Drogarsi un po’

Slogan ambigui, manuali d’informazione deliranti, riduzione del danno in discoteca. Molte delle attività finanziate dallo Stato assomigliano ad un libretto d’istruzioni. Per sballare senza correre rischi

“Fai attenzione alle dosi, la prima volte prendine al massimo metà”, “se il bruciore al naso è forte, sniffa solo con la tua cannuccia”. No, non si tratta di uno scambio di battute in chat tra sedicenni chiusi nel torpore adolescenziale delle loro camerette, lontani possibilmente dall’occhio giudice degli “adulti”.

Questa volta, se i ragazzi della seconda liceo scientifico Rodolico non avessero parlato con i genitori una volta a casa, probabilmente la storia non sarebbe uscita dal quartiere Galluzzo di Firenze. “Siamo andati a scuola come tutte le mattine – hanno raccontato alcuni ragazzi una volta a casa – ma al posto del prof quel giorno c’erano due signorine – ci hanno spiegato che se il naso dovesse iniziare a sanguinare è meglio smettere con la cocaina, che gli alcolici servono anche ad avere più coraggio con gli amici e con l’altro sesso, cose così”. Una lezione in piena regola, su come ci si droga. E tutto con tanto di sponsorizzazione da parte dell’Asl locale anche se, a detta del dirigente scolastico, l’istituto non ne sapeva niente.

Eppure, qualcuno deve aver pur autorizzato gli operatori di strada dell’associazione Coop Cat ad entrare in aula. Qualcuno dovrà pur aver approvato il progetto Extreme della cooperativa in questione che, come si legge dal documento programmatico è finalizzato, tra le altre cose, ad offrire servizi di riduzione dei rischi connessi all’uso ed abuso di sostanze illegali e alla gestione di situazioni di difficoltà derivate (bad trip, collassi, ipertermia, situazioni di crisi psichiche).

Dicono che diffondere strumenti di profilassi e informazioni sui rischi correlati all’uso di sostanze sia fare prevenzione. Ma le reazioni dei genitori di Firenze, indignati che a scuola siano state diffuse certe informazioni, raccontano un’altra storia. “La sensazione è che questi discorsi – ha raccontato uno di loro – più che un monito siano un invito a drogarsi”. “Prevenire dovrebbe voler dire fare in modo che un certo problema non insorga – ha continuato – e il problema non è il sangue al naso, ma il consumo di droga”.

Messaggi fuorvianti

Del resto, da un po’ di tempo, quelle che in Italia vengono indicate come attività di prevenzione, si basano per lo più su un’idea comune: dato che le droghe sono parte integrante della vita di adolescenti e non, tanto vale che si impari a drogarsi senza farsi troppo male.
Riduzione del danno dunque, la filosofia che nel 1999 ad esempio, produceva la campagna “Fatti Furbo non Farti Male”, dell’allora Ministro della Solidarietà Livia Turco, e che oggi, a 10 anni di distanza, ispira operatori del settore a girare per le scuole diffondendo depliant e, già che ci sono, braccialetti porta preservativo.
L’allora ministro Turco, l’aveva detto chiaramente.
“Nell’ambito dell’attività di prevenzione delle campagne informative uno strumento molto importante è quello previsto dall’articolo 1 del testo unico sulle tossicodipendenze, il quale dispone che il Presidente del Consiglio dei ministri, d’intesa con i ministri della sanità, della pubblica istruzione, della difesa e per gli affari sociali, promuova campagne informative sugli effetti negativi sulla salute derivanti dall’uso di sostanze stupefacenti e psicotrope, nonché sull’ampiezza e sulla gravità del fenomeno criminale del traffico di tali sostanze”. “Dal 1990 ad oggi – dirà il Ministro nel 1999 – sono state realizzate sette campagne informative”. Da notare dunque che il Ministro è abbastanza chiaro, le campagne del Governo non sono “preventive” ma “informative”. E anche se spesso i due termini finiscono per essere usati come sinonimi i soldi pubblici non scendono in dettagli ed è con essi che si finanziano iniziative come quella della cooperativa di Firenze.

Imprecisione da puristi della lingua? Non proprio. La schizofrenia lessicale che circonda il mondo della lotta alla droga, rispecchia in realtà un problema di fondo: la mancata intesa su cosa sia prevenzione. Significa informare e basta o cercare di modificare un atteggiamento e magari un comportamento?

Drogarsi ma non troppo

Se il senso comune spingerebbe a pensare alla seconda ipotesi, il trend in atto è un altro. E se a Firenze spiegano come sniffare senza lacerarsi il naso, a Torino, si rivolgono al gruppo Abele e alla loro campagna “No excess”. L’idea? Girare di discoteca in discoteca con un camper ambulante pensato come una zona mobile di decompressione – spiega Paolo Sollecito, tra gli ideatori del progetto. Informare, ma anche aiutare superando qualsiasi ottica moralistica del problema. Durante il nostro lunghissimo viaggio non abbiamo mai detto ad un ragazzo di non drogarsi, ma abbiamo cercato di fargli capire quali sono i rischi cui va incontro abusando delle sostanze”.

Ed ecco dunque il “punto chill out”, uno spazio all’interno del camper dove i ragazzi possono raffreddarsi dalla musica e dagli eccessi. Tanto peggio quando il progetto è finanziato da comuni e assessorati, perché se il mezzo lo finanzia il reponsabile alle politiche giovanili vuol dire che forse, sballarsi, tanto sbagliato non è.
Sulla stessa lunghezza d’onda si muovono alcuni progetti sulla sicurezza stradale. Per quanto ogni tentativo di ridurre le ‘stragi del sabato sera’ sia apprezzabile in un paese dove da un’indagine condotta dal Trauma team dell’ospedale Niguarda di Milano, un incidente su due è da ricondurre all’assunzione di alcol o droga, l’iniziativa del ‘guidatore designato’ sembra più un ripiego che una soluzione al problema.

Ispirata ad una pratica molto conosciuta nei paesi del Nord Europa, il progetto invita i ragazzi a nominare il proprio ‘Bob’, colui che per quella sera si astiene da alcol e sostanze così da scarrozzare gli amici sfatti, sani e salvi a casa. Premio previsto per l’impegno? Un cappellino. Viene da chiedersi se un tal gadget potrà mai essere sufficiente a ricordare allo scafato giovane che la vita in fondo non è cosa di poco conto. “Viviamo in una società dove gli adulti sono spesso i primi a dare il cattivo esempio – spiega la psicologa Silvia Vegetti Finzi – e così quel po’ di amore e di rispetto che rimane nei ragazzi, finiscono per comprarselo”. O flebilmente augurarselo, come lasciava intendere l’ambigua campagna dell’allora ministro Turco, “fatti furbo non farti male”.

“E’ l’avvertimento affettuoso e vigile che ogni madre rivolge al proprio figlio”, si difendeva il ministro di fronte a chi le faceva notare come il messaggio recepito fosse quello del ‘farsi’ con furbizia. E quindi, se è vero che gli adulti per farsi ascoltare diventano amici dei propri figli e lo Stato ammicca con le ambiguità del linguaggio giovanile, per far capire ai ragazzi che la vita ha un valore non si trova di meglio che regalar loro un cappellino da baseball.

Cosa chiedono i genitori?

Eppure, l’Italia rimane un paese dove secondo dati raccolti dalla relazione sulle Tossicodipendenze, il 90 % della popolazione dichiara di disapprovare il consumo di ogni tipo di droga, di essere contrario sia a quelle pesanti sia a quelle definite erroneamente leggere, nonché di credere che la prevenzione dovrebbe avvenire principalmente a scuola e in famiglia.
Guarda caso in quei luoghi preposti ad una funzione fondamentale: educare.

Ed è così allora che torniamo alla discrepanza iniziale, a quell’insanabile gap tra il genitore che chiede alla scuola di fare prevenzione, e lo stato che risponde facendo informazione come se la tossicodipendenza fosse un dato di fatto da accettare se non una male incurabile e che al massimo si può gestire. Sia che lo faccia attraverso campagne ministeriali, sia finanziando interventi locali di operatori di strada, Asl o comunità di recupero.

Nel panorama di quelle sostenute da fondi pubblici troviamo ad esempio la fondazioni Exodus di Don Mazzi, che sviluppa la prevenzione attraverso una presenza capillare sul territorio che oltre alla creazione di luoghi qualificati di incontro, a progetti di educazione di strada, non esclude, come punto di arrivo, la riduzione del danno. Gli operatori di Comunità Nuova invece si spingono addirittura ad assistere ragazzi durante l’assunzione della loro dose quotidiana. Dal report di valutazione dell’attività svolta dallo staff di Don Gino Rigoldi emerge infatti che durante i loro contatti con i ragazzi, spesso e volentieri si consumano sostanze, precisamente il 40% dei ragazzi, soprattutto cannabis e cocaina.

E’ questa dunque prevenzione? Per quanto il buon senso conosca la risposta, i segnali che arrivano dallo stato, dalle associazioni locali, nonché dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che equipara la tossicodipendenza ad un problema medico, sono disorientanti.
Firenze, ma potrebbe essere anche Milano o Empoli, raccontano di un bisogno diverso, sia da parte dei genitori che da parte dei ragazzi. Un bisogno educativo. Ma educare, si sa, è più impegnativo che informare, richiede buoni studenti, e soprattutto buoni insegnanti.

Promessa disattesa

Sussidiarietà e diversificazione dei progetti sono i principi alla base della legge 328 che dal 2003 ad oggi consente ai Comuni di creare progetti sociali specifici per il territorio e in linea con le specifiche esigenze e risorse locali. La parola d’ordine è “PdZ”, piano sociale di zona, lo strumento che, come si legge dalla normativa, permette di definire e costruire un sistema integrato di interventi e servizi sociali. La prevenzione alla tossicodipendenza rientra tra questi, ma all’ordine del giorno potremmo trovare anche anziani, handicap ed inclusione sociale.

L’obiettivo è quello di creare una rete che metta in relazione i vari soggetti operanti sul territorio, istituzionali e non, rendendo i servizi sociali flessibili e adeguati ai bisogni della popolazione. Belle parole, che però, a detta di chi con questa legge vi ha a che fare, non trovano rispondenza nei fatti. Pare infatti che lo spirito della legge sia tradito da una non specificità normativa. Pur permettendo ai soggetti operanti sul territorio di contribuire con la propria esperienza e progettualità al piano di azione della città, il potere decisionale resta in realtà totalmente nelle mani dei Comuni, che spesso, come capita, finiscono per devolvere i fondi a progetti che più che a requisiti di efficienza rispondono a logiche politiche.