FINGEVO DI ESSERCI

Dai quindici anni inizio ad essere irrequieto, suonavo e mi riusciva bene, ma ero sempre da solo, mi sentivo solo dentro, l’unica cosa che volevo era eliminare quella solitudine infinita. Così in alcuni sabati sera inizio ad uscire con i compagni di classe con cui mi sentivo meglio e mi faccio le prime canne per poter stare in compagnia. Per me la classe era divisa tra i secchioni, gli sfigati con capelli lunghi che ascoltavano i Beatles, i fighetti da Mtv che parlavano di cazzate e poi quelli giusti che ascoltano Hard Rock.
Dentro di me c’era un conflitto interiore volevo essere sia il ragazzo bravo, metodico, che si impegna, che riesce nelle cose, sia quello che fa cazzate in giro, che se ne frega e che fa solo quello che gli interessa.
Così mi faccio i dread, mi vesto largo, un po’ trasandato. Mio padre per trovare una soluzione a questa situazione mi obbliga a diventare arbitro di calcio come stavano già facendo i miei fratelli. Io non ne avevo nessuna voglia, non mi interessava, non mi piaceva. Spesso mio fratello prendeva le mie difese davanti a mio padre, ma non ci fu niente da fare dovetti dare l’esame, lo passai e mi tagliai i dread. Feci l’arbitro per molto poco tempo, ma era ormai chiaro nella mia testa che facevo tutto quello che facevo perché non avevo assolutamente il coraggio di ribellarmi alle imposizioni di mio padre. Così trovai un modo tutto mio per andargli contro, iniziai a fumare canne sempre più spesso. Negli anni rubai un sacco di soldi a mio padre, finii tutti i miei risparmi e continuai a sentirmi comunque solo. A casa non c’era mai nessuno: mia madre lavorava e poi la sera andava alla scuola serale, mio fratello era andato ad abitare da solo, mia sorella era all’università e io mi trovavo a pranzo, dopo la scuola, in casa con mio padre che porta avanti i suoi sermoni. Ero diventato molto insofferente a tutte quelle lamentele, non riuscivo a subire tutte quelle cose, perciò studiai il modo di essere presente fisicamente, poiché non avevo il coraggio di prendere una decisione ferma con lui, stando con la testa da un’altra parte. Ogni volta che dovevo stare solo a casa con lui, prima, andavo in camera a farmi una canna. Mi sembrava la soluzione migliore in tutto quel casino, non avrei dovuto affrontare quello che non sopportavo di mio padre e non avrei neanche dovuto prestare attenzione a quello che diceva. In poche parole fingevo di esserci, ma ero da tutt’altra parte, non pensavo a niente…esattamente ciò che mi ci voleva, pensavo.
Trovo una compagnia di ragazzi più grandi di me che suonano la stessa musica che suono io e con loro passo tutti i week-end suonando e fumando canne.
A scuola inizio a non andare bene, non riesco più a studiare e perdo anche molti giorni. Alle canne aggiungo l’alcol e con il mio gruppo iniziamo ad andare a suonare nei locali. L’unica cosa che davvero mi interessava era far sentire la mia musica, sapevo raccontarmi agli altri solo in quel modo. Il problema è che ogni volta che ci incontriamo per provare ci sfondiamo di canne. Nello stesso tempo però è un periodo bello quello, pieno di nuove esperienze per me: sto con musicisti più grandi di me che mi insegnano un sacco di cose, giro per locali e città diverse per suonare la mia musica, ci divertiamo insieme.
In quel periodo ho anche tante ragazze intorno, cambio tante fidanzate, ma è come se nessuna andasse bene. Facevo passare un po’ di tempo e poi trovavo qualche difetto per il quale ero legittimato a mollarle. Ho avuto anche una ragazza seria, di quelle per bene, ma non riuscivo ad entrare in sintonia con lei, quando ci vedevamo io ero sempre scassato e non potevo andare d’accordo con una ragazza così posata. Anche lì avevo una scelta da compiere, affrontare le cose, cambiare e tirare fuori gli attributi, oppure continuare per la mia strada. Sapevo che per stare con lei avrei dovuto smettere di fumare, ma tra lei e il fumo ho sempre scelto il fumo. Stavo male per questo, insomma, tutti i miei amici avevano le ragazze, ci stavano bene insieme, facevano tante cose, io invece non riuscivo a tenermene una, ma la verità era un’altra. In fondo mi sono sempre vergognato di portare le ragazze con cui stavo nella mia compagnia. Avevo paura del giudizio degli altri, di cosa potevano pensare, di come mi avrebbero guardato.