Piccole scuse per continuare a volare

Io guidavo, non avevo nessuna fretta nel farlo. Il piano era scontato, pizza a Rimini, bevuta in centro, discoteca, niente di più semplicemente consequenziale.
Con altrettanta complicità le ruote collaboravano con l’asfalto.
Ci accompagnava una punto azzurrina, tipo celo estivo, era di Giacomo che sedeva precisamente dietro di me.
Alla sua destra c’era Paolo che, come al solito, sorseggiava una birra.
Ultimamente si era fissato con la politica, andava a quegli insensati raduni patriottici che gli consigliavano solo prodotti italiani. –Paolo!- gli dissi –Ancora con sta stronzata “dell’italiano è meglio”?!, dietro ho una cassa di birra, è una marca estera, e… magari…..- – è una scelta Riccardo!.. lo so che per te è difficile concepirlo ma…..-
Mi dimenticavo sempre di quanto Paolo si infervorasse con queste cose, lo interruppi alzando il volume dello stereo, “Aerosmith”, il CD era di Giacomo che intanto dava dei ritmici colpetti sulle cosce seguendo la musica.
Gli era sempre piaciuta Claudia, tra un urlo di Tyler e un colpetto non dimenticava mai di allungare il collo per un’occhiata.

Guardavo tutto dallo specchietto, richiamavo poi all’attenzione Lucia che sedeva nel posto del passeggiero di fronte. Ci guardavamo ridendo sotto voce.
Ma poi lei tornava a spettegolare con Claudia, che le era seduta dietro.
Amavo quelle situazioni, quelle serate che trovavano ogni scusante per nascere, per esempio quella sera festeggiavamo il diploma di Paolo, arrivato con anno di ritardo allo scientifico. Nemmeno lo sapevamo.
Mi aveva chiamato alle 16:00 per dirmelo. –Riki, c’è l’ho fatta!- – Cosa?- gli dissi io –Come cosa!? A diplomarmi! Bisogna festeggiare!- – C’hai ragione! Festeggiamo, organizzo tutto io, alle 8:00 ti passo a prendere!-. Era felice.
Caricai tutti su, rinunciarono tutti ai loro impegni, ai loro fidanzati e fidanzate, lo facevano sempre. La banda era al completo, cinque, più un illegale uno che sedeva nei posti dietro era esattamente tra me e Lucia, tanto Luca non occupava tanto spazio, che scemi che eravamo.

-Cambia sta musica ti prego Riki, ogni volta sempre questa- -Comunque si vede che di musica non ci capite niente!- -Si va bè, scusate ragazzi! Abbiamo un musicista in macchina!-
Luca mi azzittiva sempre –Ok, dai Luci cambia sto CD- come al solito alla fine l’ho cambiato io
-Non lo trovo l’altro- Aveva cominciato a piovere.
-Riki- mi disse lei– Hai visto!?-
-Cosa?- -Claudia, si è spostata di fianco a lui- – Si bellissimo amore, ma dammi una mano qui che non vedo niente- – Mamma mia quanto sei….-
è stata questione di un attimo, uno zampillo di secondo.

La testa era li sotto, ero sicuro di avere il controllo della macchina, sentivo il vociferare dei miei amici. Mi ritirai su deluso di non aver trovato niente di quello che cercavo. La strada mi si presentava come sempre, grigia, asfaltata, lunga, mi è sempre sembrata un po’ stretta, le gocce che cadevano sul cofano creavano uno stato di tremore perenne.
Una Mercedes SLK di quelle grosse, di quelle belle, era nella corsia opposta, strano, ma ebbi tutto il tempo del mondo per vedergli la targa PU, tornava Pesaro. Un ometto spelacchiato, con di fianco una ragazza bionda, era l’unica cosa che vedevo di lei, i capelli; ancora ho impresso i suoi occhi ingrandirsi spaventandosi. Un abremagic color lilla ciondolava tra loro insieme a un piccolo rosario di legno.

Lei mise le mani sul cruscotto per protezione, urlando qualcosa all’ometto spelacchiato.
In quello stesso istante guardavo il simbolo illuminarsi sempre di più era sempre più vicino.
L’ometto aveva completamente sbagliato corsia. Il simbolo continuava a ingrandirsi.
Non avevo bevuto niente, ma nonostante questo i miei riflessi non erano all’altezza, solo una lieve frenata.E’ strano quel suono, le gomme che strisciano sull’asfalto , sembra come se urlassero dallo spavento, forse nemmeno loro se lo aspettavano. È vero quando dicono che in certi momenti il tempo si ferma, tutto rallenta. Capii definitivamente che non saremmo andati a mangiare la pizza quella sera, quando vidi quella specie di y ribaltata sparire dentro il mio cofano. Le lamiere delle due macchine si increstarono come il pelo di un gatto, è stata l’ultima volta che ho visto l’ometto quella sera, ancora non si era reso conto di niente, beato lui. Perché io stavo vedendo tutto.
Lucia sussultò quando arrivò l’urto, la fece sobbalzare prima avanti e poi dietro, la cintura non l’aveva salvata come neanche l’airbag esploso stupidamente tardi, giusto il tempo di ucciderla, lei era la mia ragazza.

Giacomo fece la stessa cosa, era dietro di me, ho sentito come bussare al sedile.
Non la mettevamo mai la cintura dietro, in fondo chi l’ha mai messa!?
Giacomo non fece nè versi nè suoni, solo una botta, una fortissima botta.
Paolo invece stava ancora parlando di quei raduni, pensavo sopravvivesse, quando un pezzo di lamiera gli si infranse addosso togliendomi ogni dubbio, sporcò tutta la macchina fino al posto di fronte, anche se ciò che da quell’ auto non se ne voleva andare, erano i suoi gemiti e pianti prima di spegnersi in un ultimo urlo.

Claudia si era spostata per stare vicino a Giacomo, avrei voluto che quel gesto l’avesse salvata ma il destino non se ne è nemmeno accorto. L’unico che potei vedere fu Luca, il sesto in comodo, era seduto in mezzo in quel posto in cui nessuno ci vuole mai stare. Non potevi allungare le gambe. Amavo il suo parlare, il suo intromettersi, era la fine del mondo quando allungava il collo tra il guidatore e il passeggero per raccontare una di quelle sue barzellette che conosceva solo lui. Che tipo che era! Il più piccolo di noi , aveva fatto la primina , ancora chiedeva il permesso alla madre.
Avrei preferito immaginarmelo morto dietro di me invece l’onda d’urto lo scaravento oltre la linea delle barzellette, si incastrò contro il vetro di fronte.

Quel viso, non avrei saputo riconoscerlo, era come se un estraneo fosse lì al posto suo.
Ciò che vidi della biondina, era solo il braccio che pendeva fuori dal finestrino, parecchio livido, il resto era nascosto dalle lamiere. Morirà in ospedale pochi giorni dopo.
Sicuramente la gente penserà che son queste le cose che non mi dimenticherò mai, l’urto , i lividi. La gente si sbaglia, tutto questo si potrebbe confondere con un incubo, come la sensazione di cadere. Quello che mi è rimasto, ciò che mi ha impedito di dormire e di continuare a guidare lungo quella strada sono stati i minuti lì ad aspettare. Non sapevo cosa, io ero completamente fracassato, immobile, avrei preferito svenire. Il fumo invece mi risvegliò, era rado ma penetrante; Luca diceva qualcosa qualche ultima intenzione di parola, gli altri erano tutti zitti eccetto Claudia, è lei che ricordo.
Eravamo incastrati tra le lamiere, fondendoci con la macchia di fronte.
Riuscii solo a voltarmi per un secondo, volevo fare qualcosa per lei ma ero bloccato. Urlava!.

Intravedevo tra quella ferraglia che l’avviluppava solo parte del viso e gli occhi, i capelli spuntavano come porcospini tra un ferro e l’altro, il resto del corpo si poteva tranquillamente confondere con la macchina.
Muoveva solo la mano la muoveva per me, il braccio era bloccato, forse voleva che la stringessi che la afferrassi e la portassi via, sicuramente lo voleva.
Aveva ancora lo smalto viola che tanto faceva impazzire Giacomo mentre stringeva e chiudeva, stirava, increspava e poi di nuovo ricominciava, finchè non smise e il ferro si portò via anche lei.

Erano tutte bugie quelle che le dicevo –Verranno a salvarci, resisti !- Lei capiva e piangeva ancora di più, mi diceva che non si sentiva più le gambe che era stanca che si sentiva male, ed io non potevo fare altro che mentirle ancora!. Per lei non c’era via di scampo ormai.
Io ero salvo, restai in ospedale per circa otto mesi, due dei quali per ogni giorno e per ogni notte passai a lottare per non perdere le gambe.
Ora la guido ancora la macchina le mie gambe me le sono tenute strette.

Dopo un anno ho avuto l’udienza, l’ometto quella sera si era fatto di eroina e durante il processo non aveva tradito le aspettative. Quel SUV costava tanto, la famiglia era ricca, un bravo avvocato; un po’ di galera, ritiro della patente.

L’ho rivisto al supermercato, io salivo e lui scendeva come quella notte . Mi piace vederla in maniera diversa, mi piace rendere questa vicenda speciale come noi amavamo fare.

A volte ci penso, è assurdo, noi non eravamo il gruppo “sbagliato”, non attraversavamo con il rosso, non bevevamo alla guida, non ridevamo dei limiti di velocità, rispettavamo tutto.
Non auguro a nessuno di capire queste cose nella maniera in cui la vita le ha insegnate a me.

Tutto quel grigio e fumo che mi arrossava gli occhi, tra quel silenzio che si è creato, l’atmosfera di chi si è dato per spacciato, l’attesa di morire, sono sicuro ci fosse dell’altro, nonostante il ferro se li era mangiati. Pure se i loro corpi si erano confusi con l’auto. Mi piace pensare che tutto quello è stato un dono fattomi da loro, quell’ometto spelacchiato è stato solo un mezzo, quella punto celeste uno stupido involucro.

Quando non riesco a dormire la notte, amo pensare di una farfalla, di quelle che ha visto tante delle sue compagne morire, di quelle che ha visto i bozzoli diventare prigioni, di quelle che volano sempre come se fosse l’ultima volta.
Sono una farfalla e loro si sono sacrificati, morti nel bozzolo per me, ingannando il ferro, liberandomi. Sussurrandomi alle antenne che quella era una bella giornata perché tutti ce ne andassimo via così, qualcuno doveva restare assolutamente là, anche in nome degli altri. Ogni volta che ci penso e mi chiedo perché io e non loro. Me li ricordo ancora una volta, ancora più a fondo ancora più vicino, superando le urla i lividi e il ferro. Ricordandomi che loro mi hanno dato delle PICCOLE SCUSE PER CONTINUARE A VOLARE .
(Kidane)