Puoi chiamarmi fratello

Christian Kouabite, classe 1980 è un ex calciatore. Viene dal Camerun. “A 17 anni giocavo in serie B, avevo un ottimo ingaggio e tante ambizioni”. Poi un incidente gli spezza una gamba. Addio calcio e in meno di un soffio, la vita vira di 180 gradi. Christian smarrisce la bussola: diventa uno spacciatore. E dopo un po’ finisce in prigione.
E’ proprio in carcere, alle Vallette di Torino, un luogo estremo, considerato una discarica sociale, che il destino di Christian prende una svolta inaspettata. Conosce Tiziano Gai. Lui è un ragazzo che lavora in una cooperativa sociale e nel progetto di recupero all’interno del carcere: “Pausa Cafè”. Una torrefazione allestita all’interno della casa circondariale per dare lavoro e una manciata di speranza a tanti carcerati. Nasce un’amicizia bellissima. Una strana coppia. Tiziano piemontese. Christian africano. Uno uomo libero e uno detenuto. “Attraverso la torrefazione – ricorda Christian – piano piano ho realizzato che forse non ero un uomo perduto. Ero convito che uno come me non avrebbe mai potuto trovare un lavoro. E invece…Il progetto era riuscito a tirare fuori da noi ultimi della società tante eccellenze e tanti talenti.
Quando nel 2009 Christian esce dal carcere dopo sette anni, i contatti non si perdono. “E così è capitato che Christian sia venuto a casa mia. E mi ha fatto una domanda semplice, semplice – ride Tiziano – “Voglio andare in Camerun, mi accompagni?”
Il viaggio si farà e cambierà la vita a entrambi. Tiziano si ritroverà nell’altra vita dell’altro Christian. Fra paesaggi struggenti, spiagge con tramonti da sogno, foreste selvagge, funerali in ritardo, contrattempi esilaranti, compravendite di uova di quaglia.
Mille avventure alle prese con una famiglia innumerevole e vivacissima. “Il papà di Christian ha sette mogli, tanti figli legittimi e illegittimi. Ogni volta che chiedevo a Christian quanti fratelli e sorelle hai, il numero cambiava”. E giù che ridono. Quello che rimane di questo viaggio è la grande generosità della incontenibile famiglia camerunense. “Mi hanno trattato come un figlio, hanno condiviso con me tutto quello che avevano e l’hanno fatto con generosità ed allegria. Abbiamo fatto lunghe partite di calcio in campi di terra battuta sotto un sole cocente. I ragazzi africani sognano tutti due cose: diventare calciatori e venire in Europa che immaginano come un Eldorado”.
Tiziano e Christian sulla loro avventura hanno scritto un libro molto bello: “Puoi chiamarmi fratello” (edizioni Instar Libri). Non a caso sono venuti a presentarlo a San Patrignano un luogo dove ogni giorno la persone rinascono e i talenti le potenzialità di ognuno vengono fatti emergere. Un libro sull’incontro e l’accettazione di due culture opposte. Un concetto che mai come in questo periodo è importante riscoprire.

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