La rinascita di Lucignolo

Giovanni si alza e ciondola verso il bagno.
Di tutti gli ospiti di Sanpa, lui è il più giovane. E’ grande e grosso e ha le mani che sembrano tenaglie, ma ha solo 15 anni. E’ entrato che ne aveva 14, si faceva da quando ne aveva undici. Era in quinta elementare quando incominciò. A Battipaglia, in quella periferia campana urbanizzata e sgarruppata descritta dagli alunni di Marcello d’Orta in ‘Io speriamo che me la cavo’. Suo papà fa l’operaio e sua mamma ha una lavanderia.

“Ho cominciato con le canne. Hashish, marijuana… a tredici anni passai alla ‘roba’. Rubacchiavo qualcosa ai miei. Poi scelsi di andare a vivere da solo. Me la cavavo spacciando un po’ in giro”, racconta.
Giovà dice che no, non c’è stato nella sua vita un Lucignolo che l’ha portato sulla strada sbagliata. “Magari, il Lucignolo ero proprio io”, dice. Forse ciascuno è stato l’amico sbagliato dell’altro.
Scolaro abulico, insofferente, disinteressato a tutto, da quando è qui a Sanpa, dice di aver ricominciato da capo. A come albero, B come bicicletta, C come casa… Tanta pazienza. Tante delusioni. Giovà però, rivela che qui ha scoperto una cosa tutta nuova: “Ho letto un libro, un libro tutto intero: Cacciatori di Diamanti di Wilbur Smith. Il primo libro della mia vita”. Dice che gli è piaciuto e che ne leggera altri. Ma più avanti…” Per adesso mi riposo”, ride Giovanni.

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