Quel giorno nacque la redazione

Panoramica Sanpa

La giornalista Chiara Beria di Argentine ricorda Vincenzo Muccioli e la nascita del Giornale di San Patrignano. L”articolo, che anticipiamo, fa parte del libro “San Patrignano, gente permale” (Mondadori editore) che sarà presentato il 20 ottobre a Milano, a Palazzo Reale. Le immagini del volume sono state realizzate, negli ultimi dieci anni, da uno dei più importanti fotoreporter italiani, Mauro Galligani

di Chiara Beria di Argentine

Per redazione una stanza all’ingresso delle scuderie. Due macchine da scrivere Olivetti, dei fogli di carta, un po’ di penne biro, qualche matita. Una sera d’autunno, era il 1983, Vincenzo Muccioli chiese a Gianni Farneti, a quei tempi vicedirettore di Panorama e a me, inviata dello stesso settimanale, d’impegnarsi in un progetto cui teneva molto: far nascere un giornale della comunità di San Patrignano. Gianni e io decidemmo di provarci, anche se i mezzi erano davvero pochi. Un bravo e generoso grafico di Panorama, Luigi Vigevano, fu coinvolto nell’operazione.

Poco tempo dopo Vincenzo ci presentò, in quell’ufficio della scuderia, “i nostri giornalisti”. Monica, Andrea, Eddy…. Una pattuglia di ragazzi e ragazze del movimento del ’77 e dintorni. Due ragazzi schizzati dalle manifestazioni all’eroina, dalla violenza della piazza all’autodistruzione; un simpatico “strafattone” reduce da viaggi di tutti i tipi, India compresa; un fragile studente universitario col cervello imbottito di psicofarmaci e alcol che riempiva di botte sua madre e non aveva mai conosciuto suo padre. Week–end di lavoro e di discussioni infinite. “Sono giovani molto reattivi”, spiegava Vincenzo, ma con loro era come andare sulle montagne russe tra momenti d’affetto torrenziale e momenti di cupa depressione.

Nel gennaio ’84 uscì il numero zero del “Giornale di San Patrignano”, storia di copertina dedicata ai primi 16 matrimoni celebrati tra i giovani della comunità. Confetti, brindisi. Per le giovani spose Antonietta aveva voluto anche delle vallette, acconciature desuete e molto femminili, quasi il simbolo di una ritrovata serenità. In quel primo numero pubblicammo anche la notizia della prima cavalla nata a San Patrignano e battezzata Prima Stella, altro segnale di quanta, quanta energia c’era in quella collina lontana dai pusher. In apertura un editoriale di Vincenzo (c’eravamo tanto raccomandati perché lui così torrenziale e passionale restasse negli spazi previsti!) sulla solidarietà e sul rispetto che ragazzi che nessuno più voleva invece meritavano; parole piene di speranza per chi non aveva timore di morire con un ago in una vena ma certo dimostrava un’infinita paura di vivere. A quei tempi non c’era alcuna lobby (come tanti benpensanti scrissero) a difendere Muccioli; anzi ad essere ben agguerrita era la lobby che diffondeva sul suo conto ogni genere di sospetto. Da tre anni, dopo la denuncia di una ragazza di Savignano, era iniziata la lunga istruttoria dei giudici del tribunale di Rimini sui metodi usati in comunità. Perquisizioni, arresti, accuse. L’affaire San Patrignano, la prima e la più grande comunità terapeutica basata solo sul volontariato, era un caso da prima pagina. E in quell’Italia flagellata dai morti per overdose, con in cronaca le tante storie tragiche di tanti giovani finiti in quel che pigramente si definiva “il tunnel della droga”, ben presto più che suscitare riflessioni su temi complessi come il libero arbitrio del malato (obbligo o no di disintossicarsi), o sul ruolo che dovevano avere le nascenti strutture di recupero dei tossicodipendenti, o ancora di più sulla crisi dei rapporti tra mondo adulto e adolescenti, si trasformò in un processo senza esclusione di colpi e di pregiudizi al padre fondatore di San Patrignano. Un processo a Vincenzo Muccioli. Capro espiatorio delle nostre colpe di genitori, del nostro egoismo e incapacità di misurarsi con chi non sa stare al passo.

Il cardigan blu da trasferta in città; due occhi neri, neri vivacissimi e scrutatori. Se devo ripensare al primo incontro con Vincenzo me lo ricordo così: un uomo imponente, un mangiafuoco romagnolo. Ma sotto traccia era già come segnato dalle molte cattiverie; da tante ambiguità e ipocrisie. Magistrati che lo inquisivano e allo stesso tempo “scaricavano” su San Patrignano tossici in misura alternativa al carcere; lor signori che discettavano ma poi erano pronti a chiedere qualsiasi raccomandazione per fare entrare in comunità il figlio, o il figlio di un amico, o il figlio del figlio dell’amico. Anche questa è l’Italia.

Eravamo a Milano a casa di Gian Marco e Letizia Moratti. Ero stata io a chiedere di potergli parlare per scrivere una storia su San Patrignano alla vigilia della sentenza – che tutti davano per scontata – di rinvio a giudizio. Incontrai, poi, un grande avvocato penalista, il professor Giandomenico Pisapia, che era il difensore di Muccioli e, pochi giorni dopo, con il fotografo Mauro Vallinotto andai a Sanpa. C’era fango, tanto fango nelle stradine tra i primi laboratori e la vecchia mensa. Fuori orario, saranno state già le tre di pomeriggio, dopo avere speso ore e ore a parlare con ciascun ragazzo che aveva bisogno di lui, Vincenzo andò in cucina a fare il risotto. Quattro lunghe file di tavoli, il posto di Vincenzo in fondo a destra. A capotavola. Vicino a me tentava di mangiare una deliziosa ragazzina bionda di Firenze, ormai quasi trasparente: era anoressica. Renzo, sfacciatamente bello nei suoi short, ancora non era distrutto dal male che riempirà per anni il cimitero dietro la comunità e poi Carlo, un ex brigatista che si era fatto per la prima volta d’eroina nel carcere speciale, un tipo inflessibile prima di tutto con se stesso.

Tutt’intorno ragazzi dagli occhi lucidi, le braccia devastate; ragazzi di strada e piccole donne che si erano vendute cento volte pur di pagarsi una dose. Storie di stupro, storie di atrocità immense. Arriva il risotto ed è il silenzio. Che diritto abbiamo di giudicare tanto dolore, tanta fatica di vivere? Rileggo il mio primo reportage per Panorama da Sanpa. Mi disse Nicola, figlio dell’attore Enrico Maria Salerno, che allora aveva 27 anni: “Chi è Vincenzo Muccioli? Un uomo che fa delle cose che la maggior parte degli altri uomini non hanno il coraggio di fare”. Nicola oggi non c’è più (una malattia al fegato gli ha rubato la vita). Anche Eddy e Renzo non ci sono più. “Ciao Chiara”.

Ho incontrato Andrea, poco tempo fa a Roma. Ha due figli, e fa il giornalista. Tanti come lui ce l’hanno fatta. E molte cose nella vita di tutti noi sono cambiate. C’era una lunga fila d’autorità, c’erano centinaia di ragazzi e i loro genitori il giorno dei funerali di Vincenzo. Poco tempo dopo altre autorità, altri amici al funerale di mio padre Adolfo, un giudice che ha sempre cercato di applicare la legge con umanità e che pur essendo tanto diverso da Muccioli, volle venire a San Patrignano per vedere, per capire. Mio padre mi ha insegnato a non avere paura di difendere le mie convinzioni e a infischiarmene delle etichette di parte; anche per questo in tutti questi anni ho cercato di essere per San Patrignano l’amica dei momenti difficili. Dagli attacchi Muccioli sapeva bene come difendersi.

Ricordo un formidabile faccia a faccia in comunità con Marco Pannella e le parole di rispetto che Vincenzo ebbe per Pannella, nonostante la diversità totale di posizioni. Ma le calunnie, l’ignavia, i tradimenti lo hanno – ne sono convinta – a poco a poco, ucciso.

San Patrignano non sopravviverà a Muccioli, dicevano quelli che non volevano ancora rassegnarsi. Pazienza, anche in questo sono stati ampiamente smentiti. E però ce ne fosse uno, uno solo dei suoi detrattori che abbia oggi il coraggio di ammettere di essersi sbagliato. Quanti silenzi, quanta ipocrisia. Ammiro la forza d’animo con cui Antonietta, Andrea e Giacomo hanno raccolto il testimone. Non è da tutti non farsi sopraffare dalle amarezze, dalla delusione. Sono passati vent’anni e il Giornale di San Patrignano, diretto con passione da Carlo Forquet, va bene; nella modernissima e gigantesca mensa vedo centinaia e centinaia di ragazzi di un’altra generazione. Non hanno più le braccia bucate e forse non si prostituiscono più: un pugno di maledette pillole costa oggi solo pochi euro. Ma la solitudine, la paura di vivere è sempre la stessa. Guardo Andrea, così giovane. “Non senti mai il peso dell’enorme responsabilità che ti sei assunto”, gli chiedo, “non hai mai voglia di staccare e pensare un po’ a te stesso, a tua moglie Cristina, ai tuoi bambini?”. Mi ascolta e per un attimo rivedo lo sguardo di suo padre. La stessa intensità. E anche la stessa dolcezza. Che domanda stupida, penso, fatta da una come me che a Sanpa ha dato solo un briciolo della propria vita e ha ricevuto in cambio moltissimo.