La realtà rimossa

Passare la serata fuori a un bar o su una panchina arrotolandosi una sigaretta di marijuana dopo l’altra: questa sembra essere la consuetudine, lo stile di vita, l’abitudine ripetitiva e consolidata di un ragazzino su tre in Italia. Età, 15 anni. Famiglia di provenienza tra le più disparate per tipologia e potere d’acquisto: si va dai figli di professionisti e imprenditori alla piccola borghesia di città e provincia. Non esistono barriere sociologiche né di censo, o, meglio, non sono mai esistite: la droga non fa differenze, è democratica e interclassista, si rivolge a tutti. Un terzo dei ragazzi si ‘spinella’, si ‘accanna’, si ‘bomba’, si ‘stravolge’. Alcune fonti arrivano a parlare di oltre il 40%. Di certo l’uso di hashish e marijuana è quasi raddoppiato nel corso degli ultimi 15 anni, stando ai dati forniti dal ministero degli Interni sulle segnalazioni della polizia ai prefetti (dal 42% del totale nel ’91 al 74% del 2006).

‘Drogarsi un po’ è una forma di conformismo cui buona parte dei giovani si uniforma quasi automaticamente, “perché ti fa stare bene con gli amici, ti diverti e, poi, che vuoi che sia uno spinello ogni tanto…”. La convinzione comune di tutti, quindicenni in testa, è che, tanto, si smette quando si vuole, perché queste sostanze sono leggere, diverse dall’eroina: droghe ‘ricreative’, come sono chiamate da alcuni, che non portano a quelle ‘pesanti’. Anzi, la siringa, vecchio spauracchio, appartiene ormai ad un’altra generazione. La cocaina si pippa, le pasticche si mangiano, l’eroina si fuma.

Lo studio europeo Espad, che analizza i comportamenti a rischio di un campione rappresentativo di studenti, parla prudentemente di un 24,5% di consumatori di cannabis, un dato comunque impressionante. Ma le previsioni di altri esperti sono più pessimistiche: il Bollettino 2007-2010 del laboratorio Prevo.Lab denuncia per i prossimi due anni un incremento del 20-30%. In pratica, si passerà dagli attuali 3.500.000 a 4.500.000 consumatori, un “trend che sembra dettato dall’aumento del multiconsumo, dall’invito sociale ad un uso esagerato, dalla contiguità con altre sostanze e dalla possibilità di autocltivazione”. Gli ‘addict’ di cocaina invece saranno tra gli 800.000 agli 1.100.000 (+40%, il 3% delle persone tra 15 e 54 anni) e quelli di eroina registreranno un aumento del 10-20%.

“Il fenomeno”, spiega Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento delle dipendenze della Asl Città di Milano, “potrebbe riguardare maggiormente i soggetti più giovani, che non hanno l’immagine storica dell’eroina connessa con malattie, devianza ed emarginazione. Potrebbero quindi vederla come sostanza alternativa alle altre, nei format di consumo diversi dal buco, con basso principio attivo e associata ad altre sostanze”. C’è chi, come Gatti, addossa le principali responsabilità a una precisa strategia di marketing, veicolata anche attraverso internet e la televisione. I bambini, ad esempio, passano sempre più tempo davanti allo schermo, ricevendo messaggi condizionanti e distorti. Altri, invece, restano intrappolati dai soliti schemi del passato, che prevedono una rigida divisione tra sostanze ‘leggere’ e ‘pesanti’: le prime considerate una libertà, quasi un diritto civile, le seconde una ‘malattia’ da gestire e normalizzare. Di certo, si può parlare a pieno titolo di ‘rimozione’ collettiva: continuiamo a parlare degli effetti del fenomeno, come se il consumo di droghe fosse un fatto nuovo che non ha riscontro con l’esperienza del passato. Spiamo in tv omicidi efferati commessi da persone ‘fuori di testa’, assistiamo ogni giorno al triste elenco degli incidenti stradali, siamo colpiti dagli episodi di bullismo e di violenza minorile. Ma non siamo in grado di cambiare noi stessi. Fuggiamo per primi dalla realtà, cosa volete che facciano i nostri figli?
Carlo Forquet