Le associazioni antidroga: aiutare meglio

di Matteo Diotalevi

«Nun cia facc chiù». Assunta è demoralizzata, ma non sconfitta. Da oltre 20 anni porta avanti l’Anglad di Napoli affrontando le difficoltà che si presentano di giorno in giorno. «La mia città è distrutta dalla droga. Vorrei aiutare i tossicodipendenti in ogni modo, magari aprendo una struttura di pre-accoglienza per loro, ma il comune e la regione non mi aiutano. Io però non posso mollare. Datemi una mano». Difficile, se non impossibile, pensare che una delle mamme coraggio della città partenopea, capace anni fa di incatenarsi in piazza per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema droga, possa abbandonare la sua lotta. Non vuole farlo ma il grido d’aiuto lanciato a San Patrignano, comunità a cui l’associazione fa riferimento, è chiarissimo. «Dobbiamo darle una mano, proprio come abbiamo fatto qualche anno fa andando a protestare sotto al Comune di Napoli, per ottenere una nuova sede», interviene Andrea Muccioli. Problemi di questo tipo ne hanno anche le altre 32 realtà legate alla comunità presenti lungo l’intero Stivale, in Croazia e Svizzera. Associazioni nate su base volontaristica grazie all’entusiasmo e alla voglia di fare di familiari di ragazzi accolti in comunità e da ex tossicodipendenti che hanno concluso il percorso di recupero. E che riescono ad andare avanti grazie a piccole quote d’iscrizione e a qualche progetto con le amministrazioni locali, da cui, il più delle volte, non sono aiutate.
Ogni giorno si ritrovano a fare in conti con un mondo della droga che è decisamente cambiato in questi ultimi 15 anni, in una società che sembra ormai assuefatta a questo problema. Sono consce di questa realtà e lo è anche San Patrignano che proprio per questo nell’ultimo mese ha voluto chiamare a raccolta tutte le associazioni. E’ con loro che ha fatto un punto della situazione e ragionato su quale direzione prendere.

L’uso di droga cambia
«L’uso delle droghe è cambiato e di conseguenza le nostre associazioni devono adeguarsi e trovare nuove soluzioni – spiega Andrea Muccioli, responsabile della comunità – sono nate negli anni ’70/’80, quando c’era un forte allarme sociale e il problema della tossicodipendenza godeva di una grande attenzione da parte del mondo politico. In associazione c’erano genitori perfettamente calati nella realtà, magari in lotta da anni con i figli tossici e con una missione ben precisa da compiere contro la tossicodipendenza. Erano anni in cui facevamo molte battaglie assieme, a partire da quella contro la legalizzazione della droga».

Dopo il grande il lavoro effettuato negli ultimi decenni, oggi le associazioni devono quindi prendere coscienza di trovarsi di fronte ad una situazione in cui le sostanze sono sempre più considerate una moda, se non la normalità. «Sembra che il drug free non sia più la strada maestra da seguire, tanto è vero che l’85%% dei tossicodipendenti si rivolge ai Sert e la metà delle persone che si trovano in comunità sono a metadone». Invece, il problema non è la sostanza con cui ci si distrugge, ma l’emergenza educativa che sta alla base del consumo, contro la quale nessun metadone potrà mai fare qualcosa. Per smettere di drogarsi non serve un farmaco, ma bisogna cambiare.
«La lotta alla tossicodipendenza è una spugna che si è sempre più asciugata – dice Muccioli – e oggi si sta definitivamente seccando. In questo deserto, la nostra comunità resta un’oasi, molto rigogliosa, ma comunque un’oasi».

Uscire in strada
Resta forte, quindi, il bisogno e la necessità delle comunità, ma serve forse un altro modo per richiamare nuovi ragazzi, facendoli ragionare sul loro disagio. Se Sanpa può essere la soluzione finale e una risposta efficace, sono le associazioni però gli avamposti sul campo, quelli che devono intercettare per primi il problema e indirizzare i giovani e non verso la strada più opportuna.

«E’ chiaro che prima potevamo avere anche un atteggiamento più passivo. A Sanpa avevamo decine di persone accampate nel piazzale e bastava aprire la porta per vederne entrare di nuove. Oggi invece per noi non è più possibile rimanere seduti in poltrona. Prima c’era un’umanità più protesa a farsi aiutare, adesso dobbiamo essere noi ad andare a tendergli una mano. In fondo c’è sempre più bisogno di rapporti umani, educazione e affetto e quindi di questo luogo. Ma dobbiamo spiegarlo meglio ai genitori e ai ragazzi. Dobbiamo dimostrare loro la nostra voglia di aiutarli. Per questo le associazioni devono uscire in strada. Comunicare meglio e di più che esiste una pratica educativa diversa , anzi opposta alle soluzioni farmacologiche tipo riduzione del danno».
Una crescita e un cambiamento non così semplice da attuare per delle associazioni che dovranno in parte rivedere la metodologia di lavoro. Non è semplice aiutare ragazzi che si considerano normali anche soltanto ad avere consapevolezza che hanno bisogno di sostegno. Ancor più perché, spesso, le famiglie sono superficiali o inesistenti, e la scuola incapace di ricoprire il vuoto educativo e il deserto di esempi lasciato dai molti genitori. Famiglie che, a volte, non incentivano i ragazzi alla comunità, e servizi per le tossicodipendenze che, addirittura, li sconsigliano di “imbarcarsi in una strada difficile e lunga, perché non sono ancora all’ultimo stadio”. «Per questo», spiega il responsabile di San Patrignano, «è importante che le associazioni che ne hanno la possibilità, aprano delle strutture di preaccoglienza, in cui preparare i ragazzi all’ingresso a Sanpa. La stessa cosa la faremo noi, nei prossimi mesi(vedi a pag. 20, ndr), proprio per dare una risposta immediata a chi ci chiede aiuto».

A riguardo, di esempi positivi ce n’è già più di uno. Da “Verso la vita” di Salerno all’Anglad di Bologna, che presenta una particolarità, come spiega il suo responsabile Massimo Magagnoli. «Facciamo sia preaccoglienza che reinserimento, e non si tratta di due cose distaccate. A gestire i ragazzi che dovranno entrare a Sanpa, sono infatti quelli appena usciti dalla comunità. In questa maniera possono contare loro stessi su un reinserimento facilitato, con noi dell’associazione che li monitoriamo in questo momento particolare in cui tornano a contatto con la società».

Risultati straordinari
San Patrignano non è la risposta, ma una risposta tra le più efficaci: “Qui abbiamo la possibilità di accogliere più ragazzi di quanti non ne abbiamo ora (circa 1.500), nonostante la tendenza a ricorrere alle comunità sia in calo, in Italia, che in Europa. Nel nostro Paese 300 di esse hanno chiuso hanno chiuso, con una diminuzione di presenze del 75%, dai 20.000 di 12 anni fa ai 6.000 di oggi. Noi, invece, rimaniamo ancorati a numeri consistenti, grazie soprattutto alla validità del percorso offerto e ai risultati: oltre il 70%, dopo la comunità, si reinserisce nella società e nel mondo del lavoro. Ma c’è un altro dato che, secondo me, è fondamentale: tre ragazzi su quattro proseguono il loro cammino dopo un anno contro la media mondiale di uno su quattro. Un numero che, nel 2009, è ancora migliorato, raggiungendo il 96% delle persone entrate. E tutto questo ciò è anche il risultato del grande lavoro delle associazioni, che riescono a motivare i ragazzi nell’intraprendere il difficile percorso della comunità».

Le associazioni sul web:
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