Siamo per le misure alternative alla detenzione

Panoramica Sanpa

La mano tremava sulla cornetta del telefono. Due respiri forti, un dolore martellante alla testa. Avrebbe voluto non farlo, ma non aveva alternativa. “Mio figlio è qui, potete venire ad arrestarlo”. Paolo (il nome è di fantasia, ndr) era tornato a casa con la scusa di qualche vestito da portarsi via, in realtà voleva nascondere della coca che avrebbe poi rivenduto. Era chiuso nel bagno, quando suo madre, dopo mesi che lo sapeva per strada, a sbattere qua e là la sua vita da disperato, aveva deciso di farla finita. “Non ci potevo credere”, dice Paolo, “c’era la polizia a casa ed era stata mia madre a chiamarla. Urlavo come un pazzo, contro i poliziotti, contro il mondo intero”, continua. “Mi sembrava di vivere un incubo. Senza fine. Poi la porta si è chiusa. Non ricordo dopo quanto tempo”.

Paolo veniva arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti a scopo di spaccio. Non era la prima volta. “Mi proposero la comunità. Accettai. Sono a San Patrignano, da un po’ di tempo. Sto scontando la mia pena e sto ricostruendo la mia vita”. La storia di Paolo è simile a quella di tanti altri che trovano nella comunità un’alternativa al carcere in grado di aprire le porte di un’esistenza migliore.

“Sono a Sanpa da diversi anni. Qui sto bene. La prigione è l’ultimo posto al mondo dove si possono risolvere i problemi di droga. Là la ‘roba’ circola, eccome. E poi si trovano nuovi contatti per ampliare il proprio giro”, Silvano Strazzullo, 30 anni di Salerno dopo anni di buchi e di carcere è entrato in comunità “l’unica possibilità che avevo di smettere”.

Grazie alla legge Vassalli–Jervolino del 1990, un tossicodipendente condannato a meno di quattro anni può chiedere di scontare la sua pena in comunità e intraprendere un percorso di recupero. Un’occasione importante per consentire alle persone di cambiare vita, uscire dal circuito della droga e reinserirsi a pieno titolo nella società.

“Dal 1983 ad oggi, San Patrignano ha sostituito 2.500 anni di carcere (1.750 di affidamenti sociali e 750 di arresti domiciliari) con programmi alternativi indirizzati al recupero e al reinserimento sociale”, spiega Marcello Chianese, uno dei responsabili dell’ufficio legale della comunità. “Ogni anno arrivano dai penitenziari di tutta Italia oltre 300 ragazzi”. Ma anche chi entra a San Patrignano con modalità di ingresso differenti (associazioni di volontariato, richieste epistolari) spesso si porta dietro il carico di reati commessi, legati alla sua condizione di tossicodipendente.

Circa il 30 per cento delle persone attualmente a San Patrignano è entrato con provvedimenti giudiziari. “Al momento dell’ingresso chiediamo di compilare un questionario per avere un quadro generale della situazione giuridica della persona. Purtroppo non è sempre facile. Molti non ricordano alcuni reati del passato. Cerchiamo comunque di ricostruire nel migliore dei modi la storia di ognuno recuperando tutta la documentazione utile, soprattutto per verificare che non sussistano esecuzioni pendenti perché in quel caso il ragazzo potrebbe essere arrestato da un momento all’altro. Il nostro obiettivo è quello di offrire alle persone un’occasione di riscatto per abbandonare il passato e ricominciare una nuova vita, aiutandole a risolvere quei problemi giuridici, come per l’appunto le pendenze processuali, che potrebbero comportare l’interruzione del programma”.

L’ufficio legale nacque proprio per questo. “Moltissimi ragazzi entravano con procedimenti penali aperti, era indispensabile creare un raccordo tra loro e i legali che li assistevano. In quel periodo a San Patrignano c’era uno studente di giurisprudenza, Luigi Delle Rose. Vincenzo Muccioli affidò a lui l’incarico di impostare l’attività. Ci diede una mano un avvocato di Rimini, Walter Giovanetti – purtroppo scomparso –, il primo legale che si avvicinò a San Patrignano, offrendoci la sua esperienza ultraventennale”.

Oggi le persone che lavorano stabilmente nell’ufficio della comunità sono nove e “circa 2 mila gli avvocati di tutta Italia che collaborano con noi. Seguono la fase di cognizione, quindi la presenza al processo, per quanto riguarda quella esecutiva è tutta a nostro carico”. L’attività penalistica di San Patrignano è molto intensa: 180 processi al mese, oltre ad una novantina di esecuzioni penali. Un servizio gratuito offerto a tutti i ragazzi. “Ci occupiamo anche della redazione di tutte le istanze, della stesura delle relazioni sulle condizioni di ogni singola persona da inviare alle autorità giudiziarie, ai servizi sociali e ai Sert, accogliamo gli assistenti sociali quasi ogni giorno, ci occupiamo delle pratiche notarili laddove sono indispensabili, nonché di tutto quello che concerne i rapporti con gli uffici comunali per le richieste di residenza o di altre certificazioni. Inoltre, partecipiamo attivamente alla vita dei tossicodipendenti che sono in carcere”. Quelli che ci sono dovuti tornare per il superamento dei limiti di pena, avendo una condanna troppo alta, “per i quali predisponiamo tutte le strategie tecniche e giuridiche per accorciare la loro permanenza in prigione”, e quelli che intendono entrare in comunità.

“I ragazzi devono essere responsabilizzati. Venire in comunità non vuole dire ‘svoltare’ il carcere. Devono volerlo davvero, perché è una grande chance che si concede loro per poter davvero cambiare vita”. Un’opportunità che San Patrignano offre anche ai minori tossicodipendenti. “Nel caso di minorenni il lavoro è molto complesso perché non esiste un codice penale minorile. Collaboriamo con i magistrati di tutta Italia per risolvere situazioni delicatissime, dove spesso a problematiche di natura penale si sovrappongono quelle civili”.

I giovanissimi di Sanpa vivono in una casa colonica, creata nella prima metà degli anni ottanta all’interno della comunità. Una struttura specializzata nell’accoglienza di minorenni che hanno vissuto, in molti casi senza alcun punto di riferimento educativo, esperienze di degrado, violenza ed emarginazione e che, proprio per questo, vengono inseriti in una dimensione familiare. “Abbiamo raggiunto una notevole esperienza nella gestione del problema minorile anche sul piano giuridico. Spesso questo ci consente di suggerire ai magistrati il tipo di provvedimento da adottare.

Le richieste d’ingresso di minori che ci pervengono sono molte. Pertanto si è reso necessario un ampliamento della struttura di accoglienza”. È infatti in forte aumento il numero dei giovanissimi coinvolti nel traffico di droga (quadruplicato nel giro di due anni nel settentrione, triplicato al centro e raddoppiato al sud). In tre anni l’uso delle ‘canne’ tra gli adolescenti è passato dal 19 al 33 per cento. Il 20 per cento ha cominciato a bere prima degli undici anni e ha preso la prima sbornia prima dei quattordici. Sempre entro quell’età il 30 per cento si è fatto uno spinello, il 4,2 per cento ha provato la coca, il 3,3 per cento l’Lsd e il 2,2 l’ecstasy. I minori che lo scorso anno hanno avuto problemi con la giustizia sono stati 1.418 (di cui il 78 per cento in età tra i quattordici e i diciasette anni). “Ogni minore che arriva a San Patrignano ha bisogno di tutto il nostro aiuto. Perché possa convincersi che la vita è diversa. Di certo migliore, rispetto a prima”.

“Ero considerata irrecuperabile”
Una parola di conforto, un abbraccio, una carezza che Vincenza dona col cuore ai ragazzi ricoverati nel centro medico di San Patrignano. Ogni giorno trascorre qualche ora con loro, li assiste, li aiuta a mangiare, a vestirsi. Con una dolcezza anche a lei sconosciuta. Con una voglia di darsi agli altri che mai, nemmeno per un attimo, il suo passato le aveva concesso di esprimere. Come avrebbe potuto? Lei, coinvolta nei giri più loschi della criminalità organizzata, da quando era bambina, assieme alla sua famiglia. Lei, costretta a subire violenze, a vivere nell’odio, nella disperazione, nella sofferenza, obbligata a nascondere le sue emozioni dietro una maschera di diffidenza, di arroganza, di cattiveria. Come tanti bambini del Sud, arruolati in vere e proprie ‘scuole criminali’, addestrati per essere dei ‘boss’. E Vincenza lo era diventata. La gente la considerava una criminale, delle peggiori. La chiamavano ‘la lince’. Contrabbandava alcol, sigarette, oggetti preziosi, era coinvolta nei traffici di droga. Assieme alla sua banda. “Chi non vive nelle città del Sud non se ne può rendere conto”, spiega Vincenza. “Io sono di Salerno. Là è una guerra tra le organizzazioni criminali. Le famiglie spesso non hanno alternativa: per sopravvivere devono schierarsi da una parte o dall’altra. Si vive con il terrore di essere fatti fuori, di perdere i propri cari”.

Vincenza è sola al mondo. “Mio marito lo hanno ucciso in carcere, mia figlia vive lontano, ho rinunciato a lei per salvarla. Mio figlio me lo hanno portato via. Aveva 18 anni. Di lui non so più nulla. Dopo la sua scomparsa iniziai con la droga, soprattutto pastiglie”. Anche Vincenza è stata in prigione. “Tante volte, da quando ero piccola. Dentro e fuori per reati di ogni tipo. Ero considerata pericolosa, irrecuperabile, una donna spietata, senza cuore. Io stessa ero convinta di esserlo. Del resto, non ho mai potuto scegliere: dovevo difendermi, per sopravvivere.

A San Patrignano sono arrivata dal carcere. Avevo 52 anni. Sono qui da tre. Faccio assistenza ai ragazzi malati di aids, oppure sto in cucina, assieme alle ragazze, aiuto a preparare i pasti per tutta la comunità. All’inizio ho fatto fatica, non ero abituata a vivere il calore di una famiglia, l’affetto delle persone che ti sono accanto. Mi sembrava impossibile. E invece…Qui sono felice. Ho imparato a conoscermi, a scoprire un lato di me che non credevo mi appartenesse. Non sono cattiva. Sono orgogliosa di quello che sto facendo adesso. Avrei voluto che qui con me ci fossero anche i miei figli. Che tutto ciò fosse accaduto prima. Ma…non è stato così”. Vincenza accarezza il medaglione che porta al collo con la foto del suo ragazzo: “L’unica cosa che mi è rimasta di lui, del mio passato. Alla notte ho gli incubi, sogno di essere ancora là, al mio paese, in mezzo all’odio, alla disperazione, alla violenza, alla droga. Senza scampo. Senza un’alternativa”.

Dalla parte delle famiglie
Lo scorso anno l’ufficio legale di San Patrignano ha seguito 1.500 procedimenti penali e 700 cause civili. “Ci occupiamo del recupero crediti, dei contratti di vario genere (quelli di appalto, di vendita e di fornitura, di affitto o commerciali), riguardanti la comunità”, spiega Cristina Muccioli, avvocato, che si occupa dell’attività civilistica. “Mentre il nostro impegno rivolto ai ragazzi che stanno svolgendo il loro programma di recupero si riferisce soprattutto al diritto di famiglia, quindi divorzi, separazioni, adozioni”.

L’obiettivo principale è quello di riunire i nuclei familiari. Con un’attenzione particolare per i minori. “Accogliamo famiglie disgregate, madri che avevano perduto il senso della maternità, bambini che hanno vissuto l’abbandono, subìto una grave instabilità familiare, che per questo devono superare grosse insicurezze e, soprattutto, riacquistare fiducia negli adulti”.

Un gruppo di educatori della comunità svolge un ruolo di sostegno sia per i figli che per i genitori, al fine di aiutarli a ristabilire quel legame spesso compromesso da anni di droga. Aiutano le mamme che hanno già accanto i loro bambini a ricreare una rete familiare sicura e quelle che attendono l’arrivo dei figli a responsabilizzarsi prima di tutto nei confronti di se stesse. “Il nostro compito è quello di facilitare il ricongiungimento delle famiglie, risolvendo tutte le problematiche di natura giuridica”, precisa Cristina Muccioli. “Interveniamo, ad esempio, per evitare che un bambino sia dato in affidamento ad un’altra famiglia o, addirittura, venga deciso lo stato di adottabilità. Siamo in quattro a seguire ogni causa dall’inizio alla fine. Quindi presenziamo ai processi e ci occupiamo della fase esecutiva. Collaboriamo con i servizi sociali e, soprattutto, con gli educatori di San Patrignano che ci aggiornano continuamente su tutti i bambini presenti in comunità e sulle loro famiglie”.