Perché diciamo no alla marijuana legale. La risposta di San Patrignano a Veronesi

Ci ha colpito molto una frase dell’oncologo di fama mondiale ed ex ministro della salute Umberto Veronesi, scritta domenica sulla prima pagina del vostro quotidiano a difesa della marijuana libera.

“Non dimentichiamo – argomenta l’autorevole scienziato – che la droga è la materializzazione del rifiuto dei ragazzi di una società violenta e ingiusta”. Un’asserzione che poteva avere un fondamento negli anni ’70 quando l’esplosione della tossicodipendenza era il gesto frustrato, impotente e, per certi versi, nichilista di chi di si autodistruggeva ben sapendo a cosa andava incontro. Ma sono passati decenni. Oggi la cannabis è divenuta un bene di consumo “normale”, con dentro nulla di trasgressivo ma solo la caratteristica specifica, come sostanza stupefacente, di bloccare la crescita emotiva delle persone e dei ragazzi in particolare, impedendo loro di affrontare con la dovuta responsabilità e libertà le piccole e grandi decisioni che la vita ci impone.

Ci sono decine di ricerche pubblicate dalle più autorevoli riviste scientifiche e che il professore dovrebbe conoscere che mettono in evidenza i danni, anche gravi, provocati dal consumo a lungo andare di queste sostanze in termini di tossicità cerebrale, in particolar modo tra chi le inizia a usare da adolescente.

Recenti studi, inoltre, avvalorerebbero l’ipotesi che un uso precoce di cannabis possa aprire la strada a quello di altre sostanze. Noi adulti, istituzioni comprese, abbiamo il dovere di tutelare prima di tutto la salute e – secondo noi – la libertà delle persone più deboli, i minorenni in primo luogo, e delle loro famiglie che, altrimenti, sarebbero sole. Questo non è proibizionismo ma semplice assunzione di responsabilità, nell’interesse di quello che ogni società ha come obiettivo: il bene comune, che non può prescindere dal bene di ogni singola persona. Se n’è accorto il presidente Obama, che ha cambiato di molto la sua opinione rispetto alle sue precedenti e ben note convinzioni, esprimendo più volte chiaramente la sua contrarietà alla legalizzazione. Credo sia una battaglia molto progressista e molto italiana, nel senso migliore del termine, quella di difendere i diritti delle fasce più deboli della società, come certamente auspicano Veronesi e Saviano.