WeFree Days, un commosso Pietro Grasso incontra gli studenti

Un esempio di vita. E’ ciò che è stato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso intervenuto questa mattina, quasi a sorpresa a San Patrignano in occasione dei WeFree Days, evento dedicato alla prevenzione da ogni tipo di dipendenza. E’ qui che ha incontrato i mille studenti delle scuole presenti oltre ai ragazzi di San Patrignano, salutandoli con grande affetto: “Quando mi hanno detto che c’era la possibilità di incontrarvi non ho avuto esitazioni. Questo è un luogo magico che richiede una scelta e un impegno radicale. La vita è fatta di scelte. Spesso siamo di fronte a due porte dobbiamo scegliere quella giusta. Il mio momento è stato quando sono stato chiamato a coprire l’incarico del maxiprocesso del ’96. Era il giugno del ’95, ed ero in ferie. Mi arrivò la chiamata del presidente del tribunale. Non pensavo a una richiesta del genere. Era un momento di grande tensione sociale, sembrava di essere in guerra. Gli chiesi 24 ore di tempo per decidere con mia moglie il da farsi. Sapevo che la nostra vita sarebbe cambiata completamente, privati della libertà, sempre con scorta con giubbotto antiproiettile e mitra. Mia moglie fece scegliere a me. Poi le dissi che se avesse scelto il contrario avrei dato le dimissioni dalla magistratura perché non avrei avuto il coraggio di presentarmi dai miei colleghi”.

Una vita che poi si è esattamente rivelata come lui si immaginava: “Sono iniziate da subito le minacce nei nostri confronti, e cosa ancor più grave verso il mio unico figlio, all’epoca 14enne. Ci fu chi citofonò a casa per dirci che “un figlio si sa quando esce ma non quando torna”. Lì la scelta se metterlo sotto scorta o meno, lui giovane adolescente che aveva appena conquistato il motorino e tutta la libertà di un ragazzo. Decidemmo di andare nella direzione opposta della mafia, di non lasciarci intimidire. Non fu facile, come non è stato facile di lì in avanti il mio rapporto con lui. Io padre che per motivi di lavoro non c’era mai. Il mio lavoro lo vedeva come un nemico. Un rapporto recuperato solo dopo la strage di Capaci. Lui aveva conosciuto Falcone e la sua morte lo cambiò. Capì che per colpa di questo lavoro potevamo anche morire”.

Poi il giudice ha esortato i ragazzi a non abbattersi per i momenti di delusione, come tanti ne sono capitati a lui: “Dovevo scrivere le sentenze del maxi processo contro la mafia. Si trattava di 120 omicidi ed era una corsa contro il tempo per fare in modo che non scadessero i termini per il carcere preventivo. Una mattina uscii per comprare una tuta a mio figlio e nel negozio mi salutò un ragazzo. Chiesi chi era e mi disse che erano due mesi che ci trovavamo di fronte, in tribunale, lui dietro le sbarre. Mi disse che aveva trovato dei giudici migliori di me che gli avevano dato la libertà provvisoria. Era sospettato di far parte di una terribile squadra di killer. Tornai a casa e finii di scrivere la sua sentenza, 8 anni e 6 mesi. Fu in quel momento che mi chiesi quale fosse l’utilità sociale della mia vita, se ne valeva la pena dato che mi sembrava che qualcuno distruggesse ciò che facevo. Mi ricordai allora una frase di Antonino Caponnetto prima dell’inizio del processo: “Vai ragazzo, a schiena dritta e segui sempre la voce della tua coscienza”. Capii che stavo facendo la cosa giusta, il mio dovere con semplicità e serenità. L’importante nella vita è fare tutto il possibile”.
Pietro Grasso ha poi portato il saluto anche al forum dove prima ha salutato i presenti, fra cui Caterina Chinnici, capo dipartimento Giustizia minorile, figlia del giudice ucciso dalla mafia, “ricordo ancora l’ultimo interrogatorio che feci con lui nel maggio ’83 a Roma”, e poi raccontando un ultimo episodio, si è commosso: “Mia moglie aveva a scuola due ragazzi figli di due famiglie mafiose. Uno scelse di lasciare a due mesi dal diploma. L’altro invece le chiese se il diploma gli sarebbe stato consegnato personalmente. Le disse che non appena avrebbe preso il diploma sarebbe scappato di casa. Da lì in avanti iniziò a mandarci cartoline, finché un giorno ne arrivò una con scritto “Ce l’ho fatta”. Era diventato ingegnere. Sono questi esempi che ci devono dare la forza di continuare nel nostro impegno”.

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