Rendere le cose più semplici

Claudia è in comunità da quasi un anno e ancora ci sono giorni in cui si domanda come ha fatto a finirci dentro, quando tutto è iniziato, cosa l’ha risucchiata in quel vortice da cui non è riuscita a riemergere. Non trova ancora la risposta eppure sa che da sola non ce l’ha fatta. Adesso è circondata da persone che tentano ogni giorno di occuparsi di lei, anche quando ne farebbe volentieri a meno. Ripensa indietro. Come, quando, perché proprio a me?

Non ha mai sopportato gli alcolici, fin da bambina ha sempre avuto una sorta di repulsione per il vino. Suo padre ogni tanto alzava il gomito e lei sapeva, sentiva, che ne sarebbe sempre stata lontana. Se in tavola c’era una bottiglia lei non si sedeva neppure: le dava fastidio l’odore e l’alito dolciastro di chi beveva la nauseava. La toccava solo con due dita, quasi fosse infetta, la spostava e l’allontanava dalla sua vista. Quando aveva compiuto questo rituale allora era pronta per sedersi con la sua famiglia. Un’insofferenza che l’aveva accompagnata per anni.

Poi Claudia è cresciuta, tante volte con gli amici si era trovata con persone che non facevano che bere, passando da un bicchiere all’altro con grande naturalezza. Lei aveva sempre detto ‘No, grazie non bevo’, il solo odore le dava il voltastomaco, la riportava al passato. Suo padre e i suoi crolli, la sua euforia e le sue depressioni, la sua dolcezza o la sua violenza. Un mondo che non voleva certamente conoscere. Ma una sera le cose sono cambiate.

Era ad una festa di sole donne, un momento per stare insieme, una di quelle serate in cui si ha voglia di raccontarsi, di chiacchiere e pettegolezzi. Una serata che doveva essere un piacere, dove potersi sfogare, dove sentirsi libere di dire tutto quello che si voleva. Invece Claudia era a disagio. Erano in un locale, alcune bevevano, altre parlavano. E lei si sentiva un pesce fuor d’acqua; erano le sue amiche, doveva essere a proprio agio eppure non ci riusciva. Si vergognava di sé, delle sue poche esperienze, della sua vita che non aveva niente di così interessante da dover essere raccontato. All’improvviso si vergognava di come era, non altrettanto carina o carismatica come le sue amiche, incapace di ridere e scherzare come loro sapevano fare. Famiglia, sesso, droga, non c’era argomento che la facesse sentire parte di quel gruppo.

–Passami quel bicchiere- Quelle parole le erano uscite dalla bocca all’improvviso, così, senza un vero motivo, solo per provare a cancellare quella sensazione, a riempire quel vuoto. Vodka e succo d’arancia, era stato quello il suo inizio, e si era rivelato meno terribile di quanto credesse. Il succo di frutta rendeva tutto più dolce e lei più rilassata. Le parole avevano cominciato a uscire da sole. Raccontarsi era stato meno difficile di quanto credesse, bere non era così terribile, anzi era un aiuto ottimo. Quella sera era stata benissimo, un piccolo cerchio alla testa la mattina seguente, ma tutto sopportabile. Il gioco era valso la candela. Nei giorni che erano seguiti aveva riscoperto una carica in più, si sentiva rinata. Quando doveva affrontare cose non piacevoli, aveva un antidoto, una carica che nessuno poteva toglierle. Qualche sorso alla bottiglia, una qualsiasi, e si ritrovava il carburante in corpo adatto ad affrontare qualunque cosa.

Adesso si sentiva davvero a suo agio, adesso non era quella diversa, sapeva ridere, parlare di sé, adesso si sentiva finalmente qualcuno. Non spostava più quella bottiglia di vino quando si sedeva a tavola, la voleva vicina. Quello è stato l’inizio e tutto da quel giorno era continuato. Le bevute erano diventate sempre più numerose, adesso beveva anche da sola. Poi una sera era uscita con le sue amiche, aveva preso a bere più del solito e quando si era risveglia si era trovata in un letto che non conosceva, in una casa che non aveva mai visto, con accanto un ragazzo di cui nemmeno ricordava il nome. Si era vestita ed era scappata via; -non succederà mai più- questo aveva continuato a ripetersi. Ma alla sera di nuovo era con un bicchiere in mano, desiderosa solo di dimenticare.

Quando non beveva si rendeva conto che ormai non c’era più niente di cui le importava. Il suo primo pensiero la mattina era attaccarsi ad una bottiglia, oramai era l’unico modo per affrontare la giornata. La scuola non andava più bene, le amiche cominciavano ad essere stanche di sorreggerla nelle sue sbronze. Conosceva sempre tanti ragazzi, ma nessuno era importante, niente oramai lo era più. Una sera era in macchina, aveva bevuto come sempre, ma si sentiva sicura. E quando guidava si sentiva libera, le piaceva cantare, tenere la radio alta, premere il piede sull’acceleratore, andare, correre e poi buio. Ricorda solo di essersi svegliata su un letto di ospedale.

I dolori tremendi in ogni parte del corpo, il sentirsi imprigionata in quelle mura. Sua madre era al suo fianco, implorandola di smettere, lei le sarebbe rimasta vicino. L’aveva ascoltata, forse per la prima volta dopo tanti anni in cui non aveva fatto altro che ignorarla, non sapeva neppure cosa risponderle, il dolore era così forte che le impediva di ragionare. Poi aveva pronunciato quelle poche parole. –Va bene, ma aiutami, da sola non ce la faccio- . Sapeva di aver fatto la scelta giusta, eppure a volte ancora si domandava perché tutto era iniziato, in fondo doveva essere solo un modo per rilassarsi. Adesso Claudia è in comunità, è difficile a vent’anni ricostruire la propria vita. Vorrebbe essere a scuola, uscire con le amiche, ma sa che prima deve stare bene per farlo, sa che fuori il mondo l’aspetterà.
E pensare che bere doveva rendere tutto più semplice.