Vite in gioco

di Carlo Forquet

«Prima di far smettere mio marito ci ho messo tanto», racconta Anna, che frequenta il gruppo di auto aiuto AMA in Trentino. «Negli ultimi tempi aveva accumulato debiti, uno scoperto in banca, ma continuava a stare lì, davanti al videopoker, a perdere 2 o 300 euro alla volta. E quando finiva i soldi c’era il barista che glieli prestava e li segnava, tanto lui il giorno dopo glieli avrebbe restituiti per tornare a giocare». Il marito di Anna è uno degli 800 mila giocatori patologici stimati in Italia, pari al 2,1 per cento della popolazione, cui si sommano due milioni di persone fortemente a rischio. Un mercato ad alto impatto sociale, secondo l’ente di ricerca Nomisma, che Già nel marzo 2009 sfornava un rapporto raccapricciante sui contorni di questa “vecchia-nuova” dipendenza, dai sintomi ed esiti sovrapponibili a quelli della schiavitù da droga. Sulla stessa linea oggi il Cnr, che in una ricerca pubblicata a gennaio 2012 su Springer Science, quantifica nell’incredibile cifra di 17 milioni le persone in qualche modo coinvolte in quella che definisce “una vera e propria epidemia sociale”.

«Il 36 per cento dei 15-24enni, ovvero 2,2 milioni di giovani adulti, ha dichiarato di aver giocato almeno una volta nell’ultimo anno – spiega la ricercatrice dell’Ifc-Cnr Sabrina Molinaro – e il 9 per cento è costituito da problematici». «Anche se il gioco patologico è stato inserito tra le malattie compulsive dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) – afferma Cristina Perilli, psicoterapeuta in un Sert di Milano – in Italia non è incluso nei cosiddetti L.E.A. (livelli essenziali di assistenza), quindi non vi è alcuna garanzia per i pazienti di poter accedere alle strutture pubbliche». Eppure, stando ai dati resi disponibili da numerose ricerche e dall’esperienza sul campo, è possibile parlare di una vera e propria emergenza: «Nella mia struttura – continua la Perilli – ho potuto riscontrare un allarmante fenomeno: i pazienti sono andati via via aumentando in questi ultimi due anni e il numero di persone che si è rivolto a me per chiedere aiuto si è più che triplicato».

Sindrome di astinenza
Gli esperti parlano di “tolleranza” cioè del bisogno di giocare sempre di più per ottenere lo stesso livello di eccitamento, ma anche di astinenza, caratterizzata da nervosismo, ansia e tremori se si tenta di smettere. «Giorno dopo giorno – spiega Raul, gambler incallito in cerca di recupero – ti rendi conto che il giocare è diventato il tuo pane quotidiano. La vita sociale non esiste più e, soprattutto, non riesci a smettere. Ho toccato il fondo rubando soldi ai familiare: mi raccontavo che con una vincita sicura avrei restituito tutto, ma vivevo in un mondo parallelo, fondato su bugie e fantasie». Secondo l’Osservatorio Gioco & Giovani di Nomisma, il giro delle scommesse e dei giochi con vincite in denaro coinvolge ben oltre di 800 mila persone a livello di dipendenza: si parla – e sono dati di due anni fa – di 28 milioni di uomini e donne complessivamente che hanno giocato almeno una volta nella vita, con una raccolta di denaro che sfiora il 3 per cento del PIL e una crescita, per le sole “macchinette”, superiore al 15 per cento annuale. «Quando hai un familiare che soffre di dipendenza patologica da gioco d’azzardo lo scopri all’improvviso, da un giorno all’altro, perché alla fine non sa più come uscirne ed è costretto a confessare, oppure ci convivi per anni – ricorda Anna, che oggi, dopo riunioni dopo riunioni alle quali è riuscita a trascinare il marito, sembra stia iniziando a vedere la luce. «Forse non è il desiderio di smettere di giocare ma quello di smettere di autodistruggermi, di isolarmi, che mi ha portato qui», dice Franco in una di queste sedute di autocoscienza collettiva utili per focalizzare il problema e cercare di affrontarlo. «Non volevo più giocare, anzi non dovevo più giocare ma, a tutti i costi, recuperare le perdite, per poi ritrovarmi inevitabilmente al punto di partenza, ripiombare nella disperazione e nell’incapacità di controllare questo desiderio di tentare la sorte indipendentemente dalle conseguenze e, soprattutto, nella consapevolezza di ciò che sarebbe successo nel bene (poco) e nel male (molto)».

Circolo vizioso
Già, perché è proprio questo il circolo vizioso caratteristico del gioco patologico. Chi se ne occupa in modo professionale nelle decine di strutture nate negli ultimi anni lo chiama “chasing”, cioè inseguimento delle perdite, una pratica coattiva simile all’ossessione. Spesso, infatti, dopo una prima fase con vincite esaltanti, la tendenza della persona predisposta all’ “abuso” è di rincorrere altre vincite, aumentando la frequenza di gioco e le puntate. Quando inizia a perdere, egli attribuisce l’evento a un “periodo sfortunato” e tende ad aumentare il fattore di rischio nell’illusione di poter ottenere vincite più alte. In questo modo il gioco diventa l’unica possibilità di redenzione e recupero. Ci si indebita dappertutto: al bar, in tabaccheria, negli angoli dei pub sotto casa, in rete. «Una bolla che si gonfia ogni giorno di più», spiega il sociologo Maurizio Fiasco, esperto della Consulta nazionale antiusura e di due cooperative romane -Parsec e Il Cammino – promotrici di un progetto contro il gioco d’azzardo compulsivo. In una recente inchiesta del Venerdì di Repubblica, il giornalista Luigi Irdi ha stilato una classifica delle ventuno province più attive nel gioco d’azzardo. Per quanto riguarda la spesa pro capite, ben 44 le province la hanno superiore alla media italiana. Dati più recenti confermano: spicca l’incredibile caso di Pavia con una cifra di poco inferiore ai 2.900 euro, oltre il doppio della media italiana. Oltre i 1.800 euro a testa sono spesi anche dagli abitanti di Como, Teramo e Rimini. Tra le grandi città da segnalare i quasi1.500 euro spesi a testa dai milanesi. Le dieci province con la spesa pro capite più bassa si trovano tutte al sud. Gli studiosi del fenomeno parlano di strategie di persuasione estremamente aggressive da parte delle società concessionarie del gioco legalizzato: basti pensare che, nel 2009, Nomisma quantificava in 15 le occasioni di gioco in una giornata, contro le 3 dei primi anni ’90. Nel nostro Paese, aggiunge Irdi nel suo pezzo, “esistono 700 mila slot machine distribuite in 1500 sale aperte”.

Un business per la malavita (e per lo Stato)
Intorno a questo business non può mancare la presenza di clan della malavita, che si sono organizzati per la gestione delle sale da gioco, il noleggio e la distribuzione dei vari tipi di slot machine e di videopoker. «C’è un gran movimento di soldi che avviene nella più completa illegalità – afferma la psicoterapeuta Perilli – e, se non è così facile individuare nelle tasche di chi entrano, è di sicuro semplicissimo capire da dove escono: da quelle dei giocatori compulsivi». L’impressione è che i governi, Europa in prima linea, non abbiano mai voluto approfondire le proprie valutazioni su un business che porta ogni anno circa 9,2 miliardi di euro all’erario (dati 2011), vale a dire 5,7 per cento in più rispetto agli 8,7 miliardi incassati nel 2010, dando lavoro a più di 120 mila persone. Nello scorso mese di agosto un decreto legge, approvato dal passato governo, ha affidato ai Monopoli di Stato “tutte le disposizioni in materia di giochi pubblici utili al fine di assicurare maggiori entrate, potendo introdurre nuovi giochi, indire nuove lotterie, anche ad estrazione istantanea, adottare nuove modalità del gioco del Lotto, variare l’assegnazione di montepremi ovvero di vincite in denaro”. Degli oltre 76 miliardi giocati quest’anno (stime Agicos, agenzia giornalistica concorsi e scommesse), 54,8 sono tornati agli italiani sotto forma di vincite, con una spesa reale di 21,4 miliardi di euro. In media ogni italiano, a fine 2011, ha speso oltre 1.000 euro a testa tra scommesse, concorsi e giochi online. Un valore pro capite molto alto che pone l’Italia sul podio dei paesi al mondo dove si gioca di più. Ciò è dovuto, secondo Cristina Perilli, che ha scritto un lungo e documentato articolo sull’argomento, “al cambio di strategia dei Monopoli di Stato, non più orientata ad incrementare le entrate erariali, bensì a far crescere l’economia dei giochi. Al momento – afferma la psicoterapeuta milanese – la classe politica sembra dividersi tra chi in buona fede ignora il problema, chi lo sottovaluta e chi ha egli stesso interessi privati nella gestione del gioco d’azzardo, ma la situazione rischia di esplodere da un momento all’altro: il 23 per cento di tutti i soldi giocati nel mondo proviene, secondo l’Agicos, proprio dalle tasche degli italiani”.

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