Quel malessere che non riusciamo a capire

Ragazzi San Patrignano

Dietro la parola prevenzione, un termine spesso abusato, si nascondono equivoci e ambiguità, quando non una vera e propria disinformazione. Abbiamo provato a chiarirci le idee con l’aiuto del neuropsichiatra Vittorino Andreoli

Professor Andreoli, qualcuno sostiene che drogarsi non è più la manifestazione di un disagio, che l’ecstasy la prendono ragazzi “normali”.
E’ fondamentale fare riferimento all’età in cui si manifesta. Se, come spesso succede, l’iniziazione avviene nella prima adolescenza, in questo periodo il disagio è fisiologico. Sarebbe preoccupante che non ci fosse. E’, infatti, il momento in cui il ragazzo cambia, deve staccarsi dal mondo della famiglia ed entrare in rapporto con gli altri, col gruppo dei pari età. Si sente, quindi, fortemente insicuro e di solito avverte la paura tipica di questo periodo: quella di non essere accettato, di non piacere.
Come interviene la droga?
Le sostanze diventano una modalità rapida per sentirsi meglio. Drogarsi è la risposta errata ad un malessere, quello dell’adolescenza, che rappresenta comunque un passaggio necessario. I ragazzi fanno qualsiasi cosa per sentirsi parte di un gruppo: se al suo interno si fuma lo fanno tutti, se ci si veste in un certo modo tutti si uniformano. Cambiare, a quell’età, significa perdere la propria identità per assumere quella che va bene nel gruppo. Non è vero, quindi, che i ragazzi incominciano a drogarsi in età adolescenziale perché le sostanze piacciono, ma perché, se non lo facessero, si sentirebbero diversi.
Qual è, secondo lei, il minimo comune denominatore di ogni storia di droga?
Il malessere che questi ragazzi avvertono ha sempre una base nei sentimenti. Le faccio un esempio: lo stesso schiaffo, ricevuto da due persone diverse, può rappresentare una ferita profonda o un evento di scarsa importanza. Dove sta la differenza? Nei “vissuti” affettivi: nella sensibilità, nei sentimenti, nel grado di insicurezza, nella maturità delle singole persone. E’ questo il punto che dobbiamo indagare quando si parla di prevenzione.
Come mai i genitori non riescono a cogliere le difficoltà dei figli?
Innanzitutto, perché non li capiscono. Il salto generazionale è divenuto un baratro. Viviamo in una società talmente accelerata che bastano cinque anni per trovarsi di fronte ad una mentalità e ad una visione del mondo diverse. Inoltre, siamo sempre in lotta con il tempo e non abbiamo più spazio per ascoltare, per guardare, per stare insieme. L’educazione ha bisogno di tempo; anzi, si fonda sulla “perdita di tempo”. In famiglia questo è sempre più difficile. Qual è, allora, il luogo dove veramente si può “perdere tempo”? Nel gruppo dei pari età. In fondo, il paradosso è che se i giovani parlano dei loro problemi lo fanno con altri giovani che hanno gli stessi problemi; e nessuno ha la chiave per risolverli. Ancora un’osservazione. Oggi le “agenzie” educative sono troppe: c’è la famiglia, la scuola, la musica, Internet, la televisione, il bar, i videogiochi… Il problema è come coordinare e dare una coerenza a tutte queste fonti, altrimenti rischiano di diventare diseducative.
Fino a dove arrivano le campagne di prevenzione?
Per me sono state tutte un fallimento, almeno per quanto riguarda gli adolescenti. Servono solo a chi le organizza per convincersi e convincere che stano facendo qualcosa. Il problema è talmente legato ai singoli, ai vissuti, che l’unica risposta possibile è l’educazione, un rapporto che è sempre individuale.
A un genitore preoccupato cosa direbbe?
Di fronte a un adolescente in difficoltà, la prima domanda da porsi è se è un ragazzo felice, gratificato, se gli diamo abbastanza dal punto di vista affettivo. La droga è un buco nero dei sentimenti. Per riempirlo bisogna cercare di dare a questi ragazzi la sicurezza e questa deriva sempre dagli affetti.