Porta d’ingresso

di Alessandra Dell’Orefice

E’ difficile trovare in commercio un prodotto di consumo che abbia avuto, negli ultimi cinquant’anni, un successo così globale e generalizzato. Questo prodotto si chiama cannabis, nelle due accezioni straconosciute di hashish e marijuana. Secondo stime delle Nazioni Unite, 160 milioni di persone, pari al 3,8 per cento della popolazione mondiale tra i 15 e i 64 anni, ne ha fatto uso almeno una volta nella vita. Un terzo di questi vive in Asia, un quarto tra Africa e Americhe, mentre in Europa ci sono 75,5 milioni di consumatori, vale a dire un individuo su cinque. I dati raccolti dall’Osservatorio europeo sulle tossicodipendenze (OEDT) di Lisbona quantificano in una percentuale del 31,6 i giovani adulti che hanno utilizzato questa sostanza almeno una volta, di cui il 12,6 per cento nell’ultimo anno e il 6 per cento nell’ultimo mese. La testa alla graduatoria è stabilmente in mano a Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Spagna e Regno Unito, con tassi di prevalenza che variano dal 53 al 40 per cento.

Per quanto riguarda il nostro Paese, le stime del consumo apparentemente divergono. Se si prende in considerazione la fascia dei giovani adulti (16-34 anni), l’osservatorio europeo inserisce l’Italia tra i paesi che registrano una tendenza in aumento. Nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni, il dato di prevalenza del consumo di cannabis è del 22,3 per cento, in quella tra i 15 e 34 è del 20,3 per cento e, fra la popolazione generale (almeno una volta nella vita), del 32 per cento. La Relazione al parlamento del 2010, invece, nel prendere in considerazione gli ultimi due anni fa riferimento a un decremento del 30 per cento nella popolazione generale (da 32 a 22,4 per cento) e del 31,1 per cento fra i giovani (da 31,5 a 22,3 per cento). Nel complesso, lo stesso documento considera il consumo di cannabis negli studenti italiani “inquadrabile come prevalenza medio-alta con tendenza al decremento rispetto ai paesi europei”.

Si tratta, comunque si vogliano interpretare questi dati, di centinaia di migliaia di ragazzi che vivono la “canna”, il più delle volte associata ad alcol e stimolanti, come un’abitudine normale, priva di qualunque tipo di rischio. Talmente ordinaria da far parte, ormai da decenni, dello stile di vita anche di molti genitori, che da adolescenti avevamo vissuto a cavallo tra gli ’80 e i ’90. In questi ultimi anni la ricerca scientifica sui danni alla salute provocati da questa sostanza ha compiuto notevoli passi in avanti, affinando le conoscenze su una serie di aspetti finora poco indagati. Per illustrare meglio la situazione, non resta che consultare un’interessante pubblicazione curata dal capo del Dipartimento per le politiche antidroga, Giovanni Serpelloni, che analizza i principali effetti della cannabis sulla salute dell’uomo, fra i quali alcuni rivestono una particolare importanza.

Effetto gateway e dipendenza
L’uso precoce di hashish o marijuana in molte persone, ma non in tutti, può indurre alla ricerca di ulteriori sperimentazioni con altre droghe. Secondo uno studio eseguito per tre volte su 5.468 ragazzi di 14-16 anni (1975 USA) il 26 per cento delle persone che hanno consumato cannabis passa successivamente ad uso di LSD, anfetamina e cocaina. Analogo risultato, ma con percentuali ben più significative (rispettivamente 91 e 86 per cento), è stato riscontrato da due ricerche statunitensi nel 2001 e 2002. La variabile “età d’inizio” gioca un ruolo chiave: a 15 anni i ragazzi che consumano questa sostanza hanno una probabilità di passare all’uso di altre droghe 60 volte maggiore rispetto a chi non le usa; a 25 anni, la probabilità si abbassa a 4. In questo caso, l’86 per cento delle persone che usa sostanze illecite ha riferito di aver utilizzato cannabis l’anno precedente (Nuova Zelanda 2006). Dati di rilievo provengono anche dalla Norvegia, dove due differenti studi su ragazzi difficili hanno valutato un rischio 358 volte superiore di passare dalla marijuana a sostanze con più alto potenziale psicoattivo. Di contro, solo il 3,7 per cento di chi le utilizzava non aveva mai usato prima la cannabis. Da una ricerca del 2010, riferita a un campione di età di 14 anni, emerge come chi consuma alcol e tabacco presenti un minor rischio di policonsumo rispetto ai coetanei che usano anche marijuana.

Anche dal punto di vista della dipendenza sono stati fatti passi avanti importanti. Secondo diversi studi clinici, il consumo cronico quotidiano di derivati della cannabis, anche in dosaggi lievi, determinerebbe all’interruzione dell’uso, chiari sintomi astinenziali, confermati da studi strutturali e funzionali di neuroimaging. Si tratta, in particolare, di umore irritabile o ansioso, accompagnato da tremore, sudorazione, nausea, modifica dell’appetito e turbe del sonno descritte con dosi molto alte. Secondo una recente ricerca (Cooper & Haney 2008) la sindrome astinenziale da cannabis è significativa dal punto di vista clinico perché è simile a quella di altre sostanze d’abuso.
Alterazioni al cervello, alle funzioni cognitive e alla memoria.

Secondo Ameri (1999) la tossicità della marijuana è stata sottovalutata per molto tempo. Recenti ricerche rilevano che il principio attivo della cannabis, il THC, induce la morte cellulare con restringimento dei neuroni e la frammentazione del DNA nell’ippocampo. Le evidenze in letteratura indicano che l’esposizione ai cannabinoidi può alterare la sequenza temporalmente ordinata di eventi che si verificano durante lo sviluppo dei neurotrasmettitori, oltre ad incidere sulla sopravvivenza e sulla maturazione delle cellule nervose. Varie ricerche, fra cui uno studio di Downer e Campbell (2010) prendono in considerazione i danni alle cellule neuronali provocati dalla marijuana. Le aree dell’encefalo primariamente coinvolte includono la corteccia frontale, l’ippocampo e il cervelletto. Infine i cambiamenti provocati dalla cannabis nel periodo adolescenziale possono avere conseguenze comportamentali di lunga durata (Trezza e altri 2008). Come dimostrano le ricerche del NIDA (National Institute of Drug Abuse, Usa) il fumo di cannabis influisce sul cervello e altera la memoria a breve termine, le percezioni, la capacità di giudizio e le abilità motorie. Il THC, infatti, colpisce le cellule nervose in quella parte del cervello dove risiede la memoria, impedendo ai consumatori di ricordare avvenimenti recenti e rendendo difficoltoso l’apprendimento. L’esposizione cronica accelera la degenerazione normalmente collegata all’invecchiamento di queste cellule nervose. Recenti studi di Le Bec e colleghi hanno evidenziato che l’uso di cannabis rappresenta un forte fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi psicotici, in particolare in età adolescenziale. Recentemente, Schiffer e Muller (2010) hanno formulato due ipotesi: la prima sostiene che la schizofrenia sia “una psicosi da cannabis” a sé stante, mentre la seconda ipotizza che la cannabis agirebbe da fattore precipitante in soggetti predisposti alla schizofrenia, ma che non hanno ancora presentato i sintomi del disturbo.

Vari studi scientifici, negli ultimi dieci anni, hanno messo in evidenza i danni provocati al feto durante la gestazione da madri che utilizzavano hashish e marijuana. Già dal 2001 una serie di importanti ricerche epidemiologiche e cliniche avevano documentato il comportamento impulsivo, i deficit sociali, i danni cognitivi, il consumo di sostanze d’abuso e i disordini psichiatrici in individui adulti.

Rischio cancro e sessualità
Il fumo di hashish e marijuana altera la composizione genica del DNA aumentando il rischio di cancro. In particolare Rajinder e Balvinder (2010) hanno dimostrato che i consumatori tendono a inalare il fumo in maniera più profonda rispetto ai fumatori di tabacco, aumentando i danni a carico del sistema respiratorio. Le condizioni patologiche respiratorie collegate alla cannabis sono: ridotta densità polmonare, cisti polmonare e bronchiti croniche. Il danno provocato da 3-4 spinelli al giorno corrisponde a quello derivante da 20 o più sigarette. Infatti, a causa dei più bassi livelli di combustione, contiene il 50-70 per cento in più di idrocarburi cancerogeni rispetto al fumo di tabacco. Inoltre l’abuso di sostanze cannabinoidi potrebbe contribuire a provocare effetti negativi sulla sfera sessuale e l’infertilità nell’uomo e nella donna. Nel primo caso si è riscontrata una diminuzione dei livelli serici di LH e di testosterone, una diminuzione della spermatogenesi; nel secondo un aumento dei livelli di testosterone, alterazioni del ciclo mestruale, deficit fetali di crescita, aumento dell’incidenza di parti pre-termine, prematurità e basso peso fetale.

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