Sballo da solo

La Love parade ha chiuso i battenti, forse per sempre. C’è da chiedersi perché tutti quei ragazzi fossero lì, nella parata dell’amore allucinato e in trance, triste metafora della solitudine disperata dell’uomo. Il commento di Andrea Muccioli

La cocaina scorre a fiumi nei locali alla moda. Un milione e mezzo di ragazzi si annullano nel ritmo ossessivo di una nenia ripetitiva e assordante sparata a un milione di decibel solo per fare perdere completamente la testa. C’è da chiedersi cos’hanno in comune questi due, a loro modo, esemplari sintomi del degrado totale in cui, da tempo, ci siamo avviati. Le analisi, anche quelle intelligenti comparse in questi giorni sui giornali, si limitano a fotografare la realtà: la droga sdoganata come bene di consumo, il format dello sballo, la “musica” house e techno, i tragici effetti collaterali: dalle stragi ormai ventennali del sabato sera al dramma di Duisborg ai tanti ragazzi sballati che popolano le cronache nere. Un film già visto, questo, sul quale sono stati scritti fiumi d’inchiostro e impiegate ore e ore di filmati e registrazioni televisive. Ogni volta la “realtà” assume connotati diversi e ogni volta, se può, diviene più eclatante e, in un certo senso, più chiara. Ma a noi questa deriva dell’uomo, nella moltitudine sempre più solo, non importa: scambiamo le cause con gli effetti, continuando a guardare il dito che indica la luna. E allora qualcuno torna a chiedersi, in modo un po’ autistico, se, vista la situazione, non sarebbe meglio legalizzare la droga e smetterla con “l’inapplicabile proibizionismo”: il solito vecchio e trito discorso di almeno trent’anni fa, smentito dal lievitare dei costi sociali che la diffusione epidemica di droga ha comportato: incidenti stradali, spese sanitarie, impatto sulle famiglie, sulle relazioni, sul mondo del lavoro . Oltre a un esercito di disperati mantenuti a farmaci e metadone da un sistema vecchio e autoreferenziale. Da alcuni anni, anche l’Olanda dei coffee shop sta facendo marcia indietro, scottata dal turismo della droga. Sembra che non ce ne accorgiamo. Quarant’anni fa c’era Woodstoock, oggi c’è la love parade; allora, c’erano i balletti rosa, oggi starlette e tronisti in coda ai cessi delle discoteche. Tutto cambia, tutto rimane uguale. In questi giorni, a San Patrignano, ci stiamo preparando a celebrare il 15° anniversario della scomparsa di mio padre, la persona più moderna che conosco. Gli chiedevano cosa bisognasse fare contro la droga. Ricordo esattamente la sua risposta: “Serve un’inversione culturale”. Vincenzo Muccioli non parlava di politica, di schieramenti o di ideologie. Parlava di consapevolezza e di assunzione di responsabilità: un concetto, anzi un modo di vedere, valido ora come allora. Parlava di quella che comunemente chiamiamo emergenza educativa, per poi nasconderci la testa sotto la sabbia, per non vedere. Fin quando la droga sarà considerata uno stile di vita normale, con personaggi noti a fare da testimonial e la Kate Moss di turno a raddoppiare i suoi guadagni, il marketing della droga si fregherà le mani: è la migliore pubblicità gratuita che si può immaginare. Dal loro punto di vista, fanno affari d’oro anche i business man criminali che hanno riunito un milione e mezzo di ragazzi, in un tunnel senza via di scampo: 20 morti e 500 feriti. Gli organizzatori sono dei delinquenti, ma c’è da chiedersi perché tutti quei giovani fossero lì, nella parata dell’amore allucinato e in trance, triste metafora della solitudine disperata dell’uomo. La stessa, affollata solitudine, di chi, all’Hollywood o in tante altre discoteche, balla e sballa da solo. Come uscirne? C’è una sola risposta, quella di sempre: educazione.

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