Eurocomunità

«L’Italia è un bel Paese, ma il mio cuore è in Moldavia». Non le parole di un qualsiasi straniero arrivato nello Stivale per trovare un lavoro, ma di Alexej Bogatiriov, un ragazzo ventiseienne da un anno a San Patrignano. Aveva già visitato il BelPaese in lungo e in largo nei suoi anni di tossicodipendenza, poi la decisione di tornarci, ma questa volta per entrare in comunità, convinto da sua madre. «Lo feci per lei, piangeva in continuazione e per colpa mia invecchiava giorno dopo giorno. Certo non mi andava molto l’idea di arrivare fino in Italia, ma avevo provato già otto volte a disintossicarmi nel mio Paese e a nulla era valso». E così dalla Moldavia, la scelta di tornare in quella nazione che mai aveva visto da lucido. «Sono qua da un anno, in una comunità decisamente diversa rispetto le cliniche in cui ero stato. Non c’era volta che, appena uscito, non tornavo a farmi. Qua invece ho la possibilità di imparare un bel lavoro, sono in regia, e il solo fatto di vedere ex tossicodipendenti che ce l’hanno fatta mi fa stare bene. Sono arrivato da appena un anno e so che la strada sarà ancora lunga, ma voglio tornare pulito al mio Paese».

Una realtà da scoprire
Non si fatica a capire quanto Alex ami la sua terra, ma questa volta ha deciso di mettere sé stesso davanti a questo amore. E’ per questo che ha scelto di fare chilometri così come hanno fatto anche altri europei. All’interno di Sanpa infatti non solo italiani, ma sempre più ragazzi comunitari. Uno decisamente più avanti di Alexej nel percorso è Lambros Bakirtzis, ragazzo greco entrato in comunità a 27 anni: «Posso solo ringraziare mia madre e un amico di famiglia italiano che mi ha indicato questa comunità. Inizialmente non ci pensavo nemmeno di arrivare fin qua, ma poi, ho inviato qualche mail all’ufficio accoglienza di Sanpa e ho fatto qualche colloquio telefonico». E così la consapevolezza di non poter riuscire a dimenticare la droga da solo: «Ho conosciuto la cocaina e l’eroina che avevo 17 anni e a 19 feci la prima comunità. Due anni più tardi un volo fino a New York per cercare di risolvere il mio problema in un rehab e nel 2006 ancora una comunità. Nemmeno il fatto di avere una ragazza a cui tenevo riuscì a distogliermi dalle sostanze. Per questo alla fine scelsi di venire qua. Sapevo che, data la distanza, non sarei potuto tornare a casa quando volevo». In realtà però Lambros nemmeno si immaginava un percorso tanto lungo: «Me lo disse il nostro amico di famiglia mentre ero sulla nave che arrivava in Ancona. Mi misi a ridere, convinto che fosse uno scherzo. Quando però capii che era la realtà, decisi comunque di mettermi in gioco, conscio che sarebbe stata ancora una volta solo una buona scusa per sfuggire ancora ai miei problemi. Per fortuna quella volta non scappai, ma decisi di affrontarli».
Un problema comune a tutti gli stranieri quello di arrivare in una comunità di cui mai avevano sentito parlare. Bene o male i ragazzi italiani la conoscono, avendone sentito parlare in Tv o per qualche loro amico che vi è entrato, più difficile per gli stranieri. «Mia madre scoprì questa bella realtà grazie ad internet», racconta Andrew Denholm. E’ sufficiente dargli un’occhiata per capire che è inglese, è necessario guardargli il passaporto per esser certi che arriva da Londra. «Già a 16 anni fumavo crack e presto arrivai a coca ed eroina. Me ne andai di casa a 16 anni e iniziò il mio pellegrinaggio dentro e fuori dal carcere. I miei sapevano che cosa combinavo, messo dentro spesso per furti e rapine, e durante la mia ultima permanenza in prigione, cercarono una soluzione che potesse davvero salvarmi. Mi lasciai convincere, ma entrai pensando di poter continuare a prendere il metadone. E invece qua scoprii di doverne fare a meno. Scalai in pochi giorni e poi più nulla».

Imparare l’italiano
Chi in aereo e chi in nave sono una ventina oggi i ragazzi approdati in collina con la stessa speranza. Grecia, Inghilterra, Moldavia, Slovenia, Bulgaria, Polonia sono le nazionalità al momento presenti. Per tutti loro, chi più chi meno, appena entrati l’ostacolo della lingua. Se Alexej ad esempio conosceva già un po’ l’italiano ed Andrew riusciva comunque a comunicare con diversi ragazzi in inglese, Lambros, da Atene, ha dovuto faticare molto di più per apprenderla. «Andavo a lavare i piatti con il vocabolario in tasca. Ormai ero diventato una macchietta in comunità per via di quel dizionario sempre con me». Una macchietta, ma mai che sia stato discriminato. Fra l’altro oggi parla benissimo l’italiano e l’unico problema resta il distacco da casa, che forse nel loro caso è ancora più forte: «Noi stranieri invitiamo i nostri familiari ogni 6-7 mesi vista la lontananza. Dipende poi anche dalla situazione economica della famiglia, perché per esempio, nel mio caso, è una bella spesa venir qua. Però quando vengono possono fermarsi per due giorni invece che uno soltanto, ma è comunque difficile convivere con questo problema. Io personalmente ho una grande voglia di condividere questo mio cambiamento con la mia famiglia, di fargli conoscere il nuovo Lambros, chi sono diventato. E invece lo devo fare pian piano, un po’ alla volta». Un problema condiviso e forse ancora più sentito da Andrew, più giovane, solo 22 anni, e da appena un anno a Sanpa: «Ho rivisto da poco la famiglia e non è stato facile. Ho iniziato a riallacciare il rapporto con loro attraverso le lettere e il primo giorno in cui ci siamo rincontrati non è stato semplice, costellato di grandi silenzi. Dal giorno dopo però le cose erano già cambiate in meglio, e inizio a capire quanto mi sono mancati». Per Alexej invece anche un altro distacco: «Mi spiace sapere poco o nulla di ciò che succede nel mio Paese. Sembra una cavolata, ma mentre qua i ragazzi italiani mantengono un rapporto con il mondo esterno grazie ai giornali e ai Tg che possono vedere, a me manca sapere che cosa succede a casa mia. Ho un giornale che mi ha inviato mia madre che ormai non so quante volte avrò letto».

Una comunità diversa
Per tanti di loro, in più la scoperta di trovarsi di fronte ad una realtà di recupero completamente differente rispetto a quelle attive nelle loro nazioni, sia che si tratti di rehab o cliniche di recupero, come spiega Lambros: «Pensavo che come al solito non sarei durato più di tanto in questa comunità. Certo, almeno un anno, vista la distanza da casa, ma poi ero convinto di tornare in Grecia. Oggi invece sono proprio contento di esser qua. E’ parte della mia vita, ho conosciuto persone importanti con cui ho condiviso tante emozioni. E soprattutto ho capito che il mio problema e quello degli altri amici di Sanpa non è la droga, ma siamo noi con il nostro carattere, qualche vecchio trauma personale non superato, qualche difficoltà che non abbiamo affrontato e per cui abbiamo cercato di scappare da noi stessi. Qua a Sanpa ho trovato una maniera differente di affrontare i problemi. La gente ti spinge a riflettere e si fa sentire vicina nei momenti di difficoltà». Forse ne è valsa la pena fermarsi un po’ in Italia.