Ricordando Vincenzo

Nel trentennale della nascita di San Patrignano, non potevano mancare momenti per ricordare la scomparsa del suo fondatore e i motivi che lo spinsero a dedicare la sua vita ai ragazzi tossicodipendenti

Perché l’uomo si droga? Di certo anche per la scarsa qualità della vita che trae origine, a mio avviso, dal distaccarsi dei giovani, spesso strumentalizzati, da una cultura della vita fatta di principi razionali e solidi, troppo semplicemente liquidati come una tradizione superata da cui svincolarsi. Questo tipo di impostazione, incalzata dal consumismo, ha esautorato i genitori, devastato il nucleo famigliare e indebolito le strutture sociali, spesso contestate in maniera demolitrice, ma raramente sostenute per migliorarne il servizio in uno spirito di confronto costruttivo e di solidarietà sociale. In questo modo le Istituzioni sono state esautorate, anche per quanto riguarda la tutela dell’ordine pubblico e la difesa della società civile. Inoltre, al loro interno, tutto ciò si è aggravato anche per l’operato di uomini non abbastanza preparati e maturi per occupare quelle posizioni di responsabilità da cui avrebbero dovuto scaturire il servizio sociale e che sono state trasformate in posizioni di potere.
L’impulsività, la liceità incondizionata e il permissivismo si sono radicati a livello culturale come diritto e conquista, a danno dell’equilibrio e della razionalità che, credo, dovrebbero sempre guidare le azioni umane. I giovani sono così diventati, sempre più spesso, numeri di un gregge, di una falsa cultura, sotto il potere perbenista contrabbandato come ideale e travestito da libertà. Non si è tenuto conto che quando la libertà individuale giunge a ledere la collettività non è più vera libertà, ma soltanto liceità di immergersi nei propri interessi di parte e in un atteggiamento permissivo prevaricatore e pericoloso, sia per chi lo promuove che per la società nel suo complesso.
La protervia, la presunzione e la sopraffazione possono svilupparsi quando il buon senso decade: allora emerge una pericolosa filosofia di vita che sviluppa falsi valori sui quali non so proprio cosa e come si possa costruire. L’accanita difesa dello spinello ricorda la coltura del ’68. Un movimento generoso e significativo che già denunciava un malessere che andava ascoltato e analizzato, una condizione giovanile che richiedeva ciò che tuttora abbiamo il dovere di dare: spazi, strutture, momenti d’incontro, informazione corretta e, soprattutto, tanto ascolto. Ascoltare per costruire, per dare risposte formative, non per accondiscendere a sostanze che non portano ad alcun successo.
Allora, il movimento giovanile si è trasformato in rabbia per l’impotenza, sono venuti a mancare l’equilibrio e la razionalità nella lotta ed è subentrata la droga come reazione di violenza e sfaldamento.
Questa ‘cultura alternativa’ ha così smarrito nelle droghe gli ideali che l’avevano ispirata all’inizio e che, forse, erano scomodi a qualcuno. La purezza da cui quegli ideali erano animati è stata ottenebrata ed è rimasta al suo posto soltanto la pericolosità di una cultura deviata che non riusciamo a sradicare.
La tossicodipendenza affonda le sue radici più profonde nella caduta di valori e di ideali che caratterizza e affligge la società contemporanea.

Se è vero che la tossicodipendenza è un male sociale, è altrettanto vero che la nostra società è impostata in modo essenzialmente individualistico, e che l’utile e il tornaconto individuale costituiscono sempre più le linee di tendenza che ne caratterizzano il funzionamento. L’imperativo consumistico e l’asservimento ad esso generano un’impostazione dell’esistenza del tutto priva di quei valori e di quei principi che rendono l’uomo un essere fondamentalmente sociale.
I doveri assumono sempre più la caratteristica di fastidiose incombenze da assolvere o, meglio, da eludere. Ciò che diviene primario è l’accampare diritti sempre più estesi. L’uomo non considera più il proprio simile come un fine, ma come un mezzo da piegare al proprio arrivismo o da abbattere, qualora si frapponga fra sé e il proprio tornaconto. L’individualismo distrugge la società intesa come sodalizio di uomini uniti da obiettivi comuni. Ma l’uomo, distruggendo la società, distrugge anche se stesso, rimanendo inevitabilmente vittima di un profondo, solitario disagio. Si chiude in se stesso nel disperato tentativo di ovviare alle proprie frustrazioni, esasperando la ricerca di una soddisfazione delle proprie esigenze particolari e, quindi, rifugiandosi sempre più nell’egoismo e negli interessi dell’io. Questa è la tossicodipendenza: l’antidoto alla solitudine e l’esaltazione dell’individualismo.
E’ il grido soffocato della socialità prevaricata dall’egocentrismo, dell’interiorità sopraffatta dall’esteriorità, dello spirito schiacciato dalla materia. E per soffocare quel grido, va bene tutto: eroina, cocaina, alcol, psicofarmaci, e altre cose ancora.

Testo tratto da Io, Vincenzo Muccioli, 1995