Tossicodipendenze in Italia

Andrea Muccioli sulla Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle Tossicodipendenze in Italia

I dati contenuti nella Relazione al Parlamento non sono una notizia dell’ultima ora ma una tendenza ormai consolidata negli ultimi anni. Aumenta la diffusione di cannabis, diminuisce la percezione della sua pericolosità, dilaga la cocaina e l’eroina resta stabile. Le cifre fornite noi operatori le conosciamo, dato che tutti i giorni accogliamo nelle nostre strutture ragazzi sempre più giovani in fuga da se stessi e da un mondo, quello che gli abbiamo costruito, che non sentono vicino ai loro bisogni più profondi. Il problema è un altro: quali scelte concrete operare per ottenere risultati in una battaglia che costa alla società, come dice la Relazione, oltre 10 miliardi di euro l’anno e alle famiglie tanti dolori.

Se la strada, come ha spiegato il ministro Ferrero, è basata su prevenzione e presa in carico ed è necessario tener fuori qualunque approccio ideologico, allora bisogna fare chiarezza.
Il consumo di sostanze non è un diritto civile (se sono “leggere”), o una malattia cronica e inesorabile con cui convivere (se sono “pesanti”): è invece il sintomo evidente di un disagio, di un percorso educativo e di crescita interrotto o mai iniziato. Per questo inizia in modo preponderante durante l’adolescenza e la prima giovinezza. Le droghe, nessuna esclusa, vengono assunte per cambiare il proprio rapporto con se stessi e con il mondo circostante: per fuggire dalla realtà.

Quindi prevenzione significa puntare sull’educazione: costruire, cioè, una rete fatta di presenza e di comportamenti positivi, che possa aiutare i ragazzi ad uscire dall’enorme equivoco in cui li abbiamo precipitati, dando loro esempi concreti e non solo parole. Sostenerli nel progettare il proprio futuro senza sentirsi scatole vuote utili solo come acquirenti-consumatori del nulla, autorizzati da materialismo e dall’assenteismo della società a rifugiarsi nell’illusione delle droghe.

Secondo punto: la presa in carico. E’ evidente a qualunque persona di buon senso che nessuna droga libera dalla droga. I farmaci, nella tossicodipendenza hanno un valore limitato e circoscritto ai sintomi. Il mantenimento con metadone, l’eroina controllata, le stanze del buco, la cosiddetta riduzione del danno, sono passi successivi di un approccio deleterio, diseducativo, inefficace e vecchio, che, oltre a non portare ad alcun risultato di cambiamento nella persona, la colloca in un ghetto di cronicità ed emarginazione dal quale è sempre più difficile uscire. L’unico obiettivo deve essere, invece, il pieno recupero e reinserimento sociale in condizioni drug-free. Questa è vera solidarietà verso i deboli e gli emarginati.

Come recuperare i tossicodipendenti? Innanzitutto accendendo i fari, cioè avviando una autorevole e indipendente valutazione dei risultati ottenuti sia dai servizi pubblici sia da quelli privati. Per capire quali percorsi funzionano, quali possono essere migliorati, quali invece non fanno altro che aggravare la tossicodipendenza e l’emarginazione. Fino ad adesso da questa punto di vista c’è stata molta paura e malafede. Le istituzioni hanno il dovere di conoscere in modo approfondito questi aspetti, prima di destinare rette e contributi che altrimenti rischiano di essere ininfluenti se non sprecati. E le famiglie il diritto di poter scegliere liberamente, tra comunità, Sert, centri diurni ecc., la risposta più adeguata ed efficace per le proprie esigenze. Ciò sarebbe previsto dall’ultima legge, ma viene disatteso da molte Regioni che ne impediscono di fatto l’applicazione.

Ultimo punto: non copiare dagli ultimi della classe. In Italia esistono realtà educative serie che affrontano ogni giorno la droga tenendosi distanti da qualunque visione ideologica che con un dramma di questa portata non ha niente a che fare. Non partiamo da zero ma da una grande ricchezza di conoscenze, esperienza e motivazioni: vogliamo dilapidarla per inseguire in giro per il mondo i disastri e i fallimenti della droga tollerata o, addirittura, legale o scegliere di cambiare strada; di fare, finalmente, un’inversione culturale.

Andrea Muccioli, responsabile comunità San Patrignano