Tra le braccia

Tendiamo sempre a idealizzare i nostri momenti, molto più grandi e speciali di quelli che realmente sono, ti rendi conto con il tempo, che poi, infondo, quello che cercavi non era poi così lontano da te, sempre al suo posto, perfettamente in ordine.

Il tempo passava, minuti, per lei erano ore.
Quattro mura, quella di fronte era vetrata, l’immaginazione si arrampicava su per le trasparenze della porta.
Nessun suono stridulo, le unghie grattavano l’avambraccio, di tanto in tanto tutto si frenava, si concentrava sul ricordo e poi ricominciava; magari questa volta le mani si attorcigliavano intorno alla ciocca di capelli più lunga, muovendosi vorticosamente in un cerchio di nervosismi e pensieri.
Era già passato un anno da quando gli era stata tolta, un anno fa, precisamente un inverno fa. Si, una notte di quel periodo tanto triste, talmente desolante da poter essere ora un monito, un motivo valido per continuare.
Valentina era a casa quella notte, come sempre non sapeva che farsene del buio, come riempirlo, come trascorrerlo per non far si che questo prendesse possesso di lei.
Non restava che lasciarsi andare nelle solite cose, tra le luci fatue che la droga poteva dargli.
Quella notte Sabrina era stesa sul divano, si era ripromessa che gli avrebbe cambiato il pannolino il prima possibile……… appena l’effetto fosse terminato.
Ogni tanto gli balenava per la testa di darla via, a chiunque altro avesse potuto, lei non riusciva -Quale madre lo potrebbe fare ?- si ripeteva sempre lei –Quale!?-.
La stanza cominciava a gorgogliare, rimbombando dei pianti di Sabrina, Valentina era stesa a terra con gli occhi che fissavano la propria fronte, stanchi.
Spesso, in quei momenti, tra gli striduli della piccola, tra le urla della propria testa, tra il minuscolo sbracciare, si accorgeva della solitudine, che la casa era vuota, che lei lo era ancora di più.
È in una di quelle tante notti, in quelle in cui si prometteva di badare a lei e a se stessa, che bussarono alla porta.
Nessuno bussava mai a quella porta.
Gli sguardi provenienti da quelle lunghe giacche nere, gli occhi che la squadravano e parlavano direttamente con il suo senso di inadeguatezza, i pensieri di Valentina che si intersecavano tra loro, sapeva benissimo perché fossero lì.
Il motivo era steso sul divano, dietro di lei, piangente, sporco, gridante.
Un maschio e una donna, furono loro a portargli via Sabrina quella notte, entrarono senza sentirsi in dovere di chiedere il permesso, dicendo soltanto che volevano vedere sua figlia.
Per qualunque cosa Valentina si sarebbe dovuta rivolgere all’agente di polizia dietro di loro, quello barbuto, con gli occhi verdi.
I due entrarono nella casa, setacciando ogni granello di polvere, memorizzando ogni disordine, ogni buon motivo per cui Sabrina non sarebbe dovuta stare lì, in quella casa.
Trovarono abbastanza cose da poterla prendere in braccio e portarla via, non prima di aver gettato un’ultima ventata di disprezzo verso di lei, non prima di avvisarla che il giorno dopo si sarebbe dovuta recare in tribunale, non prima che gli avessero detto di allontanarsi.
Perché Valentina continuava a gridare di ridargliela, che gli avrebbe cambiato il pannolino! in quell’istante! che c’era stato un errore! lei si era iscritta in un gruppo serale! avrebbe cambiato la sua vita per Sabrina! ……non prima che lei dicesse queste cose…… la portarono via.
Valentina pensò di chiedere all’agente barbuto.
Lui non rispondeva, sembrava fosse abituato a queste scene, una di quelle che quegli occhi tanto verdi, quanto freddi, avevano scorto.
Il rumore della macchina in lontananza, la vergogna a pensare, la casa era vuota, ora nemmeno più lei riempiva quei silenzi, ora il buio è più forte di prima.
Lo scrosciare della porta fece sobbalzare Valentina, che si girò verso il divano che, come tutto il resto della stanza ricordava un qualcosa.
Ora anche lei vedeva con gli occhi di quelle giacche nere, ora i motivi per cui Sabrina non sarebbe dovuta restare lì gli si presentavano davanti e dentro.
Un’unica grande stanza, un mobiletto in vimini con ancora la sagoma rettangolare del televisore, venduto ormai un mese prima.
Dei fogli erano in giro, giocattoli vicino a siringhe, pannolini con in mezzo pacchetti di sigarette, la cucina era facile scambiarla per qualcos’altro, anche lì mancava il tavolo, anche quello era stato venduto per non essere schiacciati dal buio.
Le pentole strabordavano da un grosso lavello arrugginito che stava ormai tingendo tutto il resto.
Nessun accessorio, il bagno non c’era, era fuori, in comune con gli altri sette appartamenti.
Pensava alle ore passate stesa a terra, così vicina, ma distante da lei.
La rabbia trasaliva, sentire la macchina che si allontanava, i passi che sembrassero schiacciare le speranze di riaverla, correre verso l’unica finestra, vedere il fumo dell’auto appannare la strada in quell’inverno così freddo.
Girarsi e ricordare, mentire a se stessi dicendo di aver fatto tutto il possibile.
Piangere per aver perso qualcosa che si ha sempre avuto, talmente tanto vicino da tenerselo in pancia. Rendersi conto di aver trascurato l’unica cosa veramente importante della propria vita.
Guardare il pavimento, scoprire che anche questo è stupidamente squallido e spento, ricordare con gli occhi i periodi più belli passati insieme e non trovarli, forse è stato questo che ha spinto Valentina a raccogliere i pannolini, le siringhe, i giocattoli e le sigarette e gettarli via…… magari sì, era inutile…. Ma non restò che quello…..

Le poltrone schiumavano di lei, chi era lì pensava che dovesse andare in bagno o qualcosa del genere.
Valentina guardava fuori da quella stanza come un gatto guarda un gomitolo, sembrava che da stesse per entrare la risposta a tutto.
Infondo era così, la motivazione per cui valentina aveva deciso di smettere, la ragione del suo coraggio nel cambiare le cose, la forza che era mancata ma che aveva sempre avuto, di fronte alla fantasia della trasparenza delle cose.
Delle scarpe da uomo nere, pantaloni grigio scuro, barba, occhi verdi, dietro di lui le due giacche nere, tra le braccia della donna alla sinistra dell’uomo……….

Li guardavo dritto negli occhi, con il mio senso di certezza.
Non mi squadravano come prima, sorridevano con me, le loro giacche non erano poi così nere come me le ricordavo.
Mi guardavo contro lo specchio, tutto doveva essere perfettamente in ordine, niente doveva andare storto, mi portai i capelli dietro le orecchie il più precisamente possibile.
La testa mi si riempiva di stupide congetture, le mani mi palpitavano ovunque, le dita dei piedi ballavano tra la stoffa delle scarpe, mi chiedevo se anche loro se ne accorgessero.
-Tutto a posto?- era l’unica cosa che seppi dire, forse volevo ripeterlo a me non lo so…..-Si!-
Non volevo saltargli addosso come un avvoltoio, volevo che vedessero il cambiamento, non volevo fare nessuna scenata apocalittica, tutto doveva essere perfetto.
Ogni tanto lo scrosciare della porta di quella notte mi tornava alla memoria.
Lei mi guardò e mi disse –Tranquilla, puoi farlo-.
Non so se intendesse scoppiare a piangere come feci io, e nemmeno so se intendesse tremare portandosi le mani in viso e ridere, gridarsi dentro di esserci riuscite, cancellare la stanza, svuotarla e riempirla di se, guardare il sorriso della giacca nera spostarsi in basso, e sollevare un fagotto color caramello, porgermelo dicendomi……..è tua…

Leggera, trattengo il respiro per paura che possa volare via, ha un odore diverso ma sono sicura che mi ci abituerò, anche lei è diversa.
Gli occhi si muovono intorno alle mie sagome, le mani sembrano volermi prendere, anche quelle sono piccolissime.
Apre e chiude la bocca, forse vorrà dire qualcosa, va bhe… ci sarà tempo per imparare a farlo, ora che staremo insieme.
Vorrei così tanto che questo istante non passasse più, non deve finire per nessuna ragione.
Le sue espressioni cambiano continuamente, ognuna è padrona del mio umore, mia figlia Sabrina tra le mie braccia.
Piove su di me, l’amore mi invade, non ho ombrelli perché non li voglio, sento ovunque, la tengo stretta al petto, vorrei farcela entrare, si muove.
Mi siedo raggomitolandomi con lei, ci dondolo insieme piangendo del passato, sognando il futuro, mia figlia è bella, gli passo le mani tra i ciuffi scompigliati e piango per tutto questo…………lei……. TRA LE BRACCIA.

KIDANE GRIANTI