La notte che ho scelto la comunità

Arrivai la sera, verso le dieci, con una cinquecento rubata. Faceva freddo, pioveva. Eravamo tanti: chi buttato a terra si proteggeva con una coperta, chi camminava avanti e indietro, chi imprecava”. C’erano anche molti padri e madri. Ricordo un ragazzo con i capelli lunghi e neri, appiccicati al viso: all’improvviso, sbiancò e cadde; gli altri, intorno, urlavano ma non sapevano che fare. Qualcuno disse: tranquilli, è una crisi epilettica: bisogna tirargli fuori la lingua dalla bocca altrimenti soffoca! Poi, da dietro il cancello della comunità, arrivarono di corsa quattro persone e lo portarono all’ospedale. Non l’ho più rivisto. Era il Natale del ’96”.

Ida non ha la faccia della ragazza acqua e sapone. Capelli lunghi e castani su un volto indurito, sorride incuriosita guardando la sua foto: “Questa ero io?”, chiede sottovoce. “Sembro una morta, ammazza che espressione!”. Poi, d’un tratto, si volta verso la finestra e si fa seria: “Questo posto mi è servito molto, anche se è stato faticoso adattarmi. Ho dovuto ingoiare molto, ma sarò sempre grata a chi ha lottato con me e non si è mai arreso”. Oggi Ida vive a Rimini. Ha trovato lavoro prima in una lavanderia industriale, poi in un’impresa di pulizie. Abita in una stanza che divide con un’altra ragazza: “A lei non ho detto niente del mio passato: a volte penso che mi piacerebbe farlo, ma non so se verrei compresa”. Pochi soldi e contati, sveglia ogni giorno alle quattro di mattina, una vecchia bicicletta nera nell’androne del palazzo, “ma sto riprendendo la patente, me l’avevano tolta qualche anno fa”: queste le sue certezze, conquistate a fatica dopo anni e anni e anni di strada.

Su Ida, su quelli come lei, nessuno avrebbe scommesso una lira. Un fratello poco più grande che si è inguaiato spacciando cocaina ed è finito in carcere, un padre duro, prepotente, violento, che però, dice lei, “ora si è fatto vecchio ed è cambiato”, un solo ragazzo, Enzo, con cui un giorno ha deciso di entrare in comunità: “Per assurdo devo tutto a lui: era un ‘coatto palestrato’ con un sacco di soldi. Un giorno, ubriaco e pieno di psicofarmaci, puntò il coltello alla gola del padre. Lo denunciarono e il giudice gli disse: «Se accetti di andare a San Patrignano, metto a posto tutto io con i tuoi»”. Sono arrivati insieme quella sera. Enzo dopo qualche giorno se n’è andato. Lei no. Si è chiesta tante volte perché e ancora oggi se lo chiede, ma l’unica risposta che sa darsi è: “Volevo cambiare”.

Ida era ribelle nelle cose, non a parole: l’infanzia passata in un paesino vicino a Pescara, le scuole magistrali come volevano a casa, anche se a lei piacevano le lingue, gli studi interrotti perché “a mio padre gliela dovevo far pagare. A quattordici anni, ho cominciato a frequentare un gruppo di ragazzi più grandi”, racconta tormentandosi le mani gonfie e arrossate da anni di pere. “La mia strada era segnata: a quindici, già aiutavo i pusher a dare in giro le bustine di eroina, a sedici avevo la mia ‘roba’ da piazzare. I malavitosi del quartiere che bazzicavo mi trattavano già alla pari. L’importante, in quel mondo, era non farsi sopraffare”.
In famiglia facevano finta di niente: il padre aveva una ditta di trasporti quindi non c’era mai, la madre, casalinga, non riusciva a starle dietro. Sapevano e non sapevano, ma i soldi glieli passavano comunque. Ida vendeva. E più vendeva, più finiva in galera.

Una, due, tre volte… dentro, fuori, dentro, fuori. Fino a quel giorno, la vigilia di Natale del ‘96, quando lui, spaventato dall’idea di finire ancora in galera, la convinse a salire sul treno. Ida al cesso a bucarsi. Enzo a guardare dal finestrino: Pesaro, Cattolica, Riccione… “Esci, che siamo arrivati!” le urlò lui da dietro la porta. “Calmati, arrivo…”. Scesero e si incamminarono verso l’uscita della stazione. “Scusi, dov’è San Patrignano?”, “A venti chilometri sulla statale per San Marino”, rispose, frettoloso, un tipo sul binario. Con quella cinquecento, rubata in una stradina buia dietro la ferrovia, ci vollero sì e no venti minuti per arrivare. Erano più di cento fuori dai cancelli della comunità, i volti tirati e sfatti come i loro. “Io, completamente inebetita, andavo di qua e di là, non mi reggevo in piedi. Ogni tanto, qualcuno sgaiattolava nei campi. Si nascondeva dietro un cespuglio e tirava fuori la siringa dal calzino. Verso mezzanotte, finalmente, arrivò Andrea. Tutti avanzarono verso il cancello. Due ragazzi presero i nomi. Entrammo e ci portarono in salone”.

Accogliere chiunque lo chieda, la sera di Natale, è una sorta di rito, una tradizione sempre uguale. A mezzanotte, mentre tutti festeggiano, si abbracciano e si fanno gli auguri, un gruppo di ragazzi si avvia verso l’ingresso della comunità: “Venite, c’è il panettone. Poi penseremo a domani”. Salgono tutti lungo il viale. “Ricordo poco di quei momenti: la grande sala, la gente seduta ai tavoli, i canti, i regali, le ragazze vestite da angelo”, racconta Ida. “Qualcuno mi accompagnò al bagno perché volevo lavarmi il viso, ritornai in sala barcollando e mi sedetti al tavolo: intorno girava tutto, non avevo fame e mi addormentai sul piatto con il pandoro”.

Enzo e Ida passarono i primi giorni nell’ospedale della comunità. Una mattina, lui andò in camera sua a svegliarla. Era nervoso, agitato: “Basta, non ce la faccio più, voglio andarmene, sto male. Che fai, vieni con me?”. Lei si girò dall’altra parte. E lui: “Maledetto il giorno che abbiamo deciso di venire. Qui sono tutti fuori di testa, non capiscono niente… Deciditi. Vieni?”. Tiziana, che aveva passato la notte accanto al suo letto, si era accorta che, anche se solo un po’, Ida aveva voglia di restare. Pensò che era meglio separarli. “Ero molto innamorata di Enzo e, quando mi hanno detto che non ce l’aveva fatta ed era voluto andare via da San Patrignano, sono stata male. Fino ad allora mi ero sempre raccontata che io, della comunità, non avevo bisogno, ero lì solo per accompagnare lui. Dopo qualche giorno, uscii dall’ospedale e mi destinarono al gruppo della lavanderia”.
Le ricorda tutte, Ida, le sue compagne di stanza di allora. C’era Sonia, poi una ragazza tedesca, una “triste ma veramente triste” di Torino, un’altra di Vicenza, la biondina di Forlì. E Vanessa, capelli rossi, omosessuale. “Aveva un carattere molto forte, voleva primeggiare. Io non riuscivo a sopportarla e, ogni volta che la vedevo, m’incazzavo.

Un giorno, Ida e le altre erano di turno al lavaggio dei piatti. Cominciò con uno scherzo: schizzi d’acqua dal lavandino. Nella grande cucina, le ragazze si inseguivano fra pentoloni e brasiere. Lo scherzo divenne presto rissa: “Avevo preso Vanessa per i capelli e la tiravo da una parte all’altra. Le altre cercarono di mettersi di mezzo. Ma io menavo”. Arrivò Lina, la responsabile del gruppo. E lì, davanti a tutte, Ida le sputò in faccia tutta la rabbia che aveva nascosto fino a allora: “Non ne posso più, qui non ci voglio più stare, fatemi andare via…”.

Chissà dove sarebbe ora se lo avesse fatto. Quella sera, Lina la chiamò nel suo ufficio e le disse che, dal giorno dopo, non sarebbe più stata in camera con le altre, ma in una villetta nel villaggio, dove abitavano le ragazze madri. “Avevo una camera tutta per me e cominciai ad occuparmi di Roberto, il figlio di una di loro. Continuavo a fare sciocchezze, ma ero più tranquilla, più rilassata. Iniziai a sentirmi a casa mia.
Ho faticato molto per modificare il mio carattere”, dice oggi Ida. “Ero molto aggressiva, alzavo le mani se non riuscivo a farmi capire con le parole. In questi anni, ho pensato spesso ad Enzo. Lui, dopo San Patrignano, è stato subito arrestato. Poi, è andato in un’altra comunità. Ma per troppo poco: solo sei mesi. Mi ha scritto dicendomi che era contento per me. Gli ho risposto due volte: sapevo che, tornato a casa, avrebbe ricominciato a farsi come prima». Ida no. Lei si sveglia tutte le mattine alle quattro. Si fa il caffè cercando di non fare rumore. Prende i vestiti in fretta e scende le due rampe di scale. Fuori è ancora notte e c’è la bicicletta: “Quando mi restituiscono la patente, compro subito una macchina usata, un vecchio scassone”. Si sta facendo tardi. Nell’impresa di pulizie l’aspettano. Bisogna pedalare.

(da San Patrignano, Gente Permale, Mondadori Editore)