Business con l’esclusiva

E’ ormai la droga a finanziare gli altri mercati criminali. Il mostro sta mutando strategie: produzione propria, sinergie tra gruppi rivali, radicamento territoriale e connivenza tra cittadini e malavita

Il traffico di droga è ormai il perno delle attività della malavita organizzata, fino quasi a soppiantare altri reati come rapimenti, rapine e scippi, un tempo più diffusi e ora in netta e costante diminuzione, come attestano gli ultimi dati del Ministero dell’Interno. L’ultima relazione della Direzione Centrale Servizi Antidroga (DCSA) è chiara: “Le stime effettuate annualmente dagli organismi specializzati mostrano in modo univoco che quello della droga, grazie agli enormi e veloci profitti che è capace di generare, è la principale fonte di finanziamento delle consorterie criminali, in quanto è un mercato in perenne crescita, con un immediato e continuo approvvigionamento e distribuzione”.
Il rapporto droga-criminalità-società è profondamente mutato. Per “reati correlati agli stupefacenti” una volta si intendeva una tipologia limitata principalmente ai crimini legati direttamente al consumo personale, come furti, scippi, piccole rapine. Oggi il traffico è il motore della grande illegalità, della malavita organizzata che minaccia il nostro tessuto sociale come un tumore virulento.
Prima si infrangeva la legge per comprare la droga, ora la si vende per finanziare le consorterie malavitose e un ampio volano di imprese “grigie”, capaci di attirare, ciò che è più grave, non solo la manovalanza delinquenziale ma anche un certo consenso sociale.
Di questa “conversione” nel Sud d’Italia ha dato uno spaccato ormai celeberrimo lo scrittore Roberto Saviano con il libro, divenuto poi film, Gomorra. Un inequivocabile riscontro allo scenario dato dallo scrittore arriva dai sequestri: l’81 per cento delle requisizioni delle piantagioni di canapa indiana avviene nel Meridione. La cannabis, dalla quale si producono marijuana e hashish, sta diventando l’oro verde per i capitalisti del crimine, con la longa manus di Cosa Nostra, come ha recentemente confermato un collaboratore di giustizia. La mafia ha cominciato a produrre in proprio tonnellate di marijuana, giacchè la coltivazione diretta offre maggiori guadagni e meno rischi. Ma il progressivo passaggio della criminalità al narcotraffico non è una prerogativa del Sud. Altra scena: un gruppo di caseggiati di edilizia popolare controllato “militarmente” dai malavitosi, con bambini fra gli otto e i dieci anni a far da sentinelle, per proteggere dalle Forze dell’Ordine la droga custodita sotto il letto da famiglie incensurate, retribuite con quattrocento euro alla settimana. Non siamo però a Scampia, ma a Milano. Dimenticate la Scala, la moda, la Borsa: il nuovo fiore all’occhiello della capitale economica d’Italia è la cocaina, la “migliore” d’Italia, la più pura. La delinquenza del capoluogo lombardo investe in coca, comprando direttamente dai narcotrafficanti sudamericani e smerciandone più di sei tonnellate l’anno in città, dove i consumatori sono ben 150mila.
I famigerati Palazzi Ater a Milano non sono certo l’unica enclave di illegalità legata allo spaccio e molte altre situazioni analoghe si stanno radicando nella periferia milanese come nelle altre maggiori città d’Italia, centri storici compresi. A Quarto Oggiaro, secondo un’inchiesta di Panorama, la carriera dei baby-spacciatori comincia a 15 anni con le consegne a domicilio. Il territorio è stato bonariamente diviso tra i clan Tatone e Carvelli, tanto il business è in grado di arricchire tutti: agli adolescenti vanno le briciole, venti euro per fare i “pali”, ma un pusher smercia fino a seimila euro di roba e in un mese le cupole si mettono in tasca 800 mila euro. Nei vicoli del centro di Roma lo spaccio è parte integrante della vita notturna e non, al punto tale che lo scorso agosto, quando una pattuglia di Carabinieri è intervenuta in Campo de’ Fiori, il popolo della notte ha tentato un linciaggio dei militari che avevano osato disturbare la movida.
Il mercato delle droghe negli ultimi decenni è diventato sempre più complesso per l’espansione dei consumi e l’incremento dei soggetti criminali che producono e commercializzano le sempre più varie sostanze psicoattive. Ai gruppi storici quali le mafie italiane, turca, le triadi cinesi e la Yakuza giapponese, i cartelli colombiani, si sono aggiunti gruppi più o meno recenti come albanesi, russi, nigeriani. Gruppi locali, prima impiegati ai livelli inferiori dello spaccio, hanno acquistato autonomia e si sono messi in proprio, allargando l’indotto del prodotto droga a livelli che sembrano non conoscere confini. Del traffico di stupefacenti internazionale, l’Italia è purtroppo uno dei principali mercati di destinazione dell’intera Unione Europea, oltre che uno snodo strategico a causa della sua peculiare posizione. Lo attestano, per quanto riguarda il consumo, i dati dell’Unodc (l’ufficio dell’Onu contro droga e criminalità): siamo al secondo posto nell’Ue per quanto riguarda le persone affette da dipendenze e tra il 2002 e il 2007 abbiamo raddoppiato la percentuale di consumatori di cannabis, fino al 14,6 per cento.
Per la produzione, la conferma viene dall’aumento della quantità di sostanze sequestrate dalle Forze di Polizia (+32,07 per cento), in particolar modo hashish (+70 per cento circa), soprattutto in Lombardia, Lazio e Sicilia. Lo scorso anno nella Valle dello Jato, in provincia di Palermo, è stato effettuato il sequestro della più grande piantagione di cannabis indica in Europa (oltre 1.400.000 di piante), che avrebbe fruttato al dettaglio alle associazioni criminali parecchi milioni di euro. Dunque, la mafia ha cominciato a produrre in proprio, essenzialmente marijuana la cui coltivazione offre alti guadagni e pochi rischi. Al.tro fatto inedito, come si accennava, le sinergie tra i più disparati gruppi criminali, superando antiche rivalità di carattere etnico. Si è instaurato un “criminal agreement”: le organizzazioni del narcotraffico ricercano forme di cooperazione e mutua assistenza, si legano ad altri gruppi anche stranieri, formano alleanze più o meno estemporanee, per rispondere meglio alle esigenze del riciclaggio dei proventi e del traffico. Già, perché come ha messo a verbale uno degli ultimissimi collaboratori di giustizia di Cosa Nostra palermitana: “ Sono più le richieste che le scorte che abbiamo di cocaina”. Il problema dei narcos, ormai, è soddisfare la domanda.

Fabio Bernabei

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