Valentina e gli Sbirri

Luci in sala. Il film è finito e cominciano a scorrere i titoli di coda. Fuori dalla porta dell’auditorium di Sanpa, Raoul Bova è pronto per entrare ma si sofferma un attimo sulla soglia. L’applauso è talmente forte che arriva fino all’esterno, e travolge lui e tutto il cast di ‘Sbirri’, venuti a presentare la pellicola appena uscita nelle sale italiane. Ma soprattutto venuti per conoscere i 1500 ragazzi seduti in platea e conoscere i loro pensieri. Seduta tra tutti c’è anche Valentina.

“Sbirri” parla di droga, e non solo. Racconta di genitori, di dolore, sonda il degrado ed esplora l’impegno di quei poliziotti che scendono in strada per ostacolare lo spaccio e che ci credono davvero e parla di adolescenti che altro non vorrebbero, dai propri genitori, se non che assistessero alla loro finale di calcetto. Ma a volte i ‘grandi’ vanno talmente veloci per rincorrere i sogni della propria vita, che si distraggono da chi i sogni li deve ancora costruire: i propri figli.
Ma la responsabilità va condivisa tra genitori, società e soprattutto la ricerca di una felicità, che forse non si è in grado di trovare in sé stessi. Questo racconta Sbirri e lo fa attraverso un’ora e quaranta girata in presa diretta, spaziando dalla camera di Marco, adolescente di buona famiglia che perde la vita a causa di un’unica pastiglia di ecstasy, alle strade dello spaccio di Milano, dalle sedute di preparazione al parto di una madre che deve trovare un motivo valido per continuare a vivere alle azioni di una squadra anti droga speciale in cui Matteo, padre di Marco e giornalista d’assalto, si infiltra per realizzare un documentario/denuncia su quest’epidemia sommersa di cui si sa molto ma si parla poco. Troppo poco. Ma soprattutto, cerca quello che ognuno, di fronte alla droga, si chiede: perché?

Ed è proprio su questo interrogativo che si apre l’intenso dibattito tra tutti i ragazzi della comunità e il cast del film. Secondo voi perché di droga non se ne parla? Hai avuto paura a partecipare ad azioni reali della polizia? Secondo voi se qualcuno di noi avesse visto il film qualche anno fa avrebbe smesso di drogarsi? Ma poi che fine fanno tutti i ragazzi che vengono beccati con la roba? Quali sono le paure di un genitore oggi? E quelle di un figlio? E’ sufficiente un film per sensibilizzare la gente, per convincere le istituzioni a fare qualcosa di più concreto? Sul palco, il microfono viaggiava da un protagonista all’altro e ognuno ha risposto raccontando obiettivi, emozioni e aspettative relative al film. Le domande si susseguono a raffica, poi, ad un certo punto, è Raoul Bova a rivolgere una domanda: ‘Noi siamo venuti qui non solo per presentare il film, ma soprattutto per ascoltare voi, per sapere cosa ne pensate, cosa provate voi, che siete stati per anni in quella realtà che noi abbiamo ripreso, se c’è qualcosa che vi ha colpito in particolare, anche solo una sequenza, un’immagine…’.

E nel silenzio della platea, attenta a ciò che accade e magari anche un po’ imbarazzata ad esprimere il proprio sentire di fronte a tutti, dal fondo della sala si alza, timida, una mano.
E’ Valentina a rompere il silenzio. “La cosa che mi ha colpito più di tutto nel film”, comincia con la voce che tradisce l’emozione di chi fino a poco tempo fa riusciva ad esprimersi solo attraverso la droga, “è stata quando tu, Raoul, eri chiuso nella stanza d’albergo e parlavi nella telecamera del computer. Gridavi e ti chiedevi, ma cos’è che cerchiamo? cos’è che ci manca a tutti? Perché non riusciamo ad essere felici?”. Ecco, questo è quello che mi sono sempre chiesta, ed è quello che mi chiedo ancora, ogni benedetto giorno. E la mia paura è quella di non riuscire a trovare risposta. Perché non è facile, non è facile per nulla. Giorno dopo giorno cerco di fare un passo verso la soluzione, sperando che alla fine del cammino io possa trovare me stessa. Vivo qui , mi guardo intorno e ogni giorno sono circondata da persone che ce l’hanno fatta. E allora credo che un giorno succederà anche a me. Ecco, credere è la parola chiave, perché se non lo facciamo come possiamo essere capaci di volerci di nuovo bene?”.

Valentina ringrazia e si siede di nuovo tra il suo gruppo. Un attimo di silenzio serve a tutti per raccogliere ciò che ha appena detto. Parole che rimbalzano nella testa perché questa storia riguarda chiunque, drogati e sbirri, attori e sconosciuti, vecchi e bambini, ricchi e poveri, manager e operai, uomini e donne. Raoul, sua moglie Chiara, Simonetta, Alessandro e Luca, non sono più solo attori ai nostri occhi in questo momento. Il loro applauso alle parole di Valentina non è di cortesia, i loro occhi ce lo dicono. E’ solo che “non c’è altro da aggiungere”, come dice Raoul per concludere, “Valentina è stata capace con le sue parole di raccontare l’intento del nostro film e di raccontare tutti voi. Grazie”.