Oltre la Comunità

Sette ragazzi su dieci, una volta completato il programma, abbandonano definitivamente la droga. E’ il principale dato messo in evidenza dall’ultimo studio condotto su ex residenti di San Patrignano. Che dice anche molte altre cose.

di Carlo Forquet

72 per cento: è la percentuale, incredibile, di persone che non utilizzano più droghe dopo aver completato il percorso di recupero a San Patrignano. Sancita, per la prima volta in Italia, da una ricerca indipendente – lo “studio multidisciplinare di ritenzione in trattamento e fallow-up su un campione significativo di ex residenti di una comunità (Oltre la comunità, Franco Angeli editore, Euro 12,00)” – svolta dalle Università di Urbino e Pavia.

Un lavoro “rivoluzionario”, perché basato sul duplice apporto dell’indagine sociologica (curata da Giorgio Manfré e Giuliano Piazzi) e delle cosiddette scienze dure, rappresentate da un’ équipe di tossicologi guidata da Aldo Polettini.

A quest’ultima è stato affidato il compito di certificare, attraverso accurate analisi di campione biologico (capello) e quindi in modo scientificamente indiscutibile, la condizione drug free dei partecipanti allo studio, con retroattività di cinque mesi e la possibilità di accertare tipologia e quantità delle eventuali sostanze assunte.
Ebbene: stando ai dati – sottolineamo inopinabili – in media sette ragazzi su dieci hanno vinto, e a distanza di anni, la loro battaglia contro la droga.

I ragazzi restano e si salvano

Ma andiamo con ordine, perché l’obiettivo dei ricercatori, in realtà, era più complesso e articolato. Per quanto riguarda la parte tossicolgica, si trattava di valutare la condizione esente da droghe delle persone che svolgono il programma; quindi, di misurare quella che gli esperti chiamano ritenzione in trattamento, cioè la percentuale di ragazzi che proseguono nel percorso dopo un periodo prestabilito; infine, il numero di coloro che, dopo averlo concluso, possono essere considerati “recuperati”.

Per quanto riguarda l’uso di stupefacenti in comunità, sono state riscontrate tre positività (due al metadone e una alla cannabis) su un campione rappresentativo di 100 ragazzi accolti dal 1999 al 2002.
Estremamente contenute le quantità rinvenute, a testimonianza, spiega Polettini, “di un ricorso occasionale alla sostanza” del quale nessun operatore era al corrente o di un difetto di metabolizzazione della stessa (visto il poco tempo intercorso dall’ingresso). Eccezionale, invece, il dato sulla Rit (ritenzione in trattamento, ndr): il 66 % dopo un anno di comunità, il 53% dopo due anni ed il 45% dopo tre anni (dato disponibile solo per gli ingressi nel ’99) continuano il programma senza interruzioni. Sono numeri. questi, ottenuti sulla totalità dei tossicodipendenti accolti nel ‘99, 2000, 2001 e nei primi sei mesi dello ’02. Per comprenderne appieno il valore, basta pensare che viene considerata alta dalla letteratura scientifica internazionale la percentuale di ritenzione in trattamento a dodici mesi del 37% ottenuta dal metadone (che per di più non risolve la tossicodipendenza ma è solo un farmaco sostitutivo); e che le migliori comunità non superano il 20 – 35% (La valutazione dei trattamenti, E. Gori), tanto che, nelle loro conclusioni, gli autori dello studio europeo Vedette sui trattamenti per la tossicodipendenza sostengono testualmente, ed anche un po’ pretestuosamente: “Il mantenimento metadonico ritiene significativamente di più della comunità terapeutica”.

Lapalissiano, direbbe qualcuno. Ma tant’è.
Passiamo, invece, al dato più importante, ottenuto su un campione di 511 ragazzi usciti da San Patrignano con e senza consenso (rispettivamente 408 e 103) nel 2000/’01/’02, dopo almeno tre anni di percorso.
La rilevazione ha consentito di raccogliere informazioni attendibili (dirette, con l’analisi del capello, e indirette, attraverso notizie certe di ricaduta) su 287 persone, mettendo in evidenza un tasso medio di esiti postivi a distanza di due, tre e quattro anni del 72%, con picchi del 78 % fra coloro che hanno completato il programma d’accordo con la comunità. Non esiste, a livello mondiale, nessuna struttura di recupero dalla droga che possa dichiarare risultati simili, certificati da soggetti terzi con metodi scientificamente inattaccabili.

Non esistono irrecuperabili

La parte sociologica della ricerca, realizzata attraverso la somministrazione “faccia a faccia” di un questionario intervista allo stesso campione di ex ospiti, non è meno interessante. Manfré e Piazzi (quest’ultimo autore di altre ricerche su San Patrignano, ndr) ne mettono in evidenza alcuni aspetti qualificanti, che confermano le risultanze dei precedenti studi (San Patrignano tra Comunità e Società, Terapia ambientale ed effetto città e La comunità capovolta, Franco Angeli editore). Innanzitutto, il range costituito dalle professioni che i ragazzi oggi svolgono: ben 135 lavori diversi, da cui si evince che “il matching tra formazione professionale appresa in comunità e le esperienze del mercato del lavoro non è occasionale, ma frutto di un ‘saper essere’, cioè di una flessibilità e capacità di auto adattamento notevoli”.

In secondo luogo, la conferma che gli irrecuperabili non esistono. Ben 97 persone, sulle 252 che hanno partecipato all’indagine, hanno dichiarato un periodo di tossicodipendenza superiore agli 11 anni, e 51 di questi di oltre 16 anni. Ebbene: il 60 per cento “non solo è vivo e vegeto ma ha abbandonato l’esigenza delle droghe come forma di mediazione del rapporto tra sé e il mondo. Una popolazione con queste caratteristiche”, sottolineano i sociologi di Urbino, “non sarebbe, secondo l’attuale logica delle ricerche scientifiche, nemmeno dovuta entrare in un qualsiasi programma drug free, ma al massimo essere inserita in un programma ‘a mantenimento’ chimico”.

Andando avanti, i dati evidenziano un alto livello di autonomia: solo 1/3 (il 33%) del campione studiato vive con i genitori e, dei restanti 2/3, 115 hanno una famiglia propria, nella maggior parte dei casi con figli. “Ciò dimostra”, spiegano Manfré e Piazzi, “un human functioning – per utilizzare un termine di Amartya Sen – che va oltre il puro reinserimento sociale per toccare le stesse possibilità di vita”.

Infine, il tema della dipendenza dalla comunità, che nel passato ha rappresentato una delle ‘idee forti’ dei critici di San Patrignano. “Tutte le risposte ottenute”, precisano i ricercatori, “denotano una frequenza di rapporti che va dalla totale assenza a relazioni sporadiche e saltuarie; il che, ovviamente, non significa che non si nutra affetto e gratitudine, testimoniate dalla frase “San Patrignano è una famiglia e la sua porta sarà sempre aperta per me”, ma che anche all’oppositore più acerrimo apparirebbe arduo sostenere che le 252 persone in studio fossero affette da dipendenza da comunità”.

La ricerca sociologica si conclude con alcune considerazioni sui tossicodipendenti “ricaduti”. Quattro le principali: gli insuccessi sono maggiori nelle persone uscite senza consenso (37%) che nelle altre (17,6%); le donne ricadono meno (11,5% a fronte del 22% degli uomini); la permanenza in comunità, come era lecito aspettarsi, incide sulle ricadute (il 28% nelle persone che si sono fermate da tre a quattro anni, il 16% tra quattro e cinque, l’11 per quelle oltre i cinque); l’incidenza dei fallimenti, infine, è maggiore tra coloro che sono tornati nella stessa città in cui abitavano prima dell’ingresso e tra quelli che sono tornati nella famiglia di origine. “La rottura con l’ambiente di provenienza”, concludono Manfré e Piazzi, “appare quindi come un elemento significativo per stabilizzare i risultati raggiunti nel lavoro su se stessi svolto in comunità”.

Dedicato a Vincenzo

Scrivono gli autori nel risvolto di copertina: “Questo libro è dedicato a Vincenzo Muccioli, che ha fondato San Patrignano nel 1978 e l’ha guidata fino alla sua morte, avvenuta il 19 settembre 1995. Molti allora pensavano che San Patrignano non sarebbe sopravvissuta. I principi e i valori di Vincenzo Muccioli, che aveva avuto il coraggio di aprire la Comunità alla ricerca scientifica, permangono, e il lavoro di San Patrignano, anche a distanza di dieci anni, mantiene la stessa exactitude e la stessa efficacia nell’aiutare le persone in difficoltà. Siamo convinti che sarebbe felice e orgoglioso dei risultati che questa ricerca mette in luce”.
Grazie.

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Giorgio Manfré

Insegna Teoria sociologica, teoria della società e Strutture di società e semantica presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino “Carlo Bo”. Fra le sue pubblicazioni. Eros e società-mondo, Luhmann/Marx Freud, QuattroVenti, Urbino 2004; Ambiente umano e valore di scambio, QuattroVenti, Urbino 2000.

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Giuliano Piazzi

E’ professore ordinario di Teoria sociologica e di Sistemi sociali, bioetica e antropologia della memoria nell’Università di Urbino “Carlo Bo”. Fra le sue pubblicazioni: Il Principe di Casador, QuattroVenti, Urbino 1999; La comunità capovolta. Bambini a San Patrignano (con Claudio Baraldi), Franco Angeli, Milano 1998; La ragazza e il Direttore, Franco Angeli, Milano 1995.

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Aldo Polettini

E’ professore associato di Tossicologia forense e responsabile del Laboratorio di analisi chimico-tossicologiche del Dipartimento di medicina legale e sanità pubblica dell’Università degli Studi di Pavia. Ha al suo attivo oltre 60 pubblicazioni, frutto di un’intensa attività di ricerca svolta a livello nazionale e internazionale. E’ membro di comitati editoriali di riviste scientifiche e di comitati scientifici.