La nostra scelta

Una vita dedicata ai ragazzi che hanno bisogno di aiuto. L’esperienza di tre volontari di San Patrignano

di Silvia Mengoli

Poter contare su qualcuno, nel momento del bisogno, quando ti mancano le forze per andare avanti, ma vuoi farcela a tutti i costi. So cosa vuole dire. L’ho provato. Mi diagnosticarono una brutta malattia. Ero molto giovane”. Un male che Lorella cercò di combattere “con la grinta dei vent’anni e l’illusione di spaccare il mondo. A quell’età non pensi mai di dover morire e io mi sentivo invincibile come accade a tutti i ragazzini. Ho affrontato la mia malattia con ottimismo: le cure, gli interventi. Ce l’ho fatta. E’ stata dura, ma ho rimesso in piedi la mia vita”. Il lavoro, l’attività sportiva, le amicizie. “Vivevo tutto intensamente. Per un po’ mi è servito. Ma sentivo che mi mancava qualcosa. Volevo dedicarmi agli altri, sentirmi utile. Esserci per qualcuno, quando ha bisogno di una mano tesa. E, soprattutto, vivere rapporti veri, basati sull’attenzione per l’altro, sulla condivisione di valori e sulla profondità dei sentimenti. Mi capitò di venire a San Patrignano a trovare degli amici che si erano trasferiti qui per dare una mano alla comunità. Ritornai un’altra volta, poi sempre più spesso. Fino alla decisione di restare. Per aiutare, nel mio piccolo, chi è in difficoltà”. Sono molte le persone che dedicano molto del loro tempo all’impegno sociale e c’è anche chi ha scelto di abbandonare ogni cosa per donare al prossimo ogni momento della sua vita: tutti i giorni, tutto il giorno. Come Lorella: “Non mi sono trasferita subito”, spiega, “dovevo sistemare alcune cose con i miei genitori, il lavoro. Non era facile. All’inizio venivo a San Patrignano tutti i pomeriggi, di mattina continuavo a lavorare a Imola, nella ditta di mio fratello. Un impegno a metà che è durato due anni, poi mi sono stabilita qui, definitivamente. Era l’agosto del 1994, aveva trentatrè anni. Facevo assistenza ai malati di Aids, ricoverati in comunità”. Tossicodipendenti, persone con problemi psichiatrici che San Patrignano accoglie e assiste facendosi carico di tutto, dalle competenze mediche e infermieristiche, al sostegno psicologico, umano, morale. “Persone alle quali cerchiamo di non far sentire il peso della malattia, ma di far loro vivere il calore di un ambiente diverso dagli altri ospedali” Come in una famiglia. “Vivo a San Patrignano, ormai da tredici anni”, aggiunge Lorella. “Mi sono sposata e ho due bambini. Durante la prima gravidanza ho smesso di fare assistenza nel reparto di malattie infettive. Da allora mi occupo dei lavori d’ufficio: cartelle cliniche, distribuzione dei farmaci, controllo delle terapie retrovirali che vengono fornite sotto osservazione diretta, caso per caso. Un impegno che porto avanti , assieme ad un gruppo di ragazze e ragazzi che stanno affrontando il loro percorso di recupero in comunità. Condivido, giorno dopo giorno, la loro crescita umana e professionale. Un altro modo di sentirmi utile, un’altra occasione per esserci quando qualcuno ha bisogno di una mano. In qualsiasi momento: tutti i giorni, tutto il giorno”.

La stessa scelta che fece Lina, quasi trent’anni fa, quando San Patrignano iniziava i suoi primissimi passi. “Una bella famiglia, un matrimonio, tre splendidi figli. Ai quali cercavo di insegnare valori e principi in cui credere e per cui lottare: amore, solidarietà, aiuto al prossimo. Io stessa dovevo essere un esempio per loro. Non bastavano le parole. Conobbi Vincenzo Muccioli. La pensava come me e come le altre persone che hanno deciso di condividere questa esperienza: dovevamo impegnarci concretamente, dimenticando il più possibile noi stessi ed i nostri egoismi per aprirci agli altri, amarli e vivere per loro”. All’inizio erano venti i volontari che hanno dato vita all’esperienza di San Patrignano. Oggi sono oltre 160 gli operatori ed educatori, in gran parte ex tossicodipendenti, che hanno scelto di condividere ogni momento della giornata con i ragazzi, sostenendoli nel difficile cammino di recupero dall’emarginazione. “Nel 1982 ci trasferimmo tutti a San Patrignano: io, mio marito, i miei figli. L’ultima nacque qui, qualche anno dopo. Mi occupo della lavanderia, un centro di formazione professionale esclusivamente femminile. Franco, mio marito, è addetto alle provvigioni ed è uno dei responsabili delle stalle suini. I miei figli sono cresciuti con gli altri ragazzi. Hanno studiato. Se devo essere sincera”, sottolinea Lina, “io non mi sento una volontaria. San Patrignano è la mia famiglia, la mia casa. Per i ragazzi, io ci sono sempre, in ogni momento. Come per i miei figli”. Per affrontare insieme a loro ogni istante del loro percorso. Per esserci davvero e condividere le fatiche di questa esperienza. “Solo con le parole non si ottiene niente. Bisogna procedere passo dopo passo al loro fianco, perché è con l’esempio che si contribuisce alla loro crescita umana”. Così come a quella professionale. “Il lavoro serve ai ragazzi, ma non è il fine della comunità”. E’ un mezzo attraverso il quale riconquistano la dignità e l’autonomia, si sentono protagonisti del loro percorso di recupero e raggiungono una professionalità spendibile sul mercato, importante per rifarsi una vita. Qualcuno ha deciso di restare a San Patrignano per restituire il bene ricevuto e donarlo a tanti altri giovani con gli stessi problemi. Come Adele e Carmelo, arrivati in comunità nel 1985. “Ero tossicodipendente da otto anni. Un marito con cui condividevo quella esperienza e un figlio. Decidemmo di venire qui per lui. Finito il nostro percorso abbiamo deciso di restare. E’ stata una scelta naturale, che si rinnova ogni giorno. Cristiano ha concluso l’università, si è trasferito per lavoro. Questa rimane la sua casa. Lo abbiamo lasciato libero di decidere. Quello che ha appreso a San Patrignano, lo accompagnerà ovunque”.