Spacciatori di ideologia

Hanno preso un granchio. Lo hanno preso bello grosso. Da vent’anni difendono la libertà delle persone di drogarsi e ci ripetono con ossessionante costanza che uno spinello non fa male, che la cannabis non è una droga. Ma la realtà è stata più forte della loro visione ideologica e astratta della tossicodipendenza.

Volano fuori strada pullman guidati da autisti un pò fatti, sul banco di scuola muori per overdose, gli scienziati ci dicono che la cannabis è stata geneticamente modificata per diventare una droga potente e pericolosa come tutte le altre e allora scatta il contrordine, la retromarcia, più o meno, collettiva. E nonostante sia amaro constatare quanto sia stata tardiva, ben venga quest’autocritica. Ma a una condizione. Lasciamo i reduci dello spinello libero nel loro atollo di marijuana e ripartiamo con coerenza da un punto molto semplice: drogarsi è sbagliato, pericoloso, non lo si deve fare.

Ripartano da qui prima di tutto le istituzioni, gli intellettuali e tutti quelli che per anni ci hanno propinato dosi massicce della cultura della finta libertà, del ‘tutto è lecito’. Ce li ricordiamo i loro sorrisini quando gli dicevamo: “Attenti, stiamo sfornando legioni di tossicodipendenti, qua si crea una frontiera di disagio enorme, ci troveremo a mandare i carabinieri a scuola”. Sorridevano e nell’isolotto tenevano noi delle comunità di recupero, che da trent’anni riconsegnamo alla dignità e alla libertà chi la droga se la vive sulla pelle e non tra le righe di un editoriale.

Ma mica siamo stati fermi o ci siamo lamentati. Noi facevamo educazione e recupero per le famiglie e per i ragazzi. Quello che continuiamo a fare anche adesso. Noi andavamo e andiamo nelle scuole anche quando c’è il professore che si ‘rolla la canna’, oppure il politico di turno, o la Regione, il Comune e la Provincia che organizzano convegni per inneggiare alla legalizzazione della marijuana o che sponsorizzano street parade, dove se non sei ‘strafatto’ manco riesci ad avvicinarti.

Negli ultimi quattro anni, abbiamo incontrato qualcosa come 150mila studenti in tutte le regioni del nostro Paese, grazie a incontri-dibattito e 188 rappresentazioni teatrali dove ragazzi che dalla droga sono usciti, raccontano ai coetanei la loro esperienza. Ci siamo persino inventati un libro multimediale, ‘Tema in classe: la droga’ da scaricare in rete, per aumentare ancora il numero dei giovani con cui comunicare.

Ma siamo coscienti di quello che rimane il punto più importante da affrontare se vogliamo prevenire l’uso di droga. Costruire una rete educativa che possa aiutare i giovani ad uscire dall’enorme equivoco nel quale li abbiamo precipitati e aiutare noi a riappropriarci delle nostre responsabilità d’adulti. Dare loro dei riferimenti seri, fatti di comportamenti, più ancora che di parole. Dobbiamo offrirgli strumenti perché possano progettare il loro futuro, senza sentirsi scatole vuote utili solo come acquirenti-consumatori del nulla, autorizzati dall’assenteismo o dal materialismo dei genitori, a vivere l’illusione degli stupefacenti.

Perché, in ogni sballo c’è sempre la fuga dalla realtà. Nella realtà ci stai nella misura in cui ne sei soddisfatto e ne sei soddisfatto se hai degli strumenti, dei valori da condividere e da costruire. Il problema, quindi, è ben più complesso che mandare i carabinieri a sequestrare la droga in classe o convincere di quanto siano balordi due ‘spipazzati’ del ‘68 che ancora stanno lì a ‘rollarsi’ le canne dall’altra parte della cattedra. Il problema è educativo e riguarda tutti noi. Negli ultimi 15 anni, la sottocultura del tutto lecito, della ‘droga non droga’, della droga bene di consumo, ha creato il disastro che oggi abbiamo di fronte. Per superarlo, dobbiamo testimoniare ai giovani, con la coerenza dei nostri comportamenti, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Se non lo facciamo non siamo credibili e a vincere sono gli spacciatori. Sia d’ideologia che di droga.

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