionata come i primi regali di Natale di cui ho memoria, la pancia mi formicola, finalmente…….. affettati….. apro la cassetta e trovo affettati di ogni tipo, prosciutti, salami… ma niente soldi nemmeno un centesimo.
Comincio a gridare, a dire di non prendermi per il culo, poi mi accorgo di non aver nemmeno tolto il tappo dalla siringa.
-Senti… magari possiamo darti una mano, se metti giù quella.-

A questo punto le conviene operarsi, nel caso non avvenga una espulsione spontanea del feto e poi pure…..

Prendo il tappo e lo tolgo, mi accorgo di tremare e di avere la vista appannata.
-Non può darmi una mano, non può darmi le cose di cui avrei bisogno, lui non può, non può ridarmele!.-
Mi si avvicina con la mano a mezz’aria, molto lentamente, continuando a dire che mi devo tranquillizzare.
La signora è ferma che guarda lui e me.
-Non ti avvicinare!- gli grido io.
Ma lui continua a farlo, a calmarmi e ad avvicinarsi sempre di più.
Non doveva andare così, dovevano avere paura di me, dovevano darmi i soldi e basta.
E ora cosa faccio?.
Sento il petto scalciare ovunque, i singhiozzi mi affogano, faccio un rapido passo verso il vecchio, lui indietreggia, si rende conto che ora è meglio fermarsi.
La signora continua a essere paralizzata. Ancora silenzio, ancora il frigo.
Mi guardo intorno, mi vedo riflessa nello specchio del bancone.
I pantaloni mi cascano, sono pallida, ho una siringa puntata contro una signora.
Mi è sfuggito tutto dalle mani.
Non ho le forze nè il coraggio di farlo, di prendere il vecchio e appoggiargli l’ago al collo, non lo farei mai.
Sembra che stiano capendo che nemmeno io so quello che faccio, la signora si gira prende il telefono e alza la cornetta.
Non la fermo in nessuna maniera, non saprei nemmeno come in fondo.
Abbasso il braccio, il vecchio emette un lungo soffio di pace.
La manica copre la siringa, continuo a vedermi riflessa, penso a come sarei stata se non avessi abortito, penso a come sarei stata se avessi continuato a studiare, penso a come sarei stata se avessi avuto le cose di cui ho bisogno.
Vedo il negozio che si riempie di luci rosse e blu, le sirene arrivano, sento il loro rumoreggiare come una colonna sonora.
Tiro su l’altro braccio, quello che pensavo essere inutile, me lo appoggio alla fronte e premo, un po’ per rabbia, un po’ per dispiacere.
Lascio cascare la siringa.
I rumori delle portiere, mi dicono di tenere le mani in alto, la signora guarda i carabiniere e gli fa capire che non ce ne bisogno, comincio a piangere bagnando i motivi geometrici del pavimento del Market, lei corre incontro al marito e lo abbraccia.
Sento le mani legarmisi dietro, il freddo delle manette, non oppongo resistenza, mi scivola il cappuccio e mi vedo ancora una volta riflessa, alternata dalle luci rosso e blu delle sirene.
Mi fa male quando mi prendono, sono piena di lividi.
Li vedo un’ultima volta abbracciati, mi guardano andare via, vedono la mia testa perdersi nei sedili dietro, nemmeno io so dove è finita.
Ripenso a ciò che è successo, alla droga, ai miei, al mio ragazzo, a mio figlio…..

Immaginatevi di perdervi,
immaginatevi di fare degli errori mentre siete persi,
immaginatevi di amare gli errori che avete fatto,
immaginatevi ora che uno di quegli errori è dentro di voi,
immaginatevi di essere stati travolti da tutto.
Vi giuro che anche io avrei voluto che andasse diversamente,
Immaginatevi tutto e niente, immaginatevi di non sapere, ma di conoscere allo stesso tempo.
Ora prendete quella conoscenza e tenetevela stretta al petto, guardatela, ristringetela e gettatela via.
Il perché? ……è semplice……. Non potreste fare diversamente.

KIDANE