Lo sballo per lei

Carenze affettive, solitudine, noia. Ma, soprattutto, la paura di non piacere e di non essere accettate. Sempre più donne si avvicinano agli stupefacenti. E iniziano presto. Negli anni dell’adolescenza.

Milena sbatte la porta di casa, lasciandosi alle spalle le urla della madre e il silenzio disarmante del padre, assente da sempre, lontano da lei anni luce, da quando era bambina. Si butta sulla strada, trascinando lungo i marciapiedi la sua vita distrutta: un corpo a pezzi, una mente logora, sfinita, annebbiata dalla droga. Famiglia, amicizie profonde, affetti sinceri sono per lei sogni chiusi in un cassetto che non è mai riuscita ad aprire, per quella paura tremenda di dover ricominciare, di doversi guardare dentro. Vive alla giornata, disordinatamente, incapace di progettare la propria esistenza. Milena è una donna di trent’anni, con un’esperienza ultracinquantenne ed una emotività da dodicenne, ferma, bloccata per colpa della ‘roba’ che le ha rubato tutto: sensazioni, legami solidi, esperienze costruttive, il piacere di conoscersi crescendo. Lasciandole solo ricordi atroci di azioni che razionalmente non riesce ad attribuirsi. Ogni giorno indossa panni che ormai le vanno stretti, è arrivata al capolinea di una vita disastrata. Ha bisogno di aiuto per restituirsi dignità e rispetto di se stessa. Compie un gesto, rimandato troppe volte. Una penna, qualche foglio. Tutto ritorna alla mente e alla fine cinque pagine scritte fitte, fitte riassumono la sua vita: carenza affettiva, rapporti sbagliati, violenze subite, fallimenti, fughe da casa. “Aiutatemi, voglio ricominciare a vivere”, Milena conclude così la prima lettera inviata all’ufficio accoglienza di San Patrignano. Ha deciso: deve ritornare alla vita.

“Quando le ragazze arrivano da noi”, spiega Lina che da tanti anni si occupa della lavanderia, un centro di formazione della comunità esclusivamente femminile, “hanno dei vuoti affettivi ed educativi terribili. Con loro devi parlare di amore, di famiglia, di amicizia, di rispetto, valori che hanno dimenticato o, addirittura, mai conosciuto. Devi aiutarle a guardarsi dentro, incoraggiarle a continuare, condurle verso l’equilibrio interiore e la serenità. Devi trasmettere loro la voglia di vivere”. E non è facile. Si devono fidare per affidarsi agli altri, quindi bisogna creare un rapporto di stima, di fiducia per accompagnarle verso un cambiamento radicale, che spesso le spaventa terribilmente. “Dopo circa sei-otto mesi dall’inizio del percorso in comunità”, continua Lina, “cadono in un baratro profondo, perché vivono dei vuoti spaventosi. Non sono più tossiche, ma non si identificano nel nuovo mondo che stanno imparando a conoscere. Iniziano a soffrire di ansia”. Non certo di carattere psichiatrico, ma piuttosto correlata a fragilità strutturali, quindi a profonde insicurezze. Si trovano a dover affrontare delle responsabilità, ad avere finalmente dei ruoli definiti, a rivivere alcuni aspetti di realtà vissuta, come il rapporto con la famiglia d’origine. Questo crea paura e la sensazione di non essere adeguate.

A San Patrignano il numero di donne presenti è pari al 30 per cento. Esiste, quindi, un divario numerico tra i due sessi, riscontrabile in genere nella popolazione tossicodipendente del nostro Paese. “Il maschio”, spiega Antonio Boschini, responsabile del Centro medico di San Patrignano, “è più portato a mascherare le proprie debolezze com atteggiamenti antisociali. Anche di tipo criminoso, entrando spesso in contesti di illegalità di cui fa parte anche la droga”. Ci sono comunque altre motivazioni di carattere culturale e sociale che incidono sulla differenza numerica tra uomini e donne tossicodipendenti. I ragazzi sono più portati alla vita di gruppo. Nell’ambito della psicologia femminile si riscontra di più la ricerca della relazione stretta, congiunta con l’amica del cuore, con il fidanzato. Quindi, l’investimento sentimentale incomincia prima per le donne che per i maschi. “Questo può, a volte, risolvere quei problemi di carenza affettiva spesso alla base della tossicodipendenza”, spiega lo psichiatra Mario Postiglione, che da anni collabora con la comunità. “Se la ragazza in sviluppo di personalità incontra, al di fuori dell’ambito famigliare, la figura che in un certo modo la stabilizza affettivamente, ecco che le potenzialità di diventare tossicodipendenti possono ridursi enormemente”.

Il diffondersi delle nuove droghe sta però complicando la situazione. “L’uso di amfetamine e simili, di stimolanti, di cocaina nell’ambito femminile”, continua Postiglione, “è direi più che raddoppiato”. E qui sono tanti i fattori che entrano in gioco. “Una componente fondamentale”, afferma lo psichiatra, “è l’aspetto dell’identità corporea nelle donne che le avvicina ad un certo tipo di droga, quelle stimolanti per intenderci”. Ragazzine, adolescenti, inchiodate davanti allo specchio, terrorizzate di non piacere e di non essere accettate, vincolate a modelli di riferimento che esaltano l’immagine di una donna bella perché magra. Un bombardamento culturale che porta la bellezza fisica ad acquisire un’importanza esasperante. E le provane tutte per assomigliare a quelle alte e scheletriche donne, viste e riviste sulle copertine dei giornali, negli spot televisivi, sulle passerelle delle sfilate di moda. Anche l’uso di droga. L’età di inizio del consumo si è abbassata, diventando un fenomeno da prima adolescenza, tra i 12 e i 15 anni. “Questo”, afferma Lina, “comporta un arresto totale della loro crescita, sia sul piano psicologico che fisico. A loro devi trasmettere un insieme di valori che hanno bisogno non tanto di ritrovare, quanto di conoscere”. La situazione si complica quando subentrano danni a livello neurochimico molto forti. Allo sfaldamento dell’aspetto psichico e neurale segue quello della personalità e del comportamento. “E non dimentichiamoci che amfetamine, ecstasy, droghe stimolanti si trovano facilmente in un ambiente accettato socialmente come la discoteca”, afferma Postiglione, “per cui non c’è la ricerca nella strada o in quei luoghi frequentati dai tossici, ma la facilità di entrare in contatto con queste sostanze in posti dove ci va chiunque”. Insomma, il problema grave è che i ragazzi maschi e femmine in eguale misura, non si sentono assolutamente dei tossicodipendenti. “Mi sballo e dimagrisco…cosa voglio di più”. Questo il pensiero diffuso tra le ragazzine. “Un fenomeno da non sottovalutare quando parliamo di tossicodipendenza femminile”, spiega Postiglione, “è quello della forte espansione dei disturbi alimentari. Molte ragazze, prima di avvicinarsi alla droga, hanno vissuto delle fasi adolescenziali di anoressia. Con la tossicodipendenza il problema è stato sottovalutato perché comunque lo stile di vita si accompagna alla scarsa nutrizione e cura di sé. Ma in fase di recupero la persona comincia ad occuparsi più di se stessa e a questo emergono tutte le problematiche rimaste sommerse. Le ragazze che entrano a San Patrignano non esternano subito i disturbi legati all’alimentazione. Questo si verifica generalmente dopo circa otto mesi dal loro ingresso in comunità”.

L’anoressia abbinata alla tossicodipendenza si manifesta, in genere, tra i 20 e i 30 anni. L’origine della problematica è però, nella maggior parte dei casi, molto precoce: alle volte risale ai 14-15 anni. Le armi per risolverla sono veramente scarse. “Le terapie farmacologiche non esistono specificatamente. Stimolanti per l’appetito non servono a nulla. Spessissimo alla base del disturbo c’è un problema di umore, di carattere affettivo. Quello che diventa importante è il recupero dell’autostima, il superamento della paura di progettare il futuro, il sentirsi forte interiormente senza dover spostare l’attenzione verso l’esterno. Quando la persona si rende conto di aver superato i suoi timori, non ha più bisogno di questo meccanismo dimostrativo di forza, che non è altro che uno strumento di rassicurazione e di vittoria. Il vomito, ad esempio, per le anoressiche è la prova di essere in grado di dominare l’istinto”.

Silvia Mengoli