Ritorno al futuro

Sanpa li prepara per questo, insegnandogli un mestiere, ma soprattutto cercando di dargli “ali più forti” per tornare a volare, per affrontare i tanti problemi che possono ritrovare all’esterno, dove le relazioni spesso sono più difficili da costruire e ricostruire. Lasciare la comunità con un lavoro già in mano è un bell’aiuto.

Il lavoro
«Ero a Trento dove mi sono specializzato nella costruzione di telai per le biciclette. E’ stato proprio l’artigiano che ci dava una mano, ad aiutarmi a trovare lavoro in un negozio di bici di Milano Marittima, – spiega Matteo, 34 anni, da poco reinseritosi. – E’ un lavoro abbastanza stressante, soprattutto ora che è estate, ma è quello che volevo fare e speriamo che il contratto, da tempo determinato, diventi indeterminato». Una bella fortuna trovare una professione inerente a quanto si ha imparato in comunità e che, nel suo caso, gli ha regalato una piacevole sorpresa: «Ho avuto la possibilità di seguire come tecnico la squadra di downhill che sponsorizziamo nella tappa scozzese di Fort William. Stare a contatto con il mondo sportivo è stata un’esperienza molto stimolante».
Ali ancora più forti servono a chi non trova un lavoro nel settore in cui si è formato. «Ho dovuto adattarmi a lavorare in uno stabilimento chimico che non era esattamente ciò che avevo imparato a fare a San Patrignano dove mi occupavo delle coltivazioni, ma ci tenevo troppo a riprovare a tornare a casa», racconta Umberto, che il 18 maggio 2009 ha preso il traghetto per Porto Torres, Sardegna, lasciandosi alle spalle la vita in comunità. Non un ritorno semplice, ma scaturito in seguito ad una necessità della famiglia. E così ha cercato di rifarsi degli anni persi a causa della tossicodipendenza: «Viste le condizioni di salute della mamma e del brutto momento che attraversava mia sorella, dovevo tornare a dargli una mano. Sono contento della scelta, anche se lavorativamente mi sono dovuto adattare e ora, dopo due contratti a tempo determinato, sono fermo. Aspetto una chiamata». Una scelta coscienziosa, presa, fra l’altro, andando incontro ad un’altra difficoltà: «Oltre a questo, la mia ragazza sta a Perugia e ci vediamo solo di tanto in tanto. Vederla è un sacrificio, ma per il momento non mi pesa».
La certezza di avere fra le mani un lavoro è comunque una conditio sine qua non per fare ritorno a casa, o quasi. E’ la comunità stessa ad aiutare il ragazzo a trovare un lavoro, evitandogli il trauma iniziale della ricerca, in un’Italia che, secondo i dati Istat di aprile, ha un tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) pari al 29,5% con un aumento di 4,5 punti percentuali rispetto ad aprile 2009, la più alta dal 2004. Se poi il lavoro che i ragazzi trovano non va, allora sono pronti ad adattarsi, come successo a Lorenzo, il cui accento toscano alleggerisce il peso della difficoltà di doversi reinventare una professione, per lui che in comunità a Trento si occupava della cucina: «Tornato a Pian di Scò mi sono messo a fare il muratore. Avevo iniziato in un ristorante, ma l’attività è fallita e io mi sono rimboccato comunque le maniche. Certo mi piacerebbe riprendere a lavorare nel settore della ristorazione».
Uscire senza la preoccupazione del lavoro è un bel vantaggio per i ragazzi che, reinserendosi, già si trovano ad affrontare e superare gli stessi ostacoli in cui erano inciampati prima della comunità, come è successo a Massimiliano, rientrato a Prato: «Andandomene da Sanpa, il mio responsabile mi aveva sconsigliato di tornare a lavorare con mio fratello e di aspettare prima di convivere con la mia ragazza. Ovviamente ho fatto tutto il contrario. Con mio fratello sorsero le stesse incomprensioni di prima della comunità e così ho cambiato lavoro, mettendomi in proprio come rappresentante di vestiti. La stessa cosa è successa con la mia ragazza. Abbiamo convissuto per 6-7 mesi, poi, capito che non era più il caso di continuare, le nostre strade si sono divise. Ho così scelto di fare quello che mi sentivo, riaffrontando vecchie problematiche, ho sbattuto di nuovo la testa, ma questa volta non me la sono rotta».

La famiglia
A determinare la scelta di tornare o meno a casa anche e soprattutto la famiglia che nel reinserimento recita il ruolo di coprotagonista. C’è chi, pur volendo tornare alla vita esterna, decide di rimanere in Romagna, come Pietro: «Dopo anni passati a lavorare in cantina, volevo provare a riaffacciarmi al mondo e grazie alla comunità ho ritrovato un posto come escavatorista, il mio vecchio lavoro. L’ho fatto però vicino a Sanpa, a Coriano, senza rischiare di tornare a Messina. L’unico legame con quella città è mio figlio, avuto dalla mia ex moglie, che ora ha 13 anni. Lo vedo di tanto in tanto e sto cercando di ricucire un rapporto con lui. Spero capisca perché non me la sento di tornare. In più rimanendo qua, posso anche convivere con Paola, la mia ragazza». Paola l’ha conosciuta in comunità, dove lei poi è stata assunta: «Negli ultimi due anni di percorso ero nel laboratorio analisi del centro medico e dopo aver studiato come operatore ai servizi sociali mi hanno proposto di restare qua. E’ così che ho scelto di rimanere a Sanpa, pur volendo vivere all’esterno, per misurarmi ancora una volta con la società».
C’è invece chi dopo tanti anni di distacco, sceglie proprio di ripartire dalla famiglia, come Basso di San Benedetto. «Pochi mesi prima di uscire dalla comunità, grazie a mia sorella ho iniziato a ricucire i rapporti con i miei. Era dal 2001 che non mi parlavano più, quando mi sbatterono fuori di casa ed io iniziai a peregrinare fra Italia e Spagna. Però ora mi hanno accolto di nuovo e tutto sta andando bene. Certo che all’inizio mi ha fatto strano. Mi sentivo un estraneo in casa dei miei. Nemmeno sapevo dove tenevano l’acqua». E allo stesso tempo la scelta di tornare a un lavoro duro come quello di pescatore: «Per tutti alle grafiche a Sanpa ero il marinaio e ho ripreso il lavoro di famiglia. Passo tre quattro giorni consecutivi in mare e poi cerco di ricostruirmi qualcosa sulla terra ferma, ma prima di ritrovare la completa autonomia mi servirà un po’ di tempo: qua fuori è tutto diverso, anche se almeno nel lavoro ho trovato belle amicizie e grande rispetto per la mia scelta di rimettermi in gioco».

Le nuove amicizie
La difficoltà maggiore che i ragazzi incontrano all’esterno è quella di trovare persone con cui confrontarsi, dialogare e potersi confidare. Se è vero che la crisi economica non aiuta a trovare il lavoro, è ancora più complicato passare da una situazione, in comunità, dove ad ogni passo c’è chi ti chiede come stai, ad una dove in pochi si interessano a te. Ad averlo chiaro in mente è Emanuela, entrata in comunità con marito e figli e tornata a Modena con tutta la famiglia: «Nei primi tempi in cui venni via da Sanpa, rinfacciai più volte a mio marito questa scelta. Rimpiangevo il fatto di esser tornata a casa, non tanto per le difficoltà della vita esterna, che per lo più coincidono con la fatica di arrivare a fine mese, quanto per le persone che avevo lasciato e la difficoltà di costruire nuove amicizie. Se i nostri bambini, pur vivendo il distacco da Sanpa dove erano arrivati piccolissimi, hanno trovato presto dei nuovi amichetti, per noi genitori è stata più dura». Una difficoltà a cui si unisce quella del poco tempo da poter dedicare ai figli: «In comunità ero nel gruppo mamme e potevo concedere loro tutto il tempo di cui avevano bisogno. Li accompagnavo all’asilo e in caso mi potevo attardare. Ora se gli concedo anche solo cinque minuti in più, poi in azienda timbro in ritardo il cartellino e mi decurtano lo stipendio. Per dedicargli più tempo ho comunque lasciato il mio lavoro da parrucchiera, troppo impegnativo. In azienda stacco alle 16.30 e poi sto con loro». Per sua fortuna ha sempre avuto al suo fianco il marito Aldo, anch’egli passato da Sanpa, che fra i due è stato il primo a voler provare a mettere di nuovo il naso fuori dalla comunità: «Le difficoltà non mancano, ma è stato come tornare a vivere per una seconda volta. Ed esser stato negli elettricisti a San Patrignano mi sta aiutando e non poco nella mia nuova attività di frigoriferista».

Le nuove sfide
Fatto sta che il percorso in comunità a tanti ragazzi dà un’incredibile spinta e voglia di rituffarsi nella vita con grandi motivazioni, lanciandosi in sfide che prima nemmeno avrebbero immaginato. «Dopo anni trascorsi nella scuderia di Sanpa, ho scelto di tornare a San Giovanni in Marignano – racconta Diego. – Lavoricchio in una pizzeria, ma solo per dare una mano in famiglia e per sostenermi gli studi all’università. Infatti ho iniziato informatica, sperando un giorno di riuscire a trasformare la mia passione in professione». Per Marco e Tommaso invece due avventure nuove sul fronte lavorativo. Per il primo la scelta di portare avanti all’esterno la stessa attività che ha scoperto in comunità: «Sono sommelier in un prestigioso hotel di Riccione. Grazie a Vite, il ristorante della comunità, ho imparato questa bella professione ed ora cerco di farmi apprezzare». Un passo ancora più in avanti ha deciso di farlo Tommaso, solo 29 anni, tornato a Padova. Impegnato in comunità nel forno, pur essendo uscito solo il 6 maggio, ha già avviato un’attività tutta sua: «Ho lavorato in una pizzeria, finché non ne ho aperta io stesso una da asporto. C’è mio fratello a darmi una mano e speriamo di avere presto la licenza anche per somministrare bevande per avviare ancora meglio l’attività. Dite che ho avuto coraggio a fare questo passo? Qua in Veneto si usa dire che per lavorare basta alzarsi dal letto». Tommaso forse non se ne rende conto, ma ha fatto qualcosa di più che alzarsi dal letto.

Matteo Diotalevi

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