A Punk Rock Song

Eccomi qua, seduto, sobrio. In quel genere di giornate che guardi fori dalla finestra un autunno che scandisce il suo tempo con lo scrosciare di una pioggia calma ma insistente, e sotto la quale stendi i ricordi della tua vita cercando di capirci qualcosa, tentando di ordinarli in modo che ogni passaggio abbia un senso.
Guardo fuori e ripenso ai miei vent’ anni. Un periodo strano. I modi d’essere e le compagnie si cambiavano con la stessa disinvoltura con la quale si cambiano i vestiti. Come sarebbe potuto essere altrimenti. Ero solo alla ricerca di me stesso, di un abito che mi vestisse alla perfezione. Di un posto nel mondo che potesse concedermi finalmente di sentimi me stesso.

Solamente che in quegli anni la mia serenità era solo un ricordo che aveva il sapore della mia infanzia. Ed ecco che nella mia vita entra il punk, la ribellione, accostandomi a quel modo di essere riuscivo finalmente ad esternare la rabbia, le frustrazioni e tutto ciò che avevo di marcio dentro, prima dell’inizio di un nuovo millennio.
Il mio cuore era in perfetta sintonia con quei ritmi, quattro quarti, pestati, veloci e rabbiosi. Purtroppo quei ritmi non sono fatti solamente per essere ascoltati. Devi anche viverli, stai lì a fagocitare ore ed ore di musica che urla disprezzo verso la società, la stessa società che sentivo lontana ed ostile. No future, We must bleed, Born to lose. Questi erano i messaggi che i titani del movimento urlavano dai palchi ad un pubblico di fine anni settanta. Messaggi forti e diretti partoriti da menti tormentate e disadattate, ecco loro erano come me. Da quel momento diventarono i miei modelli, e come un buon discepolo misi in atto ogni dottrina di nichilismo e anarchia, osservando il mondo con i loro occhi e parlando con le loro parole. Vomitando odio su quella società che pensavo non mi capisse, emarginandomi dentro quel circuito chiuso fatto di disprezzo, accontentandomi di vivere con una specie di sussidio sociale.

Che stupido che sono stato. Oggi osservo quegli anni con il distacco della mia esperienza, e mi rendo conto di quanto io sono stato folle ad aver perseguito quei comportamenti. Mi ero seduto sul ciglio della strada. Urlando, offendendo, lamentandomi, ma stando fermo. Senza fare assolutamente nulla, senza proporre nulla di nuovo, quello che facevo era subire tutto, pensando che il grido, frutto del mio odio avesse fatto capire al mondo intero quanto io stessi male.
Ero a disagio sì, ma con me stesso, quello che non capivo era che il problema sedimentava dentro di me, e non attorno a me, e che forse era il momento di cambiare tono e chiedere una mano, arredare la mia vita con affetti e valori seri ma soprattutto con degli esempi positivi capaci di far fiorire dentro di me qualcosa di buono su cui costruire una vita vera.
Non ho buttato via tutto, qualcosa lo ho conservato, il gusto per quella musica non mi ha abbandonato, una batteria dritta un giro di chitarra semplice e conciso riescono ancora a rapirmi, però può essere una colonna sonora, non una vita intera.