Risposta al professor Veronesi

Ahi ahi ahi Professore.
Ahi ahi. Questa storia della libera cannabis se la sarebbe potuta risparmiare.

Un uomo come lei, con il suo carisma, il suo ascendente sul paese, il suo impegno nella lotta alla morte.
Sa Professore, quante volte da ragazzino anch’io ho pensato di diventare qualcuno e affermarmi nella vita, ho iniziato come ogni bambino a voler diventare astronauta, poi man mano che crescevo le ambizioni si abbassavano a livelli più umani e i miei interessi si spostarono sul medico; pittore; scrittore; cantante; fotoreporter etc.
Ero bravo a scuola, intelligente per natura diceva la mia pagella, portato alle arti e alle materie umanistiche. Ero vivace. Avevo voglia di scoprire e purtroppo ho scoperto.

La mia prima canna me la passarono tra i banchi delle scuole medie. Io vengo da un paesino della pedemontana reggiana, dove i genitori ti tesseravano alla FGCI (da non confondersi con la Federazione gioco calcio) che non avevi ancora compiuto 14 anni e dove i circoli del partito erano fatti per parlare di politica, di Brigate Rosse, e fumare qualche spinello.

In quel circolo sono svaniti i miei sogni e dopo la prima canna, ne vennero altre e poi sempre di più, come potevo poi a tredici anni, pormi il problema di diventare adulto, stavo bene in quel mondo che mi si era creato intorno.
I sogni erano cambiati, ora c’era il Marocco, l’India, la ricerca del mio Mantra, non vedevo l’ora di arrivare a 16 anni per partire, e così fu.

Attraversai l’Europa in lungo e in largo, Amsterdam e i suoi coffe shop, Zurigo e la sua vecchia stazione, il Marocco e le montagne di Kethama con le sue piantagioni, il problema era un altro. Quando partii, a 16 anni, il mio corpo era già stato risucchiato dall’eroina da circa un paio d’anni e fu nell’eroina che trovai il mio Mantra.

Le scrivo questa storia Professore, che sicuramente sarà banale ed uguale a mille altre storie, per cercare, nel mio piccolo, di arginare quella falla che secondo me, lei ha creato, come un fiume in piena che si porta dietro i detriti delle false ideologie e di una società che attraverso il tutto è lecito e la falsa libertà cerca di togliersi le responsabilità educative rimandandole al libero arbitrio, all’ individualismo.

Mentre le scrivo poi, mi tornano in mente le parole di Edoardo Bennato e della sua canzone Dotti, Medici e sapienti, dove il suo Pinocchio immobile in un letto stava ascoltando i luminari della scienza che “Nel nome del progresso …” aprivano il dibattito sulla sua sorte e lui, inutile pezzo di legno, ad aspettare la sentenza.

Io non sono contrario all’utilizzo terapeutico della cannabis in farmacologia, ma quando si parla di estrarre il principio attivo di questa e trasformarlo in medicina che curi o lenisca alcune malattie, lascio a voi medici definire quali esse siano; ma questo non c’entra niente con il potersela coltivare da soli o con la non punibilità dell’uso e del possesso di “erba” o di “fumo”.

Il problema non sono tanto i danni fisici a preoccuparmi, anche se gli studi di cui Lei parla non mi risulta siano noti, a differenza di altri, fatti recentemente e di cui Lei, in quanto scienziato, dovrebbe esserne a conoscenza.
Quello che mi preoccupa è: «perché mia figlia che ha 16 anni dovrebbe cercare nelle canne un piacere, una sensazione, un’ emozione che non possa trovare a mente lucida? Perché un ragazzino di 13 anni deve ricercare in un mondo alterato il suo futuro?»

Perché questi ragazzi, poco più che bambini, non stanno bene con se stessi, non si accettano, non accettano quello che noi gli proponiamo e un domani, tra non molto caro Professore, ci presenteranno il conto di quello che gli stiamo lasciando.

Io nel mio piccolo non ci sto, non voglio essere tra quelli che li hanno illusi, voglio poter guardare in faccia mia figlia e poterle dire che ho combattuto, affinché lei non potesse fare il mio stesso errore, perché vede Prof. Veronesi, io il mio errore lo posso ancora raccontare ma migliaia di ragazzi con la mia piccola storia banale, non lo potranno mai fare perché non esistono più e di loro ci ricordiamo solo perché sono stati i più deboli e perché sono morti da drogati.

 

Con rispetto Fabrizio, un responsabile della Comunità San Patrignano.