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Dal centro minori di Sanpa alla vittoria di un concorso letterario

“Non volevo neppure partecipare e mi ritrovo a vincere”. Chiara (nome di fantasia) non ci crede ancora di essersi  aggiudicata la 19esima edizione del concorso di scrittura saggistica per maturandi “La memoria del novecento” organizzata dal “Campo della Stella”, sul tema “Speranza e disperazione. Il dramma dell’uomo contemporaneo”. Lei di disperazione e speranza ne sa qualcosa, entrata al centro minori di San Patrignano a soli 14 anni: “Visti i problemi presenti in famiglia, dai 12 anni avevo iniziato a peregrinare fra case famiglia e comunità. Al massimo ero riuscita a fermarmi 9 mesi in una di queste strutture. Per il resto entravo e uscivo. Non ero semplice da gestire, nel pieno dell’adolescenza e con il mio bel bagaglio che mi portavo dietro. Finché il 30 agosto 2018 mi hanno portata a Sanpa”.

Per lei si aprono le porte del la comunità educativa residenziale presente all’interno di San Patrignano dedicata a ragazze dai 14 ai 18 anni: “Il mio problema non era tanto la droga, dato che mi ero fumata solo qualche canna, quanto la difficoltà di vivere le mie emozioni e di stare assieme alle altre. Ricordo che per i primi sei mesi mi sono trincerata dietro i libri. Mentre le mie compagne giocavano o guardavano la tv, io me ne restavo in disparte in silenzio e leggevo. Tanta narrativa, ma anche filosofia. Dovevo riuscire a farmene una ragione di quell’ennesimo collocamento, per me l’ennesimo fallimento personale”.

Difficile immaginare il senso di abbandono che può vivere una ragazza tanto giovane, che cosa le possa passato per la testa trovandosi improvvisamente con coetanee in una casa in cui doveva vivere per forza fino ai 18 anni. Ad aiutarla e supportarla le educatrici e gli educatori, ma anche il ritorno a scuola, iscritta all’istituto sociosanitario “Iris Versari Macrelli” nella sezione distaccata di San Patrignano: “Volevo assolutamente riprendere gli studi e per mia fortuna proprio in questo indirizzo. Avevo voglia di una sfida nuova dopo che mi ero fermata alle medie. E finalmente iniziavo a sentire che in me qualcosa si muoveva”.

E tutte quelle letture fatte nei momenti di difficoltà le sono tornate utili visto che il testo con cui ha vinto (lo trovate in calce) è un saggio di filosofia, materia non presente nel suo percorso scolastico: “Mi sono appassionata alla filosofia attraverso le mie letture e mi è venuto naturale riportare alcune di quelle riflessioni all’interno del saggio. Questo nonostante abbia  pensato fino all’ultimo di ritirami. Per fortuna le mie educatrici mi hanno convinto a consegnar il testo”.

La gioia di questo successo le si legge negli occhi e la motivazione della giuria del concorso ne attesta tutto il merito: “Il filo che lega speranza e disperazione è dipanato nel testo con coerenza e precisione a tutti i livelli. Vengono toccati temi fondamentali del pensiero moderno, come il nichilismo o l’avvento massiccio della tecnologia. Si attraversano vari campi, dalla filosofia alla scienza, fino ad accenni equilibrati e pertinenti all’esperienza e alla visione personale. Le citazioni sono ben calibrate e funzionali a ciò che si vuole esprimere.”

 

Questo il testo del suo saggio

 

La vita è un pendolo che oscilla tra Speranza e Disperazione

I giudizi che formuliamo sono in larga misura precostituiti perché viviamo in una società in cui ci siamo fatti condizionare e subordinare dall’evoluzione e dalla piaga del sistema.

Al di là delle sicurezze derivanti dai giudizi, spesso soffriamo di una mancanza di direzione, sentiamo di vagare dentro un infinito nulla…

Anch’io vivo la disperazione e tento di definirla, reputandola un sentimento estremo che ci sussurra con ostinatezza e ci porta a compiere gesti e atti impensabili lucidamente. Ma cosa conduce ognuno di noi fino a quell’apogeo? Soltanto la speranza.

La speranza che resta insinuata nella nostra testa, che trova tana persino nell’inconscio e che, con perseveranza, tiene alto il proprio significato datole da Aristotele: un atto della volontà, nato da un’abitudine virtuosa che in potenza tende al raggiungimento di un bene futuro, difficile, ma non impossibile da realizzare.  Questo  circolo di disperazione e speranza porta in continuazione le persone a compiere le imprese più incredibili e folli.

La “disperazione”, secondo Kierkegaard, è il sentimento riguardante la possibilità che l’uomo percepisce in rapporto alla sua stessa esistenza e interiorità. In contrapposizione, il mistico tedesco Eckhart afferma che un uomo dovrebbe essere “vuoto della propria conoscenza” così da spingersi sempre oltre e non sostare nei limiti che ci prefiggiamo. Ciò non vuol dire che costui dovrebbe dimenticare ciò che sa, ma piuttosto che dovrebbe dimenticare di sapere. In altre parole, non dovremmo considerare la nostra conoscenza come possesso, grazie al quale sentirci al sicuro in grado di conferire la coscienza della nostra identità; non dovremmo essere pieni della nostra conoscenza, aggrapparci ad essa, né bramarla; la conoscenza non dovrebbe assumere la qualità di un dogma che ci rende schiavi.

La conoscenza non è null’altro che l’attività di penetrazione del pensiero, senza che ciò diventi mai un invito a restare immobili allo scopo di raggiungere così la certezza. La domanda che si è posto Eckhart è: “che cosa significa che un uomo non dovrebbe avere nulla?”. L’uomo dovrebbe essere libero, oltre delle sue azioni, del pensiero proprio. L’uomo dovrebbe adempiere all’eudemonia…

Tornando alle teorie di Kierkegaard, si evince dalla “malattia mortale” che la disperazione si riferisce al rapporto dell’io con se stesso e a tale possibilità.  La disperazione può quindi avere due forme distinte: volere o non volere se stesso. Essa nasce dal fatto che l’uomo non accetta la sua condizione umana. L’io, infatti, può volere come può non volere essere se stesso. Se vuole essere se stesso, essendo quindi finito, l’io non giunge al riposo, all’equilibrio ma sfocia nella disperazione. L’esito è nuovamente la disperazione anche nel caso in cui l’io non vuole essere se stesso, in quanto non può rompere il proprio rapporto con ciò che gli è costitutivo. La disperazione è pertanto la malattia mortale, non perché conduca alla morte dell’io, ma perché è il vivere la morte, l’annullamento dell’io; quella parte interiore di noi che ci contraddistingue.

Il carburante essenziale alla vita è la speranza che alimenta, inarrestabile ed insaziabile, tutto questo ciclo. La speranza, ossia quell’entità che è la fiduciosa attesa di un bene ma, come ogni cosa, comporta le proprie controindicazioni: quanto più si desidera, tanto più si colora l’aspettativa di timore o paura per la mancata realizzazione. Una possibile soluzione, per quanto estrema, secondo Nietzsche è smettere di desiderare. Con il termine nichilismo Nietzsche designa quella condizione in cui diventa insostenibile distinguere fra realtà e apparenza, fra verità e falsità, fra cosa in sé e fenomeno. La religione, per esempio, è e sarà sempre argomento di discussione, non perché è uno dei più grandi movimenti di massa, ma fondamentalmente  perché non è ancora chiaro il ruolo del Supremo. Nonostante la teorizzazione della morte di Dio, è comunque arduo rinunciare agli assoluti. La conseguenza della morte di Dio è anche la morte dell’Io. Inoltre, la nostra libertà ha senso solo in rapporto all’altro da sé. Nella concezione di Nietzsche, invece, il Superuomo coincide con la sua volontà di potenza, nella sua piena autoaffermazione.  Usiamo questo mondo come sostegno, come conforto, come sfogo e come rifugio… ma la cosa più importante è non dipendere da altre entità, costruire noi stessi, costituire noi stessi, bastarsi. Pertanto, afferma Nietzsche: «… che non ci si dia una verità, che non ci si dia risposta, ma che sia semplicemente una “cosa in sé”. Ciò stesso è un nichilismo, è anzi nichilismo estremo».

Penso che fermandoci al pensiero di Nietzsche ci limiteremmo ad un limbo di accettazione, come rassegnati dalla potenza delle cose e dalla nostra impotenza a riguardo. Con il progresso, il nichilismo è divenuto oggi una sorta di mentalità largamente condivisa. Esso può essere letto come una conseguenza della crisi del razionalismo e del modello di sapere assoluto ed onnicomprensivo che era scaturito da esso.

Nel presente post ideologico si configura come consapevolezza della fine delle ideologie e delle tensioni ideali che avevano accompagnato i grandi progetti di emancipazione dell’umanità. Uno di questi importantissimi piani fu la  rivalsa degli italiani verso la fine della seconda guerra mondiale, quando ci si ritrovò in un paese materialmente devastato e si capì che l’importante era costruire e creare fondamenta su altri fronti.

Gli italiani riscoprirono il senso di essere un popolo e diedero coscienza al senso di solidarietà e di appartenenza. Nel rialzarsi si creò, con l’insorgenza di forze politiche diverse, un solido principio che riguarda il rispetto della diversità.  L’evoluzione finalmente è stata spiritualista. D’altro canto, coloro che pretendevano un’uguaglianza tale per cui quello che tocca a ciascuno deve essere esattamente uguale a quello spettante ad ogni altro, rivelando ciò in realtà che l’orientamento all’avere e al possedere non cambia affatto, ma semplicemente che è negato dalla preoccupazione per l’esatta uguaglianza.

In maniera premeditata o meno, la società ci insegna a trasformare sensazioni in percezioni le quali ci permettono di manipolare il mondo circostante, dandoci il modo di sopravvivere in una determinata cultura. In questa sopravvivenza abbiamo la necessità di dare nomi alle cose, ad oggetti di percezione; il nome stesso sembra garanzia della definitiva e immutabile realtà del percepito. Il bisogno di avere ha anche un altro fondamento: il desiderio biologico di vivere. Indipendentemente dal fatto che siamo felici o infelici, il nostro organismo ci spinge ad aspirare all’immortalità; ma poiché sappiamo per esperienza che moriremo, andiamo alla ricerca di situazioni capaci di farci credere che, nonostante l’evidenza empirica, siamo immortali.

Speranza  e disperazione alimentano le radici del percorso di vita sotto quest’ottica. Sono proprio l’ottica e la Weltanschauung i punti nodali.

In filosofia il prospettivismo è la concezione che afferma il valore relativo della conoscenza, o più esattamente dell’interpretazione della realtà,  indissolubilmente legata all’assunzione di uno specifico punto di vista, il quale è diverso da individuo a individuo. Questo ci permette di spaziare, di non avere limiti ideologici, di muoverci in campi vasti e quasi sconfinati.

La curiosità, la speranza del sapere e la disperazione del conoscere e del capire ha fatto accrescere l’interesse dell’uomo nel conoscere l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo e ci ha permesso di tastare il fascino della scoperta scientifica rendendola rivelatrice; come per Galileo che, con l’uso del telescopio, non a caso contemporaneo all’invenzione del microscopio, è andato oltre al visibile apparente.  Per vedere servono luce, occhi e mente, ma con la continua evoluzione delle tecnologie possiamo usare proprio quest’ultime come tramite. Oggi le nuove tecnologie amplificano l’uomo, eppure esso è e rimane insostituibile. Siamo la macchina perfetta perché siamo pieni di imperfezioni. Uno dei tanti limiti dell’uomo sono i legami, con il possesso, con i sentimenti, con gli esseri viventi e, in ultima analisi, con il proprio Io (definibile “egomania”).

Questa sete di volere spesso non è saziabile, ma se non fosse per la tenacia e per la perseveranza di avere, sia materialmente che interiormente, adesso saremmo in the shallow cullati e trasportati dalla corrente e dalla natura.

Eppure ogni cosa ha il proprio perché, ogni cosa ha un fine, ogni cosa accade perché deve accadere, ma solitamente ci si focalizza solo sull’evento, invece che su tutto quello che comporta e dobbiamo trarne, positivo o negativo che sia.

Al vertice si colloca l’eudemonia, in continua mutazione con l’evoluzione dei tempi, delle menti, e resta come una sorta di utopia che, come un’eredità, scorre di generazioni in generazioni colme di speranza e sature di disperazione.

Si può concludere che nella nostra esistenza stiamo semplicemente “cercando”.

Pur essendo molto giovane, ho intrapreso un percorso chiamato “La via della speranza”. Per me e i migliaia di eremiti che hanno solcato questo terreno, il primo passo è stato compiuto solamente dopo essere arrivati alla totale disperazione, difatti il posto in cui prende forma questo tratto di vita è soprannominato “L’ultima spiaggia”. Voglio rievocare tale esperienza nel tentativo di disegnare un cerchio nel quale le due fondamentali entità delle quali abbiamo ragionato si danno vita l’un l’altra.

Io vivo nella speranza e ho vissuto nella disperazione.

Quando vivevo nella disperazione avevo perso la speranza.

Era un’illusione: dovevo lasciarle il tempo di percorrere la sua parte di cerchio e risorgere. Dalla disperazione.

 


28 Maggio 2021
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