A scuola di spaccio

La scuola non dovrebbe essere solo il posto dove si studia italiano o matematica, ma una palestra di vita, dove i giovani dovrebbero poter socializzare, condividere e imparare ad affrontare i problemi, confrontarsi tra coetanei e con gli adulti al fine di acquisire un senso di responsabilità e di consapevolezza che li renda capaci di evitare sbagli che potrebbero costare loro molto cari.. La scuola, dunque, può svolgere un ruolo essenziale per aiutare i ragazzi a non cadere nell’uso di droghe o sostanze dannose. A volte, invece, sono proprio le scuole il luogo preferito per lo spaccio e il consumo di stupefacenti e in alcuni casi a rivestire il ruolo dei pusher sono indifferentemente gli studenti e i docenti.
E’ dello scorso maggio, ad esempio, la condanna in primo grado a due anni di reclusione e 2.000 euro di multa nei confronti di L. R., insegnante del liceo artistico di Bergamo sospeso con provvedimento amministrativo per cessione di sostanza stupefacente agli studenti. Il docente aveva accompagnato gli studenti in gita scolastica a Londra e, in quell’occasione, non ha trovato di meglio che acquistare marijuana e distribuirla. A Roma, invece, gli scantinati di una scuola elementare e per bambini disabili a due passi dalla Basilica di San Pietro erano stati trasformati in un covo di pusher, con tanto di fumeria. A gestire il covo dello spaccio, i due figli dei portieri dell’istituto.
Foto e sms
Ma i casi più frequenti riguardano lo spaccio ‘alla pari’, tra coetanei, P2P, come si direbbe nella sigla in uso per i download dalla rete. La piaga non risparmia licei prestigiosi come il Canova di Treviso, finito nella bufera lo scorso inverno, quando un’inchiesta condotta dalla Squadra Mobile ha scoperto un vasto giro di consumatori tra gli studenti dell’istituto. Dopo le cale – prese nei bagni durante le ore di lezione, oppure durante la ricreazione – i ragazzi che facevano parte del giro si raccontavano gli effetti delle pastiglie scambiandosi sms da una classe all’altra: “Mi sento un leone. Ho detto tutto alla professoressa in due minuti”. Come dopo una qualsiasi interrogazione andata bene grazie a un colpo di fortuna.
Ma non è tutto. I giovani indagati, secondo l’accusa, avrebbero organizzato una fitta rete di spaccio di cocaina, ketamina, hashish, ecstasy e anfetamine. Secondo quanto emerso dalle indagini, alcuni avrebbero organizzato una colletta tra i compagni di scuola per acquistare varie partite di droga da rivendere in altri istituti della città.
La diffusione di questa prassi di spaccio ‘peer to peer’ tra gli istituti scolastici di tutta Italia è davvero inquietante. A volte i racket studenteschi non hanno nulla da invidiare alla durezza di quelli criminali: ad Asti, un diciassettenne dell’Istituto Tecnico Artom pagava regolarmente tangenti (ha versato fino a 2.400 euro) per non essere costretto a spacciare a scuola. Sono tre le scuole medie superiori cittadine coinvolte nelle indagini, che hanno portato all’arresto di un 24enne e alla denuncia di due studenti al Tribunale per i minorenni.
Tra gli studenti della città piemontese si era formato una specie di ‘club’ di consumatori al quale si aderiva spacciando due dosi in cambio di una gratuita. Il ragazzo che ha confessato tutto, prima ai genitori e poi alla polizia, aveva approfittato della dose di hashish offerta ma non se l’era sentita di vendere le due previste e, di fronte alle minacce di morte, aveva preferito pagare il pizzo. Una decina di fotografie di studenti intenti a ‘farsi’, sequestrate dagli inquirenti, dimostrano che i ragazzi realizzavano e diffondevano gli scatti con i telefonini proprio per rivendicare l’appartenenza al gruppo.
Dall’Emilia agli Usa
In confronto a simili scenari sembrano poca cosa gli arresti domiciliari per spaccio comminati a uno studente diciassettenne, che riforniva in forma privata gli altri compagni all’istituto Gavazzi di Pavullo nel Frignano, sull’Appennino modenese. Le indagini erano partite lo scorso novembre, quando alcuni docenti avevano consegnato ai carabinieri i resti di tre spinelli trovati vicino ad un bagno all’interno della scuola.
Il fenomeno non riguarda certo solo l’Italia. Uno studio della Columbia University ha denunciato come, negli Stati Uniti, gli adolescenti che vengono a contatto con droghe nel corso delle medie superiori sia aumentato dal 44 per cento del 2002 al 61 del 2008.
In Francia la drammaticità della situazione scolastica ha spinto il Governo a proporre di autorizzare gli insegnanti a perquisire gli studenti. Nicolas Sarkozy ha scelto il pugno di ferro: il dettagliato piano sulla sicurezza recentemente presentato prevede funzionari che aiutino presidi e professori dal punto di vista pedagogico ma anche squadre di poliziotti in pensione e volontari, da inviare su richiesta fuori e all’interno degli istituti, così da garantire una drug free zone. Il capo dell’Eliseo intende insomma abbinare prevenzione e repressione. Ma una proposta simile, da noi, ha scatenato subito una polemica contro l’uso delle ‘ronde’ (vedi box).

(Fabio Bernabei)

Il preside indifferente
Se la Francia vuole dotare gli insegnanti di poteri di polizia, da noi il senso di responsabilità degli insegnanti, a cui le famiglie affidano i propri figli, non sembra sempre garantire la dovuta serenità ai genitori. Clamoroso un recente pronunciamento della Corte di Cassazione, che lo scorso luglio ha annullato la condanna a un anno di carcere inflitta nel 2006 dalla Corte di Appello di Milano al preside di un liceo di Rho per “agevolazione dell’uso di stupefacenti” e per non aver fatto abbastanza per bloccare gli episodi “abituali e intensi” degli studenti che consumavano droga nei bagni dell’ istituto.
I giudici, per il loro verdetto di condanna, si erano richiamati all’art.79 della legge 309, che punisce “chiunque, avendo la disponibilità di un immobile, ambiente o veicolo idoneo lo adibisce o consente agli altri di adibirlo a luogo di convegno abituale di persone che si diano all’uso di sostanze stupefacenti”. La Sesta sezione Penale della Cassazione, però, ha annullato questo giudizio: perché si configuri il reato “è necessario che il soggetto agisca con la coscienza e la volontà di agevolare, con la sua condotta, l’uso di sostanze”. Il “comportamento passivo” del preside era stato solo “una mancata presa di coscienza dell’effettiva gravità del problema e dell’incapacità di tentare di porvi rimedio attraverso l’adozione di misure efficienti di contrasto alla cessione e consumo di droga all’interno dell’istituto”.
Distrazione e indifferenza, insomma, non vanno punite. I giudici della Suprema Corte concordano che il responsabile dell’Istituto aveva sottovalutato il problema ma non merita sanzioni per questo. Nemmeno se gli studenti organizzano quotidianamente ‘droga party’ nei bagni della scuola.

Ronde antidroga
Dopo le ronde per la sicurezza, quelle contro la droga nelle scuole. E’ questa l’idea dell’assessore alla Salute di Milano, Giampaolo Landi di Chiavenna, per risolvere il problema dello spaccio nelle scuole.
La proposta nasce dall’impossibilità di avere poliziotti sempre disponibili a controllare i movimenti attorno gli istituti, come ha dichiarato l’assessore a Libero: “L’idea è quella di utilizzare dei volontari, ovvero le famose ronde. Potremmo mandarle nelle scuole e nelle vie vicine, perché è lì che si muovono i pusher. E anche per i ragazzi la presenza delle ronde potrebbe costituire un ottimo deterrente contro gli abusi”. Ad appoggiarlo l’assessore alla Scuola della provincia di Milano, Marina Lazzari, che ha definito le ronde “una buona idea, purché non si tratti di una presenza invadente”. Le critiche non hanno però atteso troppo tempo a sollevarsi. In primis dal mondo della scuola con il preside dell’istituto Magistrale Agnesi, Giovanni Gaglio, che ha sottolineato l’importanza dei professori nella lotta allo spaccio: “E’ fuori da ogni razionalità prevedere ronde di volontari, peraltro non preparati all’ambiente della scuola. La legge obbliga già i docenti a contattare polizia e carabinieri in presenza di situazioni critiche. Quando capita, la collaborazione è sempre proficua”. Della stessa idea anche altri presidi e ancora più contrari sono apparsi i sindacati. Secondo Attilio Paparazzo della Cgil, le ronde sarebbero addirittura controproducenti: “I primi a rifiutarle saranno i ragazzi e le famiglie. Meglio dare più potere ai presidi e lavorare sulla prevenzione del fenomeno”. (m.d.)