Vita drogata: non è un’alternativa

“Inaccettabile che certi programmi radiofonici propongano indirettamente il consumo di droga banalizzandone i rischi. Sarebbe come se noi proponessimo il tumore come forma alternativa alla salute”.
Vera Slepoj, psicologa e psicoterapeuta, presidente della Federazione Italiana Psicologi ed dell’International Health Observatory, analizza il disagio.

Quali sono secondo lei le ragioni che portano un giovane a drogarsi?
Perché lo fanno tutti, perché oggi è molto pesante essere individui con una propria personalità e restare fuori dai binari dell’omologazione. Si va nei bagni delle feste e si vedono fiumi di cocaina, c’è poi il fenomeno rave, che da sempre è un rituale di morte, di eccesso totale, come un grande october fest della droga. Per non parlare della grande offerta di oggi, le droghe vengono vendute sotto varie forme anche di fronte alle scuole quindi per l’adolescente è come entrare in un supermercato. In più bisogna ricordare che l’adolescente non ha la capacità di prevedere i rischi e le conseguenze del proprio comportamento, cosa che invece è tipica dell’adultità anche se poi ci troviamo in realtà di fronte ad adulti poco interessati ad occuparsi degli adolescenti. Adulti che hanno fretta che il bambino cresca e diventi grande perché c’è una forma di infantilismo e adolescenza nell’adulto stesso. E’ così ci troviamo con il problema di essere grandi consumatori di sostanze stupefacenti.

Come si inserisce in questo panorama sociale il sempre più menzionato ma poco conosciuto disagio giovanile?
Il disagio adolescenziale si muove di fatto sulla costruzione dell’idea di sé e la difficoltà che il giovane può avere nella relazione con gli altri. L’adolescente deve per forza tagliare quel cordone ombelicale simbolico con tutto ciò che l’ha riguardato precedentemente ed iniziare così ad avere un approccio che da un lato il tessuto sociale gli richiede e che dall’altro diventa sua esigenza personale, ossia il bisogno di relazionarsi con il mondo esterno. Il disagio nasce quasi sempre in questo contesto, disagio che poi diventa patologia e che poi può trasformarsi in tutte quelle situazioni di esclusione sociale che poi entrano nei paradigmi del bullismo e della microcriminalità, diverso dalla patologia che è fenomeno più soggettivo e meno legato al tessuto sociale di appartenenza.

Secondo lei la consapevolezza sociale del problema è in aumento?
Non direi, anzi, siamo di fronte ad una vera emergenza sociale, basti pensare alla banalizzazione che viene fatta tra droghe leggere e droghe pesanti ad esempio, per non parlare dell’atteggiamento che si ha di fronte all’alcol che molto spesso viene scelto dagli adolescenti come alternativa a tutti coloro che hanno una visione negativa della droga, ma che comunque denota un’incapacità di gestire le proprie risorse personali nonchè a gestire la realtà esterna. Incredibili inoltre le proposte che vengono fatte dai media, suggestioni che fanno molta presa sull’adolescente che molto spesso prende i propri punti di riferimento e modelli di identificazione non dal nucleo familiare di appartenenza ma dall’esterno.

Nel suo ultimo libro “L’età dell’incertezza”, parla del peso che a volte, la troppa libertà finisce per rappresentare. Secondo lei l’utilizzo di sostanze può essere proprio un modo per circoscrivere la propria libertà con margini per quanto malati e deleteri?
Sicuramente fa parte della necessità di alterare la realtà, tutto sommato oggi gli adolescenti hanno a disposizione la conoscenza delle tossicodipendenze, non è come negli anni ’70 o ’80 dove le dipendenze avevano un peso particolare, quasi culturale e sociale, oggi l’adolescente conosce perfettamente rischi e pericoli, ma vede l’eccesso come un elemento positivo, quasi tribale, come una possibilità per affermare se stesso e manifestare una forza oppositiva a tutto quello che è la norma sociale del momento e del tessuto familiare. In questa prospettiva si inserisce anche un forte senso di onnipotenza che si traduce nella ricerca di una realtà alterata.
Oggi le tossicodipendenze tradizionali sono molto diverse, sono sottili, le morti di adolescenti per droga a mio avviso interessano molto poco al tessuto sociale, è come se fossero state metabolizzate. Basti pensare che ci sono canzoni che inneggiano ad esempio alla marijuana o trasmissioni radiofoniche, i contenitori di maggiore riferimento per gli adolescenti, che propongono l’ironia sulle droghe che a mio avviso rappresenta in qualche modo una modalità per proporle indirettamente banalizzando quello che può essere il rischio e facendo così un grande lavoro demagogico di controinformazione, come se noi proponessimo il tumore come forma alternativa alla salute.

Siamo di fronte ad una nuova stagione di veline, e i giovani che tentano questi palcoscenici sono sempre di più. E’ il segno che in questa società non vale più la pena pianificarsi un futuro, il trionfo della mentalità del carpe diem?
Pensiamo al lotto, noi proponiamo a livelli governativo istituzionale la ricerca della fortuna dell’occasione della casualità, rinunciamo a pensare che possiamo realizzare il nostro futuro attraverso i nostri comportamenti quindi dentro tutto questo ci troviamo anche la spettacolarità, la teatralità dell’uso del proprio corpo, delle performance che portano ad essere un cantante di successo oppure un’attrice di successo non tanto dentro la professionalità ma dentro la casualità.
E’ una rinuncia sostanziale a dare valore ai propri contenuti e alle proprie fatiche.

Se dovesse fare un appello ai genitori e ai ragazzi che cosa direbbe?
Con i ragazzi credo occorra essere molto espliciti, non giudicare ma essere chiari nel messaggio. Genitori smettetela di adultizzare gli adolescenti, l’adolescente deve costruire la propria autonomia gradualmente. Non si diventa genitori quando improvvisamente il figlio dà delle risposte contrarie a quelle che sono previste dal percorso genitoriale, non si diventa genitori dall’oggi a domani, si diventa genitori dal primo giorno di vita del figlio. Standogli a fianco si trasformerà in adulto.
Ne vale la pena, essere genitori significa contribuire ad avere un futuro sano, ogni adolescente che oggi è tossicodipendente mina pesantemente il futuro della nostra società perché non sarà in grado di avere un pensiero critico.
Pensando agli adolescenti di oggi invece mi viene da dire che sono la generazione più condannata alla dipendenza dalla proposta degli adulti che ci sia mai stata, sono come degli schiavi privi del pensiero e quindi della libertà di accettare le proprie insicurezze nonché di gestire i propri insuccessi personali e sociali.

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