A proposito di Morgan

Come ogni giorno, anche oggi mi informo e scopro che Morgan, Marco Castoldi all’anagrafe, ha stuzzicato l’immaginario collettivo, rivelando pubblicamente (o quanto meno per quelli che non se ne erano accorti), la sua privata storia di coca e crack. I giornali ne scrivono a iosa, i siti web ne sono tempestati e i comuni mortali, nella pausa caffè, ne mormorano.
Di fronte a tutto ciò mi torna in mente un ragazzo che un giorno mi ha raccontato una storia. Una storia vera. La sua. Così, comincio a scrivere.

“Eccomi, eccomi qua allora. Venite pure a prendermi…”. Le ombre fluttuavano nella stanza oscurata dalle serrande. E’ sera, una di quelle sere calde e afose degli ultimi giorni di primavera, ed i fantasmi generati dalla testa di Mirco, hanno ormai forma viva. E un nome, i Messaggeri. Abitano nella sua mente, per captare ogni suo minimo pensiero, ogni intenzione e riferirla a coloro che lo aspettano fuori, quelli che tramano alle sue spalle, spaventati dalla sua consapevolezza e determinati a farli tacere. A qualunque costo.

Mirco è chiuso in casa da qualche giorno. Solleva le serrande raramente, giusto per fumarsi una sigaretta o a volte per il suo rituale: la musica a livelli stratosferici e lui, Mirco, a danzare sul balcone per rendersi visibile ai suoi cospiratori e fargli capire che lui non li teme, che lui era lì se lo volevano, che lui conosceva la Verità ed era disposto a sacrificarsi. Il suo rito di purificazione.

Mirco era riuscito a ricollegare tutto. Le coincidenze. Il suo sentirsi costantemente osservato. Le sue premonizioni. I messaggi che gli arrivavano in sogno. Non era solo frutto della sua nota ed inutile sensibilità. Tutto era scritto, sin dall’inizio, nelle pagine del suo destino. Il momento della Verità stava per giungere, i suoi persecutori sapevano e temevano, ma Mirco non si sarebbe fatto cogliere impreparato.

Nella stanza accanto il padre di Mirco guardava la TV. Preoccupato. Impotente. Mirco attribuiva quell’ansia paterna al fatto che anche lui sapeva, sapeva, e suo malgrado avrebbe presto dovuto intervenire. I Saggi dovevano conoscere ogni spostamento di quel suo strano figlio, e lui non poteva sottrarsi a questo dovere. Mirco però aveva intuito e tentava di sviarlo dalla sua missione. Gli arrivava di soppiatto da dietro, mentre lui era sulla poltrona, e gli sussurrava nell’orecchio che forse avrebbe potuto ribellarsi, che avrebbe potuto rinnegare quel ruolo di guardiano e schierarsi dalla parte della Verità, dalla parte di suo figlio. Mirco lo diceva in un soffio, per eludere microfoni nascosti.

L’uomo spegne la tele, è ora di dormire. Mentre passa davanti la stanza di Mirco lo sente, per l’ennesima volta “Eccomi qua. Prendetemi, prendetemi pure. Se è questo che può servire in nome della Verità, allora venite. Non ho paura di voi.”. La porta è socchiusa e getta uno sguardo. Tutto è scuro. Unica fonte di luce, un accendino nella mano di Mirco. E’ inginocchiato in terra, accanto alla finestra serrata. Osserva qualcosa con molta attenzione, è vigile, attento, scattante. Sente una presenza alle spalle. Si gira. Ammicca. “Non ti sembra eccessivamente strano questo insetto, papà?”. L’uomo intuisce il viso di Mirco nella penombra, il sorriso beffardo, gli occhi spiritati.
“Per me è in contatto con loro sai papà? Ascolta e vede tutto. E’ qui per questo. E’ qui per me”.
Ma il padre non capisce, non può capire. Chiude la porta e se ne va.

Sta per fare giorno ma Mirco non deve, non può addormentarsi. Potrebbero coglierlo nel sonno e lui non può non essere pronto al loro arrivo. Allora allunga la mano sopra l’armadio, afferra la scatoletta dei segreti e via, altre due strisce di coca. E subito dietro le serrande a far da sentinella alla propria follia.