San Patrignano perchè

In un lungo articolo pubblicato anni fa sul Giornale di San Patrignano, Vincenzo Muccioli parla della nascita della Comunità e della sua visione del futuro

Mi sono sempre battuto contro qualunque farmaco perché ho sempre visto la tossicodipendenza come un fatto sociale. Mi sono battuto contro il metadone e contro gli psicofarmaci, quando questi venivano usati come terapia. Il tempo credo ci abbia dato ragione, in quanto metadone e psicofarmaci non hanno mai tolto nessuno dalla tragica situazione che la tossicodipendenza offre agli afflitti da questo tormento.
San Patrignano non è un’oasi di pace né un’oasi avulsa dal mondo né una clinica per tossicodipendenti: è semplicemente un’isola non felice, ma in cui crediamo di ristrutturare quei valori che, vissuti nella nostra piccola società, ci temprano in maniera tale da poter reggere l’impatto futuro con la grande società.
Rafforzati così in questi valori, che più a fondo in noi hanno messo radici, saremo, speriamo, delle querce che non crolleranno alle ventose burrasche della società. Questa è San Patrignano. Questo è il concetto che noi abbiamo della tossicodipendenza. Queste sono le terapie che non si chiamano farmaci, ma amore, comprensione e capacità di capire in funzione della disponibilità che come uomini abbiamo verso gli uomini, in un rispetto determinato ed alimentato dalla focalizzazione dei limiti umani.

Se la tossicodipendenza non è una malattia né un male fisico, non ha niente a che fare con la medicina, ed è questo il motivo per cui è giusto che il cittadino socialmente inserito, organo della società, cellula della società, studi in proprio il problema affiancando il proprio Stato, Nazione, Governo, nella difesa di figli che sono i nostri figli, la società del domani. Quindi ammettiamo i nostri errori, non copriamoci, non vergognamoci del problema quando ne siamo profondamente afflitti. Analizziamolo a fondo e responsabilmente cerchiamo di erudirci per poter dare un valido apporto allo scopo di inserire nella comunità le vite di quelli che mettiamo al mondo dei quali siamo responsabili.
Non è lo Stato che può affrontare il problema, bensì il cittadino. E’ il privato che lo deve affrontare perché c’è bisogno di strutture gestite da persone nella disponibilità piena e totale di loro stesse. Curare la gestione di una comunità per tossicodipendenti o per emarginati non è un lavoro, è un dare la vita e, per fare ciò, bisogna, prima di ogni altra cosa, imparare ad essere uomini, conoscersi obiettivamente, onestamente, focalizzando i propri limiti e conoscendo i propri egoismi.

Bisogna analizzare questo ideale che, solo attraverso il riscatto di sé stessi potrà essere abbracciato come tale, in caso contrario colui che si rifugia in una attività di questo tipo diventerebbe dannoso. Trasmetterebbe ai ragazzi le sue frustrazioni e, non avendo nessun credito e nessuna possibilità di comunicare con loro, non potrebbe dare niente, come non può dare niente uno che, anche mosso emotivamente a dare del pane a chi lo chiede, ha le mani vuote. Una comunità atta a risvegliare la vita in chi l’ha persa deve essere gestita da una persona viva, che ha degli interessi, perché solo così, nell’entusiasmo del vivere, potrà trascinare gli altri pur senza oltrepassare il limite delle proprie possibilità.
Chi si prefigge di seguire i tossicodipendenti nel loro cammino verso la rinascita dei valori della vita deve sempre tenere presente che ha di fronte a sé una persona estremamente sensibile, sempre.

L’eroina, l’emarginazione e la lotta per la sopravvivenza, che comportano la mancanza di ideali, colpiscono gravemente le persone maggiormente sensibili. E’ comunque chiaro che il tossicodipendente coglie lo stato d’animo, il modo d’essere, la motivazione e lo spirito di chi si muove verso di lui e riesce, nel rapporto instaurato, ad abbattere le sue difese. Si abbandonano solo di fronte alle certezze, senza le quali non può esservi rapporto né, quindi, la possibilità di iniziare un discorso di vita da recuperare alla luce, appunto, di quei valori smarriti che si chiamano lealtà, umanità o meglio ancora comprensione. Che sono fondamentali per sviluppare la solidarietà umana. Senza far nulla per salvare la vita di questo tipo di emarginati perdiamo il fior fiore della società, perché il tossicodipendente, il più delle volte, non è un vizioso, ma un disperato, che a causa della sua estrema sensibilità non riesce a trovare quel riscontro sociale di cui necessita, quel rapporto umano fatto di calore, comprensione e solidarietà così importante per vivere.

Questa è la malattia del tossicodipendente, questa è la malattia della sua esistenza. La nostra generazione, sia per il periodo storico durante il quale è vissuta, scandito dall’indigenza portata dalla guerra, ha impostato l’educazione e l’amore pei i figli sul dare smodatamente. Perché? Perché a noi queste cose sono mancate e siamo stati noi i promotori di un consumismo che poi si è esasperato, perché noi gli abbiamo prestato il fianco. E così facendo abbiamo tolto ai giovani il calore e la tradizione. Non ci siamo più accorti dei loro problemi, perché abbiamo creduto di visualizzare in loro i nostri di un tempo e così glieli abbiamo addirittura imposti dando loro, per compiacerci, tutto ciò che non abbiamo avuto. Fregiandoci della doppia macchina, dei bei vestiti, dei soldi in tasca, tutte cose che ci gratificavano, perché se il figlio va in giro in un certo modo ostenta l’opulenza e le possibilità della famiglia. Ecco la tossicodipendenza, i valori bruciati! Glieli abbiamo bruciati noi, la società! Ecco perché la tossicodipendenza è un male sociale e non medico.

Questa è l’analisi che mi ha permesso di cogliere, entrando in confidenza con la persona afflitta dal problema, quali sono i traumi che l’hanno spinta a rifugiarsi nella miracolosa polverina. Nessuno nasce tossicodipendente, ma ognuno nasce con dei problemi e non esiste una motivazione specifica che determini l’iniziazione. Esiste un cumulo di motivazioni che portano all’esasperazione e conseguentemente alla polverina. Possono esistere degli attimi di curiosità, ma la curiosità che arriva a questi livelli è sempre alimentata da un non appagamento esistenziale. Chi è pago non va a cercare lo sballo per trovare qualche cosa che lo possa distrarre. Ha già degli interessi. Prima di arrivare a tutto questo, bisogna riscattare sé stessi, poi si potranno studiare i problemi degli altri. L’individuo potrà iniziare un lavoro del genere dopo che avrà compiuto un’analisi e, cosciente delle sue possibilità, avrà colto anche la rinuncia che deve compiere di sé stesso come ‘io’, non come personalità. Infatti a differenza dell’ ‘io’ che va soppresso, la personalità, va alimentata, va potenziata.

L’ ‘io’ catechizzatore, saccente, canalizzato nelle teorie culturali, intellettuali, scientifiche, finalizzato quasi alla dimostrazione dei suoi valori culturali, in quei limiti che determinano la più pericolosa delle dipendenze, deve essere completamente distrutto per lasciare posto ad una nuova persona. Nel far ciò non può esserci una metodologia, perché ogni persona è diversa dalle altre. Colui che si cimenta in una cosa del genere deve rapportarsi ad ognuno e deve farlo nei vari momenti della giornata, perché altrimenti, nell’attimo in cui non si rapporta alla persona che ha davanti, non dà niente e chiude un rapporto anziché aprirlo.

E’ in questo senso che noi immaginiamo una comunità per tossicodipendenti e, poiché la dignità si raggiunge nella riscoperta dell’uomo e nell’ancorare l’uomo ai valori della vita, la concepiamo solo nell’autogestione. La dignità non si raggiunge con gli oboli, ma con la realizzazione di sé stessi, con la presa di coscienza delle proprie possibilità, col sapere chi si è, chi si vuole essere, chi si può essere. Con oboli non ci si arriva a conoscere e ad avere un piano pratico su cui applicare valori quali l’onestà, il rispetto, la coerenza, che sfociano poi nella dignità. C’è bisogno di un banco di prova per applicarli, altrimenti rimarrebbero concetti astratti e prima di rituffarsi nella realtà ci si deve temprare in questi valori. Ecco perché la comunità è una cellula sociale nella società stessa. Una società ridotta che ci dia la possibilità di seguirci a vicenda, di segnalarci le nostre oscillazioni, le nostre debolezze, le nostre cadute, per allenarci ad affrontare domani l’impatto con la grande società e con il lavoro, provvisti di una professionalità che ci dia coscienza di noi stessi, delle nostre possibilità e ci offra il piano da cui partire economicamente indipendenti e realizzati verso un dignitoso vivere.

C’è bisogno di questo periodo terapeutico, se così vogliamo chiamarlo, per rafforzarsi, per riemergere da quei disorientamenti e consolidarsi in una ristrutturazione di quei valori che devono essere il punto di riferimento della vita di ognuno e che devono determinare dipendenza in ogni uomo, perché sono quei valori che ci accomunano e all’insegna dei quali maturiamo la necessità di creare un apparato sociale per autodifenderci reciprocamente. Solo così la società ha senso, perché così inizialmente è nata con la tribù. Questo è il concetto. E’ inoltre assolutamente assurdo pensare che lo Stato, afflitto da una piaga come la tossicodipendenza, possa fare qualche cosa trovando persone con questo tipo di disponibilità, come è assurdo pensare che lo Stato possa continuamente sborsare oboli per mantenere un branco di fannulloni.
Queste comunità si devono strutturare in modo tale da togliere dall’abitudine del non far niente persone che non hanno mai fatto niente. Non dando a tutti indistintamente lo stesso lavoro bensì a ciascuno il proprio lavoro, che viene scelto in funzione della personalità che affiora pian piano ed in funzione del suo raffiorare permette all’emarginato di ritrovare se stesso. Quindi non una metodologia, non un lavoro tipo perline o tagliare il cuoio, ma lavori seri e di alta professionalità, oppure l’orientamento agli studi ai quali ci si vuole riallacciare dopo il periodo dell’emarginazione. Ecco perché non ci può essere una metodologia: creeremmo dei birilli, non degli uomini!

Non posso annullare la personalità di un ragazzo che arriva a San Patrignano. Non posso né annullarla, né dargli la mia, né ricostruirgli una personalità frutto di un metodo tipo: “Dimentica tutto e cresci così, così, così”. Io gli do i valori e lo aiuto a maturarli, vivendoli.
Come? Annullandomi in lui riesco a cogliere le sue esigenze e cerco di aiutarlo nella sua formazione. E ancora lo sostengo quando gli costa fatica applicare quei valori di cui abbiamo parlato, lo sostengo perché imparando a viverli li faccia suoi, in modo che essi mettano radici profonde, così da non poter più essere scossi. Allora potrà andare, prima no. Questo è il concetto che noi abbiamo di San Patrignano, della comunità, della tossicodipendenza, di come la collochiamo a livello sociale e a livello di Stato.
Questo è il perché riteniamo doveroso fare qualche cosa riguardo a questo problema dopo averlo analizzato anche in funzione della nostra carta costituzionale, oltre che per esigenza morale. Questa è San Patrignano. Che non vuole essere ‘la’ risposta ma ‘una’ risposta, la nostra risposta a quello che riteniamo essere il problema droga.

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