Il nostro obiettivo è il recupero

Panoramica Sanpa

Le droghe non sono mai state tanto diffuse come ora, così come il malessere, spesso non riconosciuto, che porta i giovani a consumare queste sostanze. In Europa 45 milioni di persone hanno provato la marjiuana, un adolescente su sei l’ecstasy, la cocaina dilaga, l’eroina trova nuovi accoliti oltre a vecchi consumatori. Soprattutto, scendono l’età del primo approccio (che avviene ormai verso i 13 anni) e il periodo di passaggio fra le sostanze. Oltre il 63 per cento arriva alle droghe pesanti entro i tre anni dal primo contatto con le stesse; oltre il 75 per cento dei tossicodipendenti lo diventa tra i 10 e i 17 anni e oltre il 95 per cento consuma più tipi di droghe contemporaneamente. È stato un bene separare le droghe in leggere o ‘buone’ (che si possono prendere con moderazione) e pesanti o ‘cattive’? No. Ha peggiorato le cose. Ha prodotto risultati legalizzare le prime per distinguere i mercati? Ancora no. Ha aumentato i consumi.

Cosa ha pagato in questi anni? Non i trattamenti sostitutivi con metadone a mantenimento o, peggio, con eroina di Stato. Hanno mostrato di mirare solo al ‘controllo sociale’, creando dei condannati a una morte solitaria. Non certo la ‘riduzione del danno’: dobbiamo ad essa la confusione che i nostri giovani vivono, sommersi da fuorvianti e spesso dannose informazioni su un uso senza rischi della droga. Hanno funzionato invece molti dei tanti programmi educativi che, dal ’75 in poi, hanno salvato migliaia di ragazzi, riconsegnandoli a se stessi e alla società come persone libere. E fra questi, quelli a lungo termine (oltre due anni), residenziali e drug–free, cioè che non prevedono l’utilizzo di farmaci o droghe sostitutive. Se l’unico obiettivo accettabile è, quindi, prevenire il malessere giovanile e recuperare i tossicodipendenti, il primo strumento è una rigorosa, indipendente e apolitica ricerca scientifica sui risultati, che dica una volta per tutte cosa funziona e cosa no. Dobbiamo investire sull’efficacia e non su ‘tutto e il contrario di tutto’. Senza penalizzare nessuno, ma capendo cosa stiamo facendo, migliorandoci ed andando tutti nella direzione giusta.

Secondo: creare un coordinamento. E’ anacronistico e assurdo che nel nostro e in altri Paesi le competenze su una materia vasta e complessa come la tossicodipendenza siano frammentate, con evidenti perdite di tempo, di risorse economiche e di energie da parte di istituzioni ed operatori. Creiamo un unico referente che applichi le linee strategiche di fondo decise dal Governo, coordini gli sforzi dei vari ministeri e sia dotato di una sufficiente autonomia di azione. Più vicino ai bisogni delle persone, dei ragazzi e delle famiglie che vivono questo drammatico problema.

Terzo: aumentiamo il numero delle strutture per far uscire i tossicodipendenti che ne hanno diritto dal carcere, affidandoli a percorsi di recupero alternativi alla detenzione e per dare una casa, una famiglia, una speranza ai giovani, spesso emarginati, che insieme al consumo di droghe hanno sviluppato forme psichiatriche. Sono sempre di più.

Ma tutti questi problemi sono secondari rispetto a quello che noi educatori consideriamo l’obiettivo centrale: dare un contenuto concreto e tangibile alla parola prevenzione. Un baratro sempre più profondo di indifferenza e superficialità separa il mondo degli adulti dai giovani e in questo baratro crescono il disagio e la voglia di fuggire. Diamo loro un contributo, luoghi fisici ma, soprattutto, persone disponibili ad ascoltarli e ad aiutarli a costruire se stessi, il loro progetto di vita. Penso a dei centri facoltativi, a basso costo, e ad alto tasso di partecipazione volontaria di adulti, in aiuto alla famiglia e alla scuola, dove i ragazzi possano studiare, imparare un mestiere, un’arte, scoprire un interesse, appassionarsi alla vita insieme a volontari, a professionisti, anche ad aziende. Basta poco per farli, (pensiamo a tutte le strutture male o poco utilizzate), ma valgono molto. Sono la nostra proposta per un mondo libero dalla droga.