Il piccolo aiuto dello studente

Nel mondo universitario cresce l’uso di Ritalin e altri stimolanti per migliorare memoria e attenzione. Un vero e proprio doping pericoloso per la salute.

di Elena Fornero

Patricia ha 22 anni ed è una studentessa diligente. Medicina è una disciplina difficile ma lei non ha mai perso una lezione e ha una media piuttosto alta. “Le verifiche alla fine del quarto anno però sono temibili. Montagne di libri da sapere alla perfezione, ore e ore di ripasso, esercitazioni di laboratorio senza fine. La ragazza è esausta, teme di non farcela. Un suo compagno di studi le propone una pastiglia di vitamina R: Con quella hai la mente limpida e il cervello che gira a mille, vedrai che bomba“. Così Patricia prende una dose di Ritalin, immagazzina migliaia di nozioni dormendo solo due ore per notte e supera brillantemente il tour de force degli esami. Ma alla fine ha la gola secca, l’emicrania, non riesce ad addormentarsi anche se è spossata. Ne è valsa la pena? Con ogni probabilità avrebbe ottenuto lo stesso risultato anche senza l’aiutino.

Nessuno scandalo. Dall’altra parte della cattedra, anche il professore di chimica di Patricia prende ogni tanto l’aiutino. A seconda che debba superare la stanchezza del cambio di fuso orario dopo una conferenza dall’altra parte degli Stati Uniti, o che debba fare le notti bianche per terminare un’importante relazione scientifica, la pasticca che ti tiene su è facile da ottenere. Con la prescrizione di un amico medico compiacente o con due o tre clic su Internet, il gioco è fatto.

Effetti pericolosi
Le chiamano droghe di potenziamento cognitivo o anche brain-boost e sembra che nell’ambiente accademico se ne faccia grande uso. Lo rivela un recente sondaggio on-line condotto dalla rivista scientifica britannica Nature sui suoi stessi lettori, che sono in prevalenza scienziati, ricercatori e studenti. Hanno risposto in 1.400 da sessanta Paesi diversi. E uno su cinque ha ammesso di aver preso almeno una volta una pillola per riuscire meglio nello studio. I brain-boost non sono sostanze nuove né clandestine, anzi. Si tratta di stimolanti come Ritalin e Adderall, in genere prescritti nella cura dell’Alzheimer e della sindrome da iperattività (Adhd), e Modafinil, utilizzato contro la narcolessia, un disturbo che provoca improvvisi addormentamenti in chi ne è colpito. Vengono usate anche medicine contro l’ipertensione e le crisi cardiache, come i beta-bloccanti, che hanno il potere di alleviare gli stati d’ansia. Nelle persone clinicamente sane questi prodotti hanno tutti un effetto altamente energizzante. Sembra che aiutino a vincere la stanchezza e l’agitazione, che aumentino lucidità e capacità di concentrarsi a lungo, che migliorino la memoria. Insomma, un toccasana per chi, come studenti universitari ma anche docenti e scienziati, deve sostenere alte prestazioni intellettuali, nonché vivere lo stress di valutazioni e graduatorie in cui la concorrenza è serrata. A patto, ovviamente, di essere disposti a mettere a repentaglio la propria salute con dubbi esperimenti chimici di cui si ignorano la conseguenze.

Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna i brain-boost stanno mandando in pensione le anfetamine, da sempre usate dagli studenti per reggere la notte prima degli esami, perché presentano rispetto ad esse meno effetti collaterali. Ma meno effetti non vuol dire nessun effetto, come dimostra il caso di Patricia. L’Associazione degli psicologi americani ricorda che Ritalin e Adderall possono provocare turbe del sonno ma anche disturbi della crescita e collassi. Mancano completamente test clinici sulle conseguenze a lunga distanza di un uso continuativo di queste droghe, soprattutto sui danni sulla futura prole di chi si trova in età riproduttiva. Alcuni studiosi sostengono inoltre che potrebbero avere alla lunga un effetto inverso. Chi ne fa uso in giovinezza per potenziare la memoria potrebbe ritrovarsi con una demenza senile a cinquant’anni.

Doping fra i banchi
Già negli anni Novanta si era al corrente dell’uso delle droghe da potenziamento cognitivo nella popolazione studentesca. Uno studio condotto nel 2001 all’Università del Michigan rivelava come molti ragazzi si procurassero il Ritalin facendoselo prestare da amici malati di Adhd, attraverso prescrizioni mediche fasulle o acquistandolo con facilità su Internet, ad esempio da farmacie basate in Turchia. Nel 2006, nella stessa università, il 4,4 per cento degli allievi dell’ultimo anno ammetteva di farne uso. Nel 2005 il 6,9 per cento di un campione di studenti scelti in 119 college e università americani si dichiarava consumatore. Non sono percentuali enormi, dirà qualcuno. Ma sono le stesse del consumo di cocaina, anfetamina e allucinogeni. Soprattutto, chi prende queste sostanze non lo fa per rilassarsi o superare lo stress degli esami, ma per potenziare la propria prestazione. Un vero e proprio doping tra i banchi, che solleva non solo questioni di salute ma anche di etica: un bel voto preso con la pastiglia è valido quanto uno preso senza? È corretto nei confronti di chi non si droga per migliorare il proprio rendimento? Se i brain boost diventano un’abitudine, la concorrenza sarà sempre più sleale e la pressione su chi non li assume diventerà sempre più forte.

E in questo comportamento così disinvolto e pericoloso sono coinvolti anche gli insegnanti. Nel dicembre 2007 un editoriale su Nature (intitolato ’L’aiutino del professore’, appunto) lanciava il primo allarme. Le autrici, le neuropsicologhe Barbara Sahakian e Sharon Morein-Zamir dell’Università di Cambridge, raccontavano di come fosse pratica comune, tra i loro colleghi, impasticcarsi per reggere la fatica del jet lag o delle ore in laboratorio. Sollecitavano approfondite ricerche per determinare gli effetti nocivi a lunga distanza dei brain-boost sull’organismo e soprattutto una riflessione etica, all’interno della categoria, sul degrado che porta a considerare normale una simile pratica. Nella primavera di quest’anno la rivista scientifica ha reso noti i risultati dell’inchiesta anonima on-line sui suoi lettori. Su 1.400 scienziati, ricercatori e studenti, il 62 per cento ha dichiarato di assumere Ritalin per aumentare lucidità e concentrazione, il 44 per cento Modafinil e il 15 per cento i beta-bloccanti contro l’ansia (è diffuso comunque l’uso di più sostanze contemporaneamente).
Ancora più preoccupanti sono le percentuali sulla convinzione che sta dietro il consumo: i quattro quinti degli intervistati sostiene che le droghe cognitive dovrebbero diventare legali per gli adulti sani. “Non è peggio di un doppio espresso o di uno spinello“, sostengono molti con candore disarmante. Il 69 per cento è pronto a sopportare ’leggeri effetti collaterali’ pur di continuare a servirsi delle sostanze, trovando persino un orgoglio deontologico in tutto ciò: “Da scienziato, è mio dovere utilizzare tutte le risorse a disposizione per servire il bene dell’umanità“, ha scritto un lettore sessantaseienne di Nature. Fortunatamente, l’86 per cento si dichiara contrario all’uso dei brain-boost per i ragazzini sotto i 16 anni. Ma un terzo degli intervistati ammette che si sentirebbe spinto a lasciar impasticcare i propri figli “se tutti i loro compagni di classe lo facessero“. Ripetiamo: il campione di Nature non è fatto da gente della strada, ma da persone con formazione universitaria medio-alta, spesso impiegate in campo accademico.

“Anche se è difficile misurare l’ampiezza del fenomeno, molti indizi fanno pensare che il consumo dei brain-boost stia aumentando in modo allarmante tra i giovani e giovanissimi“, ha ricordato la stessa professoressa Sahakian lo scorso ottobre, partecipando a Londra a un incontro di esperti radunatisi per parlare di questo tema. Sempre in Gran Bretagna, un gruppo di lavoro promosso dalla Academy of Medical Sciences su incarico del Dipartimento della Sanità ha concluso i suoi lavori nel maggio di quest’anno paragonando l’uso delle droghe cognitive al doping nello sport, definendolo illegale e sleale e raccomandando ai politici una legislazione per impedire l’uso delle pasticche sui banchi delle università. “Non è escluso che scuole e atenei dovranno attrezzarsi con test delle urine prima degli esami, per scoprire se gli studenti hanno preso Ritalin o altre sostanze“.