WeFree: un ostacolo nuovo di zecca

La prevenzione, cioè la capacita di offrire ai giovani motivi per restare lontani dalla droga, è la sfida sui cui si gioca la lotta alla tossicodipendenza. Da anni San Patrignano è attiva in questo campo. Un settore cui riserva sempre più energie e impegno. Oggi il suo modo di comunicare con i ragazzi, di realizzare iniziative di prevenzione ha un nome nuovo: “WeFree”. Un logo che per la prima volta viene presentato al CSI5*, dove lo vedremo collocato su uno degli ostacoli del Gran Premio, al posto del precedente “Drugs Off”.
Ma cosa sia “WeFree”, quali siano il suo significato, la sua novità grafica e di linguaggio, la spiega Bruno Stucchi, direttore creativo di Sudler & Hennessey, cioè chi questo marchio lo creato insieme ai rgazzi delle grafiche di San Patrignano, con cui collabora ormai da qualche anno.

“WeFree” è la dichiarazione visiva di un cambio di atteggiamento, di un nuovo modo di pensare la prevenzione e più in generale la comunicazione sociale. Rispetto a ”Drugs Off”, un messaggio puramente oppositivo, con una grafica dura, aggressiva. Il pugno, il rosso e il nero delle lettere, di “Drugs Off” sono sicuramente molto chiari e immediatamente decodificabili. Ma, inevitabilmente, questa immagine tende a dividere chi lo ascolta. Ci viene chiesto di prendere posizione. Quindi è un messaggio con molta forza ma che suscita opposizione, almeno una parte delle persone che lo ricevono”, spiega Bruno Stucchi. Secondo lui la comunicazione contro la tossicodipendenza si è sempre giocata nella cifra stilistica del “no” alla droga, con pochi tentativi di costruire dei messaggi più ampi, con maggiore capacità di coinvolger le persone. Invece, “WeFree” è indubbiamente più inclusivo: “Se tu dici o scrivi “WeFree” io prima di arrivare a capire che è un free dalle dipendenze, ci metto un pochino. Però gioca sulla curiosità, sul desiderio di capire cosa sia quel marchio e il suo significato e quindi coinvolge di più.”

E’ un inedito approccio comunicativo la problema droga, che utilizza grammatiche e sintassi innovative, anche dal punto di vista grafico: “E’ un linguaggio visivo oltre che verbale. I ragazzi di oggi sono bravissimi nel leggere e decodificare i segnali dei brand. Un logo che aspiri a parlare con i ragazzi di oggi deve dare un senso di grandissima libertà, possibilità di apertura, deve assomigliare un po’ a uno dei loghi che a loro piace trovare su un gadget o nelle cose che loro amano”.

Ed anche la grafica con cui il marchio è realizzato ha per Stucchi grande importanza: “Non è un segno a mano pittorico, è un segno a mano scribacchiato, anzi addirittura è quasi un anti logo. Forse uno dei maestri della comunicazione direbbe che è orribile, che c’è dentro il graffitismo, addirittura il culto del brutto, ma è il tentativo di portare immediatezza, di scrivere urgentemente un messaggio subito e vederlo subito arrivare”. Un urgenza che oggi caratterizza l’interno mondo della comunicazione giovanile, sia nelle sue forme che nei suoi strumenti.

Soprattutto sembra un buon modo per raccontare in un marchio, accompagnato da un semplice e breve pay off come “addicted to life”, le iniziative e le attività di prevenzione svolte dai ragazzi della comunità: “Addicted to life significa essere “dipendenti” da ciò che ci tiene vivi, le nostre passioni, gli amici, l’amore. Significa, in realtà, essere indipendenti.”

“Se io ti racconto una storia interessante, divertente e ti mostro con i gesti, con le parole, con le immagini, con il modo in cui racconto le cose, che appartenere alla mia community o al mio social network è più bello che appartenere a un altro, in qualche modo faccio uno sgambetto a tutto il mondo della droga. Un mondo che queste cose le cavalca alla grande. E’ bello, è “cool”, è giusto essere trasgressivo, sono messaggi che ci bombardano ormai da anni e hanno dimostrato un grande capacità di penetrazione in tutta la società.” Per Bruno Stucchi è un po’ come combattere il “marketing della droga”, adottando linguaggi compresi e graditi dai ragazzi, con la grande differenza di veicolare attraverso quei linguaggi, contenuti e produzione di significati lontani mille miglia dalla droga. Anzi in grado di aiutarti a rimanerne lontano. “WeFree”, appunto.