Studenti a San Patrignano

E’ una giornata fredda e sulle colline di Coriano cade qualcosa a metà strada tra la neve e la pioggia. Da due pullman scendono 85 studenti del secondo e terzo anno delle superiori, visibilmente seccati dal brutto tempo e dal pensiero di una gita più educativa che ricreativa. Per loro questa doveva essere una giornata passata lontani dai banchi di scuola e dai professori “bacchettoni”. Invece si trovano davanti all’ingresso di San Patrignano, non sapendo bene cosa aspettarsi. E, oltretutto, piove.
I ragazzi, pantaloni tirati giù a mò dì rapper e cappellini da baseball girati al contrario, scherzano tra loro. Le ragazze, capelli lunghi stirati e jeans attillati a vita bassa, giocano con i loro telefonini e fanno scoppiettare la gomma da masticare, lasciandosi andare in intermittenti esplosioni di risate nervose. Dall’altra parte del cancellone ci sono gli otto ragazzi incaricati di accompagnare il gruppo, provenenti dai vari settori di formazione della Comunità. Gli studenti li guardano con sospetto: sono giovani, carini, non corrispondono all’immagine solita del tossico. Nel brusio generale, si può chiaramente sentire un paio di voci chiedere “Ma, dove sono quelli che si sono drogati?”

Si parte così per una passeggiata tra i vari laboratori della comunità. Gli accompagnatori hanno gli spazi per raccontarsi e raccontare San Patrignano in maniera informale. Tutti, anche quelli in fondo al gruppo, quelli che non si tolgono mai gli occhiali da sole nonostante la giornata decisamente cupa, ascoltano.
Tra coloro che si raccontano c’è anche Jenny, occupata nel settore delle decorazioni, lavora il cuoio e crea carte da parati stampate a mano e su misura. “Ammetto che non solo loro hanno pregiudizi: anch’io sono partita prevenuta. Credevo che a questi ragazzi non poteva interessare quello che io avevo da dire. Ma in effetti quando vedono che tu ti apri e parli di te, ti cercano, si avvicinano, magari ti prendono sotto braccio”.

Oggi una studentessa minuta con lunghi capelli castani che le coprono il viso si aggira intorno a Jenny. La ascolta, poi si allontana, fa di tutto per non farsi notare. Fuori dalla sala da pranzo si avvicina in punta di piedi e la prende per il braccio : “Lei mi ha raccontato che si fa le canne, ma qualche amico tira già la cocaina nel weekend. Sa già che quello che fa non è giusto, ma sembra quasi che abbia bisogno di qualcuno che glielo dica, qualcuno che si preoccupi di lei”.

Nella grande sala da pranzo gli occhi degli studenti si spalancano, impressionati dalle dimensioni dello spazio, dal numero di persone sedute ai lunghi tavoli. I gruppetti si posizionano per sedersi vicino ai loro accompagnatori, per poter fare quelle domande che ronzavano nella testa per tutta la mattinata. Un ragazzo – chiaramente un tipo sportivo, più alto degli altri e più disinvolto – si mette vicino a Francesco, 28enne veneto che si occupa del catering e del servizio a tavola in occasione dei molti eventi ospitati dalla Comunità. Francesco inizia a raccontare la sua storia: “Per anni ho passato le mie serate in discoteca a prendere pasticche e sniffare cocaina. Non avendo mai visto l’eroina, non mi reputavo un tossicodipendente. Sicuramente molti di voi la pensate come la pensavo io”. Silenzio.

Completato il giro dei settori e il pranzo, gli studenti si raccolgono nel teatro della Comunità, dove viene proiettato un breve filmato che illustra la storia di San Patrignano, dalla sua fondazione nel 1978 a oggi. Poi si apre il dibattito tra studenti e accompagnatori. Condividono le loro esperienze, i loro disagi, le loro paure. Si osserva con piacere e sorpresa che studenti usualmente irruenti e irrequieti ascoltano con attenzione.

I professori escono dalla stanza per garantire la massima libertà di espressione e arrivano i fiumi di domande, rivolte al gruppo di accompagnatori: “Come hai iniziato a drogarti?”, “Le canne fanno male?”, “E’ stato difficile smettere?”, “Come facevate a pagarvi la droga?” e così via. Le riposte portano a ricordi e racconti che non possono non fare effetto. Più che informazione, questi giovani cercano uno spunto di riflessione, una voce amica, qualcuno che li ascolti senza giudicare. Le domande arrivano più spesso da quei ragazzi con gli occhiali scuri che hanno passato la giornata a ridere e scherzare.

Gli esperti oggi definiscono questo tipo di metodo educativo comunicazione peer to peer, cioè tra pari: aldilà del termine straniero, è in realtà un concetto molto semplice. Gli accompagnatori raccontano la loro esperienza e, in questo modo, creano un legame di empatia con gli studenti. La fiducia che si stabilisce in queste poche ore nasce dall’onestà e dalla semplicità con cui avviene il dialogo tra studenti e giovani della Comunità. E così l’accompagnatore si trasforma in educatore.

Numeri

Hanno visitato San Patrignano
– 4.461 studenti (scuole medie, superiori e formazione professionale)
– 158 studenti stranieri (scuole formazione operatori sociali)
(dati riferiti all’anno scolastico 2006/’07)

Le voci dei professori

“Pur avendo passato una giornata semplice, sento che mi è rimasto qualcosa dentro”. Sono queste le parole di Gabriella Leoncini, professoressa di diritto ed economia all’Istituto Geymonat di Tradate (Varese). “Ho percepito da parte dei ragazzi una voglia di raccontarsi. E per quanto riguarda il valore educativo di queste visite, credo che sia sufficiente che un solo ragazzo rimanga colpito e che ne tragga un motivo di riflessione per rendere valido questo progetto”.
Francesco Cantile insegna tecnologia e disegno: “Sono venuto qui è per vedere tutto quello che è stato capace di fare Vincenzo Muccioli, il frutto del suo lavoro per aiutare persone che hanno avuto problemi”. La preside Gabriella Magnoni spiega: “Credo che la lezione più importante da trarre in una giornata come questa è che non si giudicano gli errori. La nostra società troppo spesso non lo fa. Invece qui si conoscono ragazzi che hanno toccato il fondo, ma che hanno buttato un’ancora e sono riusciti a risalire”.