La via d’uscita

di Carlo Forquet

«Ho giocato la carta della comunità a occhi chiusi, ben sapendo che non ci poteva essere nulla di peggio del carcere. Quando entri lì per la prima volta sei spaventato, la seconda sei a tuo agio, la terza ti senti a casa tua, perché è quello il mondo che ti appartiene. ». Paolo, 41 anni, di Sassari, si sforza di parlare, anche se si vede che fa una fatica bestia. La sua cifra – da sardo come si deve – è una forma accentuata di ritrosia, quasi una presa di distanza dalle cose dettata dalla «diffidenza per gli altri e, soprattutto, dalla sfiducia che ho sempre avuto verso me stesso. Ero convinto – racconta alternando le parole a lunghe pause – che l’unica mia strada fosse drogarmi a vita e che non ce l’avrei mai fatta a venirne fuori». Eppure, un giorno di quasi quattro anni fa la sua istanza di affidamento in prova ai servizi sociali è accolta e arriva, dopo lettere e colloqui, la disponibilità da parte di San Patrignano.

Anche Enzo, le mani tozze e lampi di timidezza su un volto buono, nella vita ne aveva combinate di tutti i colori. Calabrese di nascita ma cuneese di adozione, si era presto circondato – come usa dirsi – di cattive amicizie. Nel suo curriculum di ventenne spicca qualche furtarello, ma con la maggiore età, compie reati sempre più gravi: spaccio, falsificazione di documenti, addirittura lesioni a pubblico ufficiale. Lo arrestano, lo processano, lo affidano in prova al servizio per le tossicodipendenze. Ma lui scappa a Londra e lì, anno dopo anno, percorre tutti i gradini del degrado: galera, estradizione e ancora galera, per due, tre, quattro anni. Finché anche lui gioca l’ultima carta: San Patrignano.

La via d’uscita
In comunità, di Enzo e Paolo ce ne sono molti: nel solo 2009 risultano 157 le persone con misure alternative alla detenzione attivate; in totale, arrivano alla stratosferica cifra di oltre 45 secoli gli anni di carcere trasformati in percorsi educativi, se si prende in considerazione il periodo tra il 1986 a oggi. Attenzione però: mettere il piede fuori dalla cella ha molte condizioni. La prima è accettare un percorso di riabilitazione lungo, difficile, mai scontato: un’opportunità, nel caso della tossicodipendenza, limitata a pene fino a sei anni (esclusi i reati più gravi) e ripetibile per due volte. «Dentro me avevo un mare di dubbi – racconta Paolo –perché mi sentivo appesantito dalle sconfitte. A volte mi balenava in testa di lasciare tutto e tornare dentro, tanto era difficile per me stabilire un rapporto con gli altri. Quella che avevo davanti era come una montagna da scalare».
Di momenti terribili da dimenticare pure Enzo ne ha collezionati molti. A cominciare dalle prigioni inglesi, dove «ti spogliano di tutta la dignità che ti è rimasta, lasciandoti solo una divisa a righe. In ogni cella c’è un solo gabinetto, senza separazioni, e da mangiare ti danno solo il necessario per restare in piedi. La sezione era popolata da 800 detenuti, quasi tutti di colore». E l’obiettivo a cui pensava Enzo era uno solo: uscire il prima possibile, anche perché in Italia pendeva sulla sua testa una condanna a 13 anni per il suo passato da delinquente.

Un lungo percorso
Enzo si oppone come può all’estradizione ma sa che è una battaglia persa: a Londra ha fatto solo danni, quindi il tribunale dà il via libera al mandato di cattura internazionale. Tornato su un furgone della polizia penitenziaria, sconta un anno a Busto Arsizio, poi dopo una rissa lo trasferiscono al carcere di Opera, nella periferia di Milano. Lì arriva l’indulto e, dopo tre anni maturano i termini per chiedere le misure alternative. «Questo genere di informazioni, dentro, le hanno tutti.. Presento l’istanza e me l’accettano. Volevo andare in una comunità vicino casa a Cuneo, ma l’assistente sociale mi consiglia San Patrignano. Penso: vado lì, non rompo i co… a nessuno e mi faccio gli affari miei. Non avevo capito niente». Paolo, i primi momenti li ricorda bene: «Mi assegnarono al gruppo della falegnameria. Avevo capacità manuali ma mi frenava quella specie di pessimismo – ricorda – la sfiducia in tutto, l’incapacità di stare con gli altri ragazzi»,. «A me invece sembrava tutto un po’ fasullo – dice Enzo – in carcere ognuno si guarda le spalle da solo».

Guardare oltre
Paolo e Enzo stanno riuscendo a cambiare. A raccontarla, oggi, può sembrare una favoletta a lieto fine e il rischio maggiore è di rendere questo viaggio dall’inferno almeno alla vita normale una banalità, svuotandola di contenuto e spessore. La realtà è a scatti, fatta di ripensamenti, di paure, di smarrimenti, di rabbie, di incomprensioni. E, allora, più delle parole contano i fatti. Il primo è che entrambi si sono iscritti a scuola. Frequentano l’ultimo anno di istituto alberghiero. Per Paolo è stata una sorta di ritorno a casa, perché dall’età di 15 anni aveva lavorato nel mondo della ristorazione. «All’inizio ero spaventato, perché non avevo mai preso un impegno così a lunga scadenza – spiega – poi, pian piano, mi si è accesa una fiammella, ho fatto qualche piccola esperienza nella pizzeria di Sanpa e mi sono ritrovato nel mio mondo». Per Enzo, invece, il lavoro in sala è stato una scoperta. Quando gli chiedi cosa ha bucato quella maschera di diffidenza dietro cui ogni tossicodipendente si nasconde, dice sicuro: «L’unità fra le persone. Qui mi hanno fatto vedere quei lati del mio carattere di cui non avevo mai tenuto conto e che non funzionano. Ho capito che dovevo affidarmi agli altri. Io non mi fidavo di nessuno». Oggi Paolo fa il cameriere a Vite, l’ottimo ristorante di San Patrignano, e ha preso anche il diploma di sommelier: «Mi piace l’idea che voglia raggiungere sempre il massimo della qualità. E’ la prima cosa di cui si accorgono i clienti che vengono a mangiare da noi: l’aria di positività che si respira. Domani vorrei imparare bene l’inglese, andare all’estero, magari negli Stati Uniti o a Londra». «Quest’anno – conclude Enzo – vorrei diplomarmi, poi fare il cameriere. Nulla di speciale: avere una casa, un lavoro, una famiglia e non più tutta quella rabbia che mi ha fatto sbagliare».

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