Il profilo sociologico della ricerca

Per un profilo sociologico della ricerca
di Giorgio ManfréLe evidenze principali
Per ciò che riguarda la parte sociologica della ricerca consideriamo i 252 soggetti che hanno compilato il questionario-intervista.

Complessivamente il questionario-intervista comprendeva 57 domande, comprensive di tre temi aperti. La somministrazione dello strumento è avvenuta attraverso la modalità faccia a faccia da parte di ricercatori con comprovata esperienza di ricerca nel campo delle tossicodipendenze.
Sono stati scelti come luoghi di rilevazione prevalentemente sale di alberghi per favorire al massimo la privacy dei soggetti intervistati e garantire una sorta di “neutralità” del setting.

I nostri intervistati sono stati in totale 252 di cui il 79,4% uomini (200) ed il 20,6% donne (52), con una età media di quasi 36 anni al momento dell’intervista e di quasi 29 anni al momento dell’entrata in comunità (il range va da un minimo di 20 anni ad un massimo di 55 anni, al momento dell’intervista, e da un minimo di 14 anni ad un massimo di 48 anni per ciò che riguarda l’età di entrata).

Distribuzione degli intervistati per fasce di età al momento dell’entrata in Comunità e al momento dell’intervista (percentuali e valori assoluti).

Fasce
di età

 

(all’entrata)

%
(n)
Fasce
di età (momento

dell’intervista)

%
(n)
Fino a 20 anni 7,9 (20) Da 20 a 30 anni 19,4 (49)
21-25 anni 24,6 (62) Da 31 a 35 anni 31,7 (80)
26-30 anni 29,8 (75) Da 36 a 40 anni 29,0 (73)
31-35 anni 24,2 (61) Oltre 40 anni 19,8 (50)
36 anni ed oltre 13,5 (34)

Prerequisito per essere selezionati per lo studio era una permanenza minima in Comunità di 3 anni continuativi; rispetto a questa variabile il nostro gruppo di riferimento empirico è così ripartito: 101 (40,1%) soggetti sono stati in comunità per un periodo compreso tra i 3 e i 4 anni; 107 (42,5%) per un periodo da 4 a 5 anni e infine 44 (17,5%) per oltre 5 anni.

Tuttavia il periodo di permanenza minima di 3 anni non significa automaticamente che tutti gli intervistati siano “usciti con il consenso” dello staff della comunità. Infatti 222 soggetti (88,1%) sono usciti con il consenso mentre 30 (11,9%) sono usciti senza consenso.

Se prendiamo in considerazione la “carriera tossicomanica” dei soggetti in esame possiamo rilevare che, stando alle loro dichiarazioni, circa il 39% al momento dell’entrata in comunità era tossicodipendente da più di 10 anni (97 casi) di questi 51 (20% del totale) era tossicodipendente da 16 anni e oltre. Il 23% circa ha dichiarato invece un periodo di tossicodipendenza compreso nella classe “fino a 5 anni”.

Distribuzione dei casi per periodo di tossicodipendenza dichiarato (relativo al momento dell’entrata in Comunità).

Periodo
di tossicodipendenza
%
(n)
Fino a 5 anni 22,7 (57)
Da 6 a 10 anni 38,6 (97)
Da 11 a 15 anni 18,3 (46)
16 anni e oltre 20,3 (51)

Possiamo osservare che questi assumevano, sempre stando alle loro dichiarazioni, eroina nella quasi totalità dei casi (circa 95%) e cocaina nel 53% dei casi circa. Occorre però precisare che oltre il 12% dei casi ha indicato la voce “tutte” in risposta alla domanda che chiedeva quali erano le sostanze assunte prima dell’ingresso in comunità. Tra i nostri intervistati, inoltre, il 36% aveva avuto precedenti esperienze di comunità e circa il 17% è entrato a San Patrignano agli arresti domiciliari o in affidamento (di questi il 59% doveva scontare una pena superiore ai due anni).

Dopo la comunità, i nostri intervistati, “hanno svolto lo stesso lavoro nello stesso posto” nel 37% dei casi, “hanno svolto lo stesso lavoro ma in posti diversi” nel 19%; “hanno cambiato lavoro una volta” nel 20% dei casi ed “hanno cambiato lavoro più di una volta” nel 24,5% dei casi. Le occupazioni, all’interno del gruppo di riferimento empirico, sono estremamente differenziate se consideriamo che sono state codificate 135 professioni diverse alla domanda “Lavoro attualmente svolto” (operaio la voce che raccoglie più casi, per nessun’altra si superano i 10 casi).

Per ciò che riguarda quello che possiamo considerare, in generale, “l’ambiente di provenienza”, circa il 63%
degli intervistati vive nella stessa città in cui viveva prima di entrare in comunità mentre il 37% vive in una città diversa inoltre il 33% (84 casi) vive con i genitori (era quasi il 60% al momento dell’uscita dalla comunità), il 46% (115 casi) ha una famiglia sua e il 20% circa vive solo. Tra coloro che “hanno una propria famiglia”, diversa da quella di origine, il 67% l’ha formata dopo la comunità, il 25% l’aveva già al momento dell’entrata in comunità ed il restante 8% ha costituito una famiglia in comunità, a San Patrignano; il 63% circa di coloro che hanno una propria famiglia hanno anche almeno un figlio (25 casi ne hanno due e 9 tre).

Alcune considerazioni di sintesi
Tra le numerose riflessioni che il presente nucleo dati suggerisce ne riportiamo di seguito alcune:
1) Il range costituito dalle professioni è davvero ampio: su 252 soggetti in studio, 135 professioni diverse costituiscono un risultato da enfatizzare e che, a nostro avviso, mostra che il matching tra la formazione professionale appresa nella comunità e le esperienze, sempre più plurali e variegate, del mercato del lavoro non è occasionale. È probabilmente anche da rilevare che il mix costituito dalla formazione interna alla Comunità di San Patrignano e le effettive chances offerte dal mercato esterno ha trovato soggetti capaci di adattarsi ad esigenze anche di “nicchia” e che pertanto oltre ad un indiscutibile “saper fare” e ad un “sapere” in Comunità si è appreso a “saper essere”, vale a dire riuscire ad adattarsi alle richieste di flessibilità ed auto adattamento che il mercato del lavoro richiede a chi in esso voglia inserirsi.

2) 97 persone tra le 252 che hanno partecipato concretamente all’indagine hanno dichiarato un periodo di tossicodipendenza superiore agli 11 anni, e ben 51 di questi, appunto, di oltre 16 anni. Proprio questo dato merita qualche osservazione di approfondimento. Infatti, volendo dar credito, e l’esperienza insegna che ve n’è motivo, alle dichiarazioni degli intervistati, i risultati ottenuti dal lavoro terapeutico della comunità appaiono straordinari.
Le 97 persone di cui stiamo parlando sarebbero state (e sarebbero) considerate croniche ed irrecuperabili entro la cornice della più parte degli approcci alla tossicomania, sia in Italia sia all’Estero, e, quanto al nostro Paese, sia nel pubblico sia nel privato sociale.

Harm Reduction e strategie similari sono, per molti, le uniche da applicare a persone tossicodipendenti da ben oltre dieci anni.
Qualsiasi approccio, compreso quello di San Patrignano qui considerato, non potrebbe non considerare come soddisfacente la mera evidenza che persone di questo tipo, con oltre dieci anni di tossicodipendenza sulle spalle, siano vive o, se si preferisce, che non siano morte.
Eppure una quota di circa il 60% di questo gruppo non intrattiene più, sia per propria dichiarazione, sia per l’evidenza dell’analisi tossicologica di campione biologico, alcun rapporto con le droghe. È davvero il caso di ripetere quanto appena scritto: circa il 60% di 97 persone con undici e più anni di tossicodipendenza alle spalle (e molti di essi con una ventina di anni di questa vita) è non solo vivo e verde ma ha abbandonato (certo non sappiamo se per sempre ma almeno per ora) l’esigenza delle droghe come forma di automedicazione e di mediazione del rapporto tra Sé e il mondo. È allora da sottolineare che, per molti approcci, una popolazione con le caratteristiche possedute dalle 97 persone di cui parliamo non avrebbe nemmeno dovuto entrare in un qualsiasi programma drug free ma al massimo essere inserita in un programma “a mantenimento” chimico.

L’inserimento di persone tossicodipendenti da molti anni in un contesto protetto e prudente, ed in condizioni di vita e di lavoro in cui qualcuno scommette su di loro, apporta risultati concreti e scientificamente certi che nessuno può contestare.

3) Non si può non registrare un elevato livello di autonomia che le persone in studio, tramite questi dati, dimostrano: solo 1/3 (esattamente il 33%) del campione studiato vive con i genitori, e, dei restanti 2/3, 115 persone hanno attualmente una famiglia propria, nella più parte dei casi con figli. Ciò dimostra un human functioning, per utilizzare un termine di Amartya Sen, che va oltre il puro reinserimento sociale ma che tocca le stesse possibilità di vita.

4) Se prendiamo ora in esame il tema del legame con la comunità o comunque con associazioni, legate alla Comunità, che si occupano di tossicodipendenza, possiamo osservare che 60 soggetti hanno svolto attività di volontariato dopo la comunità e 35 (14% circa) le svolgevano ancora al momento dell’intervista. Un tema oggi meno in voga di un tempo, ma per certi versi denso di interesse, è quello relativo ai rapporti con la Comunità dopo il termine del percorso terapeutico. Un percorso terapeutico certo non breve e, dato non trascurabile, ben più ampio di quello considerato nello studio Guidicini-Pieretti di follow-up del 1994 in cui il tempo di permanenza era stato stimato in “almeno 14 mesi continuativi”. Nel caso del presente studio si tratta di almeno 36 mesi continuativi di permanenza in comunità, quindi quasi del triplo del percorso preso precedentemente in analisi. Una permanenza di almeno 36 mesi dovrebbe produrre un “attaccamento” certo non inferiore a quello precedentemente studiato.

Eppure attaccamento, ai tempi dello studio Guidicini-Pieretti, era da qualcuno stato equiparato all’idea di dipendenza da comunità, attribuendo quest’ultimi una accezione non positiva all’idea di dipendenza. Riassumendo in modo un po’ sbrigativo, il ragionamento che allora qualcuno proponeva era il seguente: “la Comunità ‘salva’ magari qualcuno dalla tossicodipendenza, ma crea una dipendenza meno visibile e vistosa ma più subdola, vale a dire la dipendenza da Comunità”. Ciò intendendo, taluni critici del lavoro di questa e di altre comunità terapeutiche, che la cosiddetta “dipendenza da comunità” non si scandiva in un – peraltro molto naturale e legittimo – senso di gratitudine e di appartenenza nei confronti di una struttura (e di persone, ovviamente) da parte degli ex-ospiti, bensì in una incapacità di questi ultimi di sviluppare percorsi di autonomia e di affrontare il mondo esterno senza il supporto continuo, almeno simbolicamente, della Comunità stessa.

Ora questo tipo di critiche nei confronti delle esperienze comunitarie si è, all’apparenza, andato affievolendo negli ultimi anni, eppure ci sembra di capire che tale atteggiamento “covi sotto la cenere” e costituisca una critica, quanto latente non importa rilevare, agli indiscutibili risultati concreti che le Comunità terapeutiche italiane hanno raggiunto nel corso degli anni.

Considerazioni sui soggetti “ricaduti”
In una ricerca che come questa può avvalersi dell’analisi tossicologica di campione biologico (vale a dire l’analisi del capello), ci sembra indiscutibile che siano da considerarsi “ricadute”, all’interno del nostro gruppo di riferimento empirico, le positività ottenute con le suddette analisi, che sono state 50. È fondamentale quindi, in uno studio di follow-up, focalizzare l’attenzione su questo gruppo di soggetti che, vale la pena ricordarlo, costituiscono il 20% circa dei partecipanti allo studio.

In questo specifico gruppo di 50 soggetti, possiamo osservare che 39 di loro erano usciti dalla comunità “con il consenso” e 11 “senza il consenso”. In termini percentuali sono “ricaduti” quindi il 17,6% degli intervistati “usciti con il consenso” e il 37% circa di coloro che sono usciti da San Patrignano “senza il consenso”.

Vediamo ora di delineare il profilo di carattere peculiarmente sociologico del gruppo dei ricaduti.
Il gruppo è formato da 44 uomini e 6 donne: da ciò si evince che percentualmente le donne “ricadono” meno (11,5% a fronte del 22% degli uomini), per quanto su gruppi numericamente non estesi i ragionamenti per percentuali vadano sempre presi con debita cautela.
La permanenza in comunità, come era lecito aspettarsi, incide sulle ricadute. Infatti l’incidenza delle ricadute è di quasi il 28% tra coloro che sono stati in comunità dai 3 ai 4 anni, scende al 16% circa tra coloro che ci sono stati dai 4 ai 5 anni e all’ 11% circa tra coloro che sono stati in comunità per oltre 5 anni continuativi.

Il profilo sociologico di questo specifico gruppo può essere ulteriormente delineato, utilizzando quelle informazioni sul “dopo comunità” raccolte con il nostro questionario-intervista.
Tredici persone si sono rivolte ad altre comunità o Ser.T. dopo l’uscita da San Patrignano (11 si sono rivolte a Ser.T. e 2 a comunità terapeutiche). Sul piano delle attività lavorative, prevedibilmente, una maggiore instabilità caratterizza questo gruppo (scarto di 15 punti % rispetto al gruppo drug-free per la voce “ho cambiato lavoro più di una volta”).

Due aspetti che ci sembra importante rilevare riguardano quello che abbiamo definito “cambiamento di ambiente”.
L’incidenza delle ricadute è infatti sensibilmente maggiore tra coloro che vivono nella stessa città in cui vivevano prima della comunità. Lo scarto è di oltre undici punti percentuali. Così come l’incidenza di ricaduta è più elevata tra coloro che sono tornati alla famiglia di origine dopo l’uscita dalla comunità (otto punti percentuali lo scarto con “chi è andato a vivere da solo” e di oltre dodici punti percentuali con “chi è andato a vivere con la propria famiglia”).

Peraltro anche se consideriamo la “situazione al momento dell’intervista” l’incidenza delle ricadute è maggiore tra coloro che vivono con i genitori rispetto a coloro che vivono soli o che hanno una propria famiglia. I dati in nostro possesso evidenziano che l’incidenza delle ricadute è maggiore tra coloro che sono tornati nella stessa città in cui abitavano prima dell’entrata in comunità e tra quelli che sono tornati nella famiglia di origine.

Una rottura con l’ambiente di provenienza appare quindi come un elemento significativo per stabilizzare i risultati raggiunti nel lavoro su se stessi svolto in comunità. Tale evidenza merita approfondite riflessioni, ovviamente senza cadere, qui e ora, in facili determinismi e riduzionismi.