Proprio come una famiglia

Non sarebbero potuti bastare buona volontà e un normale impegno per aiutare quei ragazzi a venire fuori da una condizione così drammatica – dice Antonietta Muccioli. Era necessaria una scelta più profonda, una scelta che ci avrebbe cambiato definitivamente la vita

Vincenzo era un entusiasta, un trascinatore, il centro di ogni compagnia”, racconta Antonietta Muccioli, “così carico di vitalità ed efficiente che, qualunque cosa facesse, la faceva al meglio. Aveva, ad esempio, una grande passione per i cani. Proprio per questo, acquistammo un terreno dove trasferirli: l’antica pieve di San Patrignano. Lì, attorno al canile, costruì un piccolo parco dove introdusse gru, fagiani, struzzi, ed animali acquatici, che sistemò in un laghetto. Impiantò anche dei vigneti. Poi, su consiglio di un conoscente, aggiunse ai cani un allevamento di galline ovaiole. In breve tempo, divennero cinquantamila. Nella casa del custode, avevamo arredato una mansarda dove passavamo i fine settimana e il periodo della vendemmia: un punto di ritrovo per le nostre famiglie e per gli amici che venivano trovarci”.

Vincenzo, già allora, aveva una qualità straordinaria: era capace di calarsi negli altri e di capirne i problemi. “In tutto il tempo in cui abbiamo vissuto insieme”, ricorda Antonietta, “non ho mai visto nessuno che, avvicinandolo per chiedergli un aiuto, fosse andato via a mani vuote. Riusciva ad essere di conforto anche con la sua sola presenza”. Con un gruppo di persone, conosciute in quegli anni, si era accostato alla medicina alternativa, costruendosi una certa esperienza e notevoli capacità nelle terapie naturali e nell’agopuntura. “Nel fine settimana ci incontravamo con loro a San Patrignano. Ci univa il desiderio di fare qualcosa di concreto per il prossimo, ma non avevamo ancora ben chiaro verso chi indirizzare i nostri sforzi. Così, cercavamo di aiutare anziani, ragazze madri, poveri, malati: Giuliana, ad esempio, non aveva famiglia, Susi aspettava un bambino ed era desolatamente sola. Li ospitammo e questo ci fece entrare in contatto con il dolore”.

Nei primi anni ’70, esplose la tossicodipendenza e le strade di Rimini, come quelle di molte città italiane, si popolarono di ragazzi sporchi e trasandati che si trascinavano come zombie. Vincenzo, a differenza della gente che ne aveva paura, repulsione e li evitava, cercò di incontrarli. Forse per curiosità, certamente “senza la pretesa di giudicarli ma con il desiderio di capire perché avessero deciso di lasciarsi morire. Dopo il lavoro, andava nella stessa piazza in cui avevamo vissuto le prime esperienze di adolescenti”, racconta Antonietta, “si sedeva e  provava a parlare loro. Ma questi erano chiusi, diffidenti, intrattabili. Finchè una sera, uno si lasciò avvicinare e si confidò con lui. Poco a poco, altri lo fecero. Decise di occuparsi di loro”. Fu un caso, una fatalità entrare in contatto con il problema della droga. Antonietta Muccioli non sa dirlo. “Vincenzo aveva le idee molto chiare: non sarebbero potuti bastare buona volontà e un normale impegno per aiutare quei ragazzi a venir fuori da una condizione così drammatica. Era necessaria una scelta più profonda, una scelta che ci avrebbe cambiato definitivamente la vita. Ricordo che ne parlammo a lungo, tante volte, in quei mesi. Proprio in quel periodo, alcuni conoscenti ci chiesero se era possibile far qualcosa per Betty, una ragazza di Bolzano distrutta dalla cocaina. Fu la prima persona con problemi di droga che decidemmo di accogliere”.

Vincenzo lasciò Rimini e si trasferì a San Patrignano. In pochi, tra amici e conoscenti, capirono: “Erano convinti che ci fossimo divisi: lui, un po’ matto, era sparito per ritirarsi in campagna; io, ero rimasta a casa con i nostri due figli, che allora avevano dieci e dodici anni. Ma noi ci sentivamo uniti dalla nostra scelta, anche se vivevamo momenti di grande difficoltà. Una sera, ad esempio, lo vidi arrivare a casa. “Non ce la faccio più, voglio tornare a vivere qui”, mi disse. “Non puoi”, risposi. “Ormai  ci siamo impegnati e troppe persone contano su di te”. Ringrazio ancora il Signore per avermi dato questo coraggio. Non andai a trovarlo per qualche tempo. Quando tornai, mi accorsi che aveva presa coscienza della mia determinazione. La mansarda, dove aveva vissuto fino ad allora considerandola un luogo di passaggio, era diventava la casa in cui stava”. Arrivarono altri tossicodipendenti: due, tre, cinque…Incominciò San Patrignano.
(da San Patrignano, Gente Permale, Mondatori, 2003)