Viaggio nelle associazioni

Panoramica Sanpa

Vent’anni sulle barricate del volontariato antidroga. Con l’obiettivo di salvare quanti più ragazzi possibile. La storia del Gruppo 13. E del suo fondatore

di Carlo Forquet

“E, dicendo ‘non mi restate che voi, fate presto a mandarmi lassù’, la sua grande mano piena di piccoli buchi si posava sulla mia…”. Non ce l’ha fatta, Rodolfo, ad “andare lassù”: tre giorni dopo, un’overdose di eroina se l’è portato via. Ancora poco e sarebbe riuscito ad ottenere dal giudice il permesso di scontare in comunità la sua pena, lui condannato a tre anni per il furto di un’autoradio. “Chi ti ha passato un grammo di rinuncia, un pizzico di polvere per mutarti in polvere nella notte buia della galera?”, si chiede Piero, uno che le cose che gli accadono le scrive in versi da quando era ragazzo. In carcere va sempre, una volta alla settimana, per incontrare i detenuti tossicodipendenti e cercare”, dice, “di far venire a galla le motivazioni”. “Nel 2004”, racconta, “abbiamo seguito cinque persone condannate per reati connessi alla droga; tre sono stati più fortunati di Rodolfo e siamo riusciti a farli entrare in comunità”.

Già, perché Piero, ex dirigente della Ausl in pensione, è il presidente, anzi l’anima, della più antica associazione di volontariato antidroga di Firenze, il Gruppo 13, che trae il nome dal quartiere dove nacque nel 1985. Negli ultimi cinque anni, grazie all’attivismo testardo e costante di questi volontari, oltre cinquanta tossicodipendenti si sono salvati; in vent’anni più di duecento. Svolgendo un percorso di recupero, soprattutto a San Patrignano.

Molti provenivano dal carcere e non avevano uno straccio di progetto, di speranza per il futuro. Piero e gli altri dell’associazione sono andati a trovarli, settimana dopo settimana, fino a convincerli che valeva la pena di provare a cambiare. “Siamo quel tipo di persone che gli altri riescono a stimare solo dopo che hanno avuto bisogno di noi”, si legge su un quadretto appeso nella stanza dove si svolgono gli incontri bisettimanali con le famiglie dei tossicodipendenti. E’ una citazione da Philippe Marlowe e, a guardarlo bene, Piero un po’ assomiglia al detective di Chandler: conosce la vita, ma gli manca la disillusione; anzi, è un entusiasta, un trascinatore. Dietro la scrivania del suo ufficio, incorniciata, un’altra frase che è un po’ il suo programma. E’ dedicata alle decine di ragazzi che passano per l’associazione: “Noi non guardiamo criticamente al tuo passato, chiediamo solo che ci aiuti a ricostruire il tuo futuro”. Sulla destra, una foto in bianco e nero dell’autore, Vincenzo Muccioli: il suo amico “Vincenzo”.

San Patrignano, Piero l’aveva conosciuta a metà degli anni ‘80. “Mia figlia Simona si drogava”, ricorda, “e nessuno era mai riuscito a darle una mano. La portai su e lui le fece il colloquio di ingresso nella vecchia sala da pranzo della comunità. Io guardavo da dietro lo stipite della porta: Muccioli le parlava e lei piangeva. Entrò…”.

Fu allora che Piero decise di dedicare molto del suo tempo agli altri. Insieme ad un gruppo di genitori con lo stesso problema e ad una volontaria, Paola, si riunivano in una sala messa a disposizione dal quartiere: ogni giorno, dietro la porta, una processione di madri e padri disperati e loro ad ascoltare le storie di Gino, Michele, Lory, Beppe… “Vi prego, aiutateci perché nessuno ci aiuta”, dicevano. Simona, la figlia di Piero, dopo quattro anni è tornata a casa perfettamente recuperata. Ma lui non si è fermato; ormai il Gruppo 13 era divenuto la sua seconda famiglia.

La filosofia, le idee portanti, i ‘comandamenti’ dell’associazione sono tutti in bella mostra sui muri della sede in affitto, uno stanzone con quattro uffici che si affaccia su una corte interna. Qualche esempio: “Gara ciclistica Firenze–San Patrignano ‘92. Lo sport è bello quando non subentrano in esso egoismi e speculazioni, ma quando è fatto così, amichevolmente, fra persone che ti dicono: ‘Non sei solo’ ”. Oppure: “Settembre 1996: l’importante è fare, fare del bene e farlo bene”. O, ancora: “… che questa parete possa portare speranza e pace ai ragazzi che dalla vita, purtroppo, non hanno ricevuto tanto”.

Poi c’è la lettera “ad un amico tossico”, firmata da “uno che era come te”. Anch’essa è appesa al muro. Dice: “Molti di noi devono l’uscita dall’intorpidimento morale e fisico provocato dalla droga all’impegno del Gruppo 13, altri anche la vita. Sono quelli che non ti hanno mai emarginato perché credono ancora nell’uomo, anche in quello che in te sta morendo, ma che può essere restituito alla sua dignità. Con me ci sono riusciti. Prova anche tu”.

A questa esortazione rispondono in tanti. Negli ultimi cinque anni, oltre 120 ragazzi hanno svolto, presso il Gruppo 13, il percorso precomunitario: che significa partecipare ad una serie di colloqui, concordare i comportamenti in famiglia e disintossicarsi completamente prima dell’ingresso a San Patrignano. Un’attività, precisa Piero, che “impegna due nostri volontari per circa 32 ore settimanali e che comporta anche periodici incontri (4 ore settimanali) all’interno delle carceri con detenuti che vogliono accedere a misure alternative”. Ad essa si aggiunge un programma di recupero e di reinserimento “autonomo e assistito”, di durata biennale, che non prevede la comunità, ma “gruppi di autoaiuto e di socializzazione controllata”, condotti sempre da operatori dell’associazione (180 ore annuali).

Ma l’impegno del Gruppo 13 non si limita ai ragazzi tossicodipendenti; sono le loro famiglie, contemporaneamente, ad essere accompagnate e sostenute. “Attraverso il confronto delle esperienze e l’analisi dei comportamenti passati e presenti”, dice Piero, “cerchiamo di aiutare genitori, fratelli, sorelle a ricostruire rapporti spesso compromessi, a seguire nel giusto modo la crescita e le conquiste dei ragazzi in comunità, a prepararsi al loro ritorno in famiglia”. E’ un lavoro difficile, delicato, individuale, “nel senso che ogni persona è differente dalle altre, ognuno ha i suoi tempi ed i suoi modi. Ed anche i vissuti familiari variano, così come la disponibilità a mettersi in discussione”. Intorno al Gruppo 13 ruotano una settantina di famiglie, che si incontrano due sere la settimana. Ognuna concorre con una quota associativa (25 euro al mese) ai costi dell’associazione. “La nostra missione”, spiega Piero, “è dare una mano a chi, dopo aver cercato di fuggire una solitudine impossibile da gestire, ha trovato solo l’isolamento e non riesce ad abbandonarlo con il proprio coraggio e la propria testa. Ma vogliamo anche aiutare quegli adulti che forse non sanno di vivere, in altra forma, lo stesso problema dei loro figli. Smettere di fuggire dalla solitudine interiore ed imparare ad affrontarla consapevolmente è l’aiuto più prezioso che una persona può dare a se stesso e agli altri”. L’aiuto del Gruppo 13 è questo.
Box: Noi l’abbiamo vissuta così

Per Iacopo, quattro anni in comunità, San Patrignano significa soprattutto aver ‘reimparato’ l’amore per se stesso e per la vita. Oggi, racconta, “riesco ad affrontarla con più consapevolezza e meno superficialità: so dare peso alle cose”. Roberto è tornato a Firenze nel luglio scorso: “Credo di conoscere meglio me stesso e di avere ritrovato fiducia anche negli altri. Per me Sanpa è stata una scuola: sono ancora quello di prima, ma con tante cose dentro che allora non riuscivo a tirare fuori”. Gianni ha 17 anni di tossicodipendenza alle spalle. “Ero solo”, dice, “oggi non più. Ho acquistato una grande serenità e pazienza. Non è retorica: sono stato in un posto dove l’amore riesce a fare miracoli. Credevo che non esistessero più. Mi sbagliavo”. A Sauro, San Patrignano ha insegnato il valore della responsabilità: “All’inizio ero molto critico, poi è arrivata la svolta quando mi hanno affidato un ragazzo appena entrato: tutto ciò che gli dicevo lo avevo detto prima a me stesso”. Il più grosso pericolo? La presunzione: “Pensare, appena ti senti meglio, di aver risolto completamente i tuoi problemi”.

Per informazioni
Il Gruppo 13 è una Onlus, con sede a Firenze in via Antonio Cocchi 17. Si occupa di accoglienza e programmi di recupero per giovani con problemi di droga, programmi precomunitari, interventi in carcere con detenuti tossicodipendenti e gruppi di autoaiuto per adulti e familiari. L’associazione è guidata da un direttivo, di cui fanno parte, insieme a Piero Pierazzuoli (presidente), Paola Cantini, Simonetta Pieralli, Carlo Franchini, Francesco Fissi, Dino Pieralli e Maria Tarchiani. Accanto a loro, si alternano stabilmente in segreteria i volontari Sabrina Console, Paolo Mini, Loriana Montemaggiore Giovannetti, Alice Nocentini, Anna Maria Lavacchi ed Emerita Giorgini.
E’ possibile contattare Il Gruppo 13 per appuntamenti: tel. 055/ 561060, fax 055/575642,
gruppo13_fi@rainbow–network.org

Trattamenti in regione
Sono 40 i servizi pubblici per le tossicodipendenze che operano in Toscana, distribuiti su 12 aziende sanitarie locali in cui lavorano 532 persone circa.
Solo a Firenze i tossicodipendenti in trattamento, nel 2004, erano 2.619, di cui il 20 per cento è classificato come ‘nuovo utente’. Sono 555, invece, i detenuti con problemi di droga che fanno riferimento al Sert carcerario di Sollicciano. Il 71,9 per cento ha più di trenta anni, a conferma del progressivo invecchiamento della popolazione in trattamento. L’eroina è la sostanza di abuso primaria (68,4%), ma si conferma tra gli utenti l’aumento nel consumo di hashish e marijuana (15,5%) e di cocaina (10%). Il 41,8 per cento è trattato con metadone (la maggior parte a lungo termine), il 46 per cento usufruisce di trattamenti psicosociali.
Il pubblico gestisce, inoltre, 13 comunità terapeutiche, di cui 9 residenziali e 4 diurne, per un totale di 172 posti letto. Gli enti ausiliari (fra cui le comunità) sono invece 19, con 1368 posti letto.
Nelle 104 strutture socio riabilitative della Toscana, divise in residenziali, semiresidenziali e ambulatoriali, sempre nel 2004 erano in trattamento 1393 persone (1119 maschi e 274 donne). Pistoia è la città che ha il maggior numero di tossicodipendenti accolti in strutture (293), seguita da Lucca (247), Arezzo (207) e Firenze (201). Il capoluogo con meno casi è Prato (35).