Ricordando Vincenzo

A dodici anni dalla scomparsa del fondatore di San Patrignano, pubblichiamo uno scritto sull’etica della responsabilità e sull’importanza di valorizzare i doveri di ogni uomo.

La droga è solo un sintomo dei mali di una società, un sintomo terribile, devastante, mortale, ma pur sempre un sintomo. Certo, quando i ragazzi arrivano qui si deve per prima cosa eliminarlo, questo sintomo, ma è solo un primo passo, poi si devono aggredire le radici profonde, le cause vere del loro malessere, che tuttavia non è soltanto loro. E tali cause, che sono molteplici, si possono riassumere nell’assenza di una cultura della responsabilità, nella mancanza di un’abitudine a considerare i propri doveri come più urgenti e preziosi dei propri diritti, nell’ignoranza della necessità di difendere la propria dignità. E senza la dignità l’uomo si svuota del suo bene più prezioso. Rimane solo con il proprio ego e il proprio orgoglio, e si corrompe.

Infatti, una società fondata solo sul godimento dei diritti, dove gli individui non possiedono il senso dei doveri, è una società che si corrompe, in cui ciascuno pensa unicamente a se stesso e insegue da solo il miraggio di un’impossibile soddisfazione. In una simile società alcuni useranno la droga per lenire le paure ed esaltare il godimento, altri utilizzeranno sistemi diversi, ma tutti sono affetti dallo stesso male. Come nel corpo di un uomo la malattia sollecita una reazione, una risposta senza la quale sopraggiunge la morte, così nel corso della società questi mali sollecitano una risposta. Il nostro dovere è dunque quello di non abbandonarci alla contemplazione dei mali, ma di fare la nostra parte, di dare tutto il nostro contributo, grande o piccolo che sia, perché le cose vadano diversamente.

Mi piace pensare i giovani di domani già in una fase di progresso. Credo che, calandosi sempre più in questa cultura dei beni e del consumo, in questo comodo stare al mondo che genera abulia, indifferenza, inquietudine e che produce questi vuoti interiori nei quali s’insinua la droga, essi possono a un certo punto reagire e rendersi quindi conto che il disagio da cui sono afflitti è innanzitutto l’effetto di una personale resa interiore, di un’incapacità ormai quasi congenita di conquistarsi in proprio le cose, di cimentarsi e gareggiare nella vita per ottenerle. Credo, allora, che così si riscoprirà il gusto dell’aggregazione, dello stare insieme veramente, non solo in una massa indistinta e frastornata. Si riscoprirà il gusto di voler cambiare le cose, di non accontentarsi solo dell’esistente solo perché esso garantisce il benessere. Anzi, ho l’impressione che a questo punto molti giovani non sappiano più cosa farsene di certi simboli del benessere, li abbiano superati proprio eliminandone il bisogno spasmodico che era tipico delle generazioni precedenti.

Insomma, dovrebbe mettersi in moto un meccanismo di reazione per sperare che qualcosa cambi. Come sempre, del resto, qualcosa si trasforma nell’avvicendarsi e succedersi delle generazioni. Può darsi che la mia previsione sia sbagliata e, del resto, il mio mestiere non è quello di fare previsioni sociali, ma questo è il mio modo di essere ottimista e di avere fiducia.

Benessere e individualismo
Sono meno fiducioso, al contrario, per quanto riguarda le generazioni precedenti, come per esempio la mia. Mi pare che questi uomini siano cresciuti in una tale adorazione del benessere individuale da farlo degenerare in un individualismo egoistico, in una ricerca di ricchezza fine a se stessa e immemore delle condizioni di chi ci vive attorno. Molti dei problemi nei quali siamo immersi, scandalismi e tangentocrazia compresi, derivano da questa distorsione negativa e assolutista di un naturale e legittimo desiderio di benessere e di agiatezza. Tutta questa gente si è abituata a considerare lo Stato una semplice mucca da mungere, e si ribella anche solo all’idea che questa mucca dovrà pur essere nutrita e governata, che no si può pretendere solo il latte senza dare niente in cambio.

Il lavoro da fare per risanare la nostra vita pubblica, dunque, non è solo un lavoro di tagli e di riduzione delle spese, che pure sono necessari, non è solo l’abbattimento di un assistenzialismo che è divenuto la negazione dell’assistenza, ma è anche una profonda azione di risanamento, di risorgimento morale. Ma un simile impegno mi pare troppo gravoso per uomini nutriti di una cultura dei soli consumi, dei soli diritti senza doveri. Le loro spalle sembrano davvero troppo gracili per reggere il peso della correzione di quegli errori che essi stessi hanno contribuito a sviluppare.
Per cominciare, comunque, è bene che ciascuno faccia la propria parte. E noi siamo qui, a cercare di fare la nostra.”

 

di Vincenzo Muccioli