Doppia identità

«Io amo fare il medico, qui. Con l’umiltà di svolgere una professione delicata, dove è importante ascoltare e sapersi mettere da parte. Quando, invece, la saccenza ti porta a sentirti onnipotente, e a me è successo, il rischio è dietro l’angolo e puoi perderti». La chiama proprio così – saccenza – la bestia nera del suo carattere, con cui Claudia ha dovuto fare i conti quando era ad un passo dal baratro e ha capito di aver bisogno di aiuto.

Di famiglia borghese, milanese, dopo l’università conclusa a pieni voti a 25 anni, la neo-medico sceglie di specializzarsi in endocrinologia e, contemporaneamente, inizia a lavorare al San Raffaele. «Le mie giornate – racconta – erano interamente dedicate alla grande passione per questa professione. Era il modo, credo, per far vedere ai miei che ero una brava bambina e compensare un po’ l’indole ribelle di mia sorella». Con lei, di qualche anno più giovane, c’è sempre stato un rapporto di simbiosi: «Io diligente e studiosa, in un modo che oggi definirei “matto e disperato”, e mia sorella Monica, indolente e scapestrata. L’avevo persa di vista. Poi, un giorno, mi invitò a una festa a casa di amici ed è lì la mia vita, tutta casa e studio, cambiò direzione».

In che senso?
«Conobbi Flavio: faceva il dj nei locali di mezza Italia ed era molto introdotto negli ambienti della Milano bene. Lui e mia sorella passavano tra una discoteca e l’altra ed io, quasi senza rendermene conto, mi trovai immersa in una realtà sconosciuta, fatta di eccessi, di assenza di regole, di trasgressione. Un mondo pieno di pastiglie, di acidi, di cocaina».

Ma eri medico, quindi sapevi cosa ti trovavi di fronte?
«Non che fossi impreparata o che non avessi gli occhi e la testa per comprendere: semplicemente, quel male di vivere che avevo sempre represso illudendomi di poterlo nascondere a me stessa con lo studio, improvvisamente è esploso».

Ma, dentro te, non vedevi i pericoli?
«Ti racconto un episodio: un giorno, in ambulatorio, si presentano i genitori disperati di una ragazza con problemi di tossicodipendenza. Li ascoltavo con aria distaccata, come se mi parlassero di un problema che non era il mio. Nel profondo, non vedevo l’ora di sbolognarli e, così, consigliai loro di rivolgersi a San Patrignano. Io mi sentivo diversa: la coca, nel mio saccente modo di raccontarmi le cose, sapevo gestirmela. Mi serviva non come sballo, ma per essere più lucida e stare bene».

Un po’ come pensano tutti?
«I tossici per me erano gli altri. Io avevo l’oro in mano e, nella mia irresponsabilità, mi sentivo onnipotente. E’ come se avessi un doppio armadio: di giorno ero la dottoressa perfetta, con il tailleur in ordine e l’aria affidabile e seria; la sera aprivo l’armadio rosso, mi mettevo i tacchi alti e davo il via alla serata. All’inizio, solo nei week end, poi…».

Poi?
«Le due vite non riuscivano più a stare separate. Un giorno, su un treno che mi portava al lavoro, mi accorgo di non averla con me. Scendo e torno indietro. E’ lì che mi sono resa conto, per la prima volta, che c’era qualcosa che non andava».

Lavoravi sempre in ospedale?
«Dopo aver conseguito la specializzazione in endocrinologia avevo fatto un concorso per medico di base. La mattina facevo ambulatorio e il pomeriggio mi dedicavo alla professione privata: soprattutto malati di tiroide e diabetici. Pensavo di essermi sistemata, e, invece, erano più le volte che restavo a casa distrutta e mi facevo sostituire. Rispondevo poco al telefono, ero scostante, talmente immersa nella schiavitù della tossicodipendenza che i pazienti, ormai, mi davano solo fastidio. Intanto, con Flavio e Monica, spendevamo tutto in coca. Lui arrivò a vendersi la casa di sua nonna: una rovina».

Fin quando?
«Ricordo quella domenica come se fosse ieri. Mi ero rinchiusa a casa da due giorni con tanta coca. Ero disperata. Ho acceso il computer e, non so perché, sono finita nel sito di San Patrignano. Ho alzato il telefono per chiedere aiuto. Poi, sono andata a casa dei miei e gli ho detto tutto. Per loro è stato un colpo, non volevano credere che la loro bambina perfetta, un medico con grandi prospettive, in realtà era una drogata».

Nel 2006 sei entrata in comunità.
«All’inizio credevo di aver fatto la scelta sbagliata. I miei non hanno compreso fino in fondo. Dicevano: hai una famiglia, un lavoro, come hai potuto ridurti così. Eppure, mio padre mi ha sempre accompagnato ai colloqui preparatori in associazione. Qui ho dovuto rimettere tutto in gioco ma non mi sono mai sentita giudicata. E ho scoperto che, prima della professione, contano la dedizione, l’ascolto, la parola».

Sono passati quasi quattro anni. Definirli duri è poco. Claudia, da qualche mese, è tornata a fare il medico. A San Patrignano.

Carlo Forquet